Analisi: 1984 di George Orwell

Sarà la rivelazione che NSA e FBI americane controllano il 70% delle comunicazioni internet, mail e fax dei loro cittadini (e spesso degli ‘alleati’); sarà la suggestione di Echelon, il grande orecchio angloamericano che sorveglia anche le conversazioni private in tutto il mondo e ne attiva la registrazione non appena si pronunciano parole chiave più o meno arbitrariamente ritenute pericolose; oppure semplicemente l’osservazione dei nostri panorami urbani sempre più densi di occhi elettronici che seguono i nostri movimenti, i nostri acquisti, cosa amiamo leggere, guardare al cinema o in televisione, ascoltare e mangiare. Fatto sta che in molti oggi probabilmente si ritroveranno tra le mani 1984 di George Orwell credendo di scovarvi l’anticipazione del Grande Fratello, realizzato ai giorni nostri attraverso il web, ma ci troveranno in realtà molto altro e forse tutt’altro.

A cominciare dall’Autore, uomo la cui vita stessa si potrebbe banalmente definire un romanzo, tanto fu ricca di esperienze diverse e contraddittorie, viaggi, ritorni, decisioni e ripensamenti. Nato nel Bengala, vivrà gli ultimi anni a Jura, remota isola delle Ebridi. Poliziotto imperiale in Birmania, abbandonata la carriera militare in odio al ruolo dell’imperialismo inglese, vivrà in miseria a Parigi, solo grazie all’Esercito della Salvezza. Sarà insegnante e commesso di libreria, poi saggista, gioralista e scrittore. Sarà tra i minatori inglesi durante la Grande Depressione, volontario in Spagna nelle file del POUM (un partito marxista che in Spagna combatté contro Franco, ma anche contro la burocrazia stalinista) e lascerà il Paese ferito dopo la messa al bando di quell’organizzazione da parte dei comunisti fedeli all’URSS.

A fianco dei suoi più famosi romanzi come Omaggio alla Catalogna, La fattoria degli animali, 1984, stanno opere meno famose, semiautobiografiche, in cui si descrive il suo avvicinamento al socialismo attraverso l’incontro col sottoproletariato parigino e il proletariato inglese delle miniere e, dopo la tragica esperienza spagnola, saggi di natura sociologica sul ruolo dello scrittore, della letteratura e del linguaggio. Il suo approccio critico al marxismo, la sua implacabile avversione alla letteratura asservita al conformismo stalinista, agli intellettuali ‘di partito’, gli costeranno un profondo isolamento dall’intellighentsia dell’epoca, non solo quella di sinistra, ma anche da quel settore della borghesia inglese interessato, a partire da Churchill, a buone relazioni con il vicino sovietico.

La potente costruzione immaginaria che Orwell edifica in 1984 rappresenta quasi una summa di tutti i peggiori incubi generati dall’avvento del nazismo e dello stalinismo e dal primissimo dopoguerra dominato dal fungo nucleare di Hiroshima e Nagasaki. Si entra in un universo cupo, angosciante, senza speranza, in cui la paura è il sentimento predominante. Paura del Grande Fratello, certo, del Partito e della sua macchina repressiva, ma soprattutto paura del proprio pensiero, che genera un continuo sentimento di ansia del protagonista nel tentativo disperato di bloccare il proprio flusso di coscienza e il proprio senso critico. In un mondo attraversato dalla guerra perenne tra le tre potenze di Oceania, Eurasia ed Estasia, la prima (che in realtà corrisponde al mondo anglosassone) vive sotto il dominio del Grande Fratello e del partito unico ispirato al SocIng (socialismo inglese). Winston, il protagonista, è un funzionario del Partito incaricato di modificare libri e giornali in modo da conformarli alla dottrina ufficiale. Nonostante questa imponga la castità Winston diventa amante di Julia e insieme aderiscono (meglio: credono di aderire) a un’organizzazione clandestina, la Fratellanza, cadendo in realtà nella rete tesa loro da O’Brien, membro della ‘psicopolizia’. Non essendoci alcuna speranza di ribaltare collettivamente questo regime (il proletariato è descritto all’apice della sua incoscienza di sé, preda di alcool, superstizioni, passioni irrazionali) l’unica speranza è nel rapporto con una donna, nella frase ‘ti amo’ e l’unico atto politico possibile è fare l’amore con lei: ‘il loro amplesso era stato una battaglia, l’orgasmo una vittoria. Era un colpo inferto al Partito. Era un atto politico’.

Ecco che in queste righe l’anticipazione della società moderna lascia il posto a un altro scenario. Il Grande Fratello scompare e si affaccia il tema della demolizione della repressione sessuale come atto anche politico di emancipazione. Da sempre i regimi totalitari hanno imposto un forte controllo dei comportamenti sessuali come corollario alla più generale coercizione sociale ed economica. Anche in molte organizzazioni politiche figlie di quella cultura, i costumi sessuali dei singoli militanti sono stati spesso oggetto di norme, spesso di natura omofobica e repressiva della sessualità femminile. Se proprio profezia ci deve essere, forse quella di 1984 sta proprio nell’anticipare la contestazione che negli anni successivi spazzerà via attraverso le rivolte giovanili degli anni ‘60 buona parte delle convenzioni, dei tabù, delle imposizioni sul piano delle relazioni (quindi anche quello sessuale) degli anni precedenti, almeno in buona parte dell’occidente. E in questo senso il fatto che nel libro sia una donna a fare il ‘primo passo’ verso il protagonista non è casuale rispetto al ruolo che il movimento femminista avrà su questo piano in quelle rivolte. In ogni caso, profezia o no, l’idea che qualsiasi liberazione della condizione umana non si risolva solo sul piano economico e sociale, ma debba avere a che fare con tutte le sfere della personalità individuale, dalla libertà di pensiero a quella sessuale, nonostante il finale senza speranza del libro, resta, letta l’ultima pagina, il messaggio centrale di Orwell. (AM)

 (da ControCorrente 2- ottobre 2013)