Dall’Unione Latina all’euro

 (tratto da ControCorrente #0 del 12/2012)

di antongiulio mannoni

Primo gennaio 2002: 1936,27 lire per 1 Euro. Questa data e questo rapporto hanno profondamente segnato l’esperienza di vita concreta di milioni di italiani e prima e dopo di loro, in altre giornate, di milioni di cittadini europei. Le grandi feste per il sogno realizzato di un’unica moneta europea si sono rapidamente trasformate nella delusione prima e nell’incubo poi di una crisi economica e sociale che ha finito per mettere seriamente in discussione non solo nei ristretti circoli economici, ma a livello diffuso e popolare, l’utilità e l’idea stessa dell’Euro. Ricostruire a grandi linee le tappe principali del processo verso la moneta unica serve anche a comprendere le ragioni della crisi di questa realizzazione, così come a rintracciare nel passato europeo esperienze di integrazione simili, pur evitando una semplicistica generalizzazione, è utile per rendere storico, cioè fatalmente transitorio e relativo, ciò che per interesse di qualcuno viene invece presentato come assoluto e immutabile nel tempo.

Per prima cosa, però, è necessario disboscare alla radice l’ideologia dominante che tende a presentare l’economia come una materia per specialisti eletti, monaci al servizio di divinità assolute come il Mercato, la Borsa, l’Euro, governate da Leggi cui un povero lavoratore deve solo accostarsi con deferenza e nel caso, subirne passivamente gli effetti. Cos’è dunque l’Euro come moneta? Quale reale significato economico, politico e sociale, rappresentano quei fogli filigranati e pezzi di metallo che ci troviamo nelle tasche oggi con il nome di Euro, ieri con il nome di Lira e via via ripercorrendo indietro la nostra storia? La nascita delle monete coincide sostanzialmente con l’esplosione del commercio da scale locali a sfere progressivamente sempre più ampie, fino a ricoprire quasi tutto il globo. Le merci venivano scambiate tra di loro sulla base di una equivalenza (un tot di grano per un tot di sale, ecc.). Questa economia di baratto è sostanzialmente sopravvissuta per molti secoli affiancata e progressivamente sostituita da un’economia di scambio basata su una merce che pian piano ha assunto la funzione di ‘equivalente’ – misura del loro valore di scambio – per tutte le altre merci: la moneta. Essa è dunque una merce che all’inizio per comodità, poi per consuetudine e per certificazione legale e quindi attraverso una legittimazione da parte del potere politico, ha assunto il ruolo di equivalente generale. Con l’avvento della moneta gli scambi tra merci sono stati progressivamente sostituiti da scambi di moneta, per cui una merce per essere scambiata deve prima trasformarsi in moneta e poi da moneta ritornare merce. L’accumulo della ricchezza allo stesso modo si è progressivamente misurato non più con il possesso di merci materiali (scorte di grano, olio, bestiame, terreno, ecc..), ma di un’altra merce, la moneta. Far fruttare attraverso lo scambio questa moneta ritrovandosi con più moneta significa costruire il capitale, dare l’avvio alla società basata sul capitale. La storia della moneta è dunque anche la storia dell’avvento della società capitalistica.

Nell’età contemporanea, gli strumenti attraverso i quali la moneta, il capitale, tramite il mercato dei capitali, crea nuovo capitale sono stati i più multiformi. Così come in un enorme centro commerciale il consumatore può scegliere fra merci di natura e qualità praticamente illimitate, senza ormai confini stagionali e di provenienza, allo stesso modo un possessore di capitali può indirizzare la propria ricchezza su una infinità di prodotti finanziari attraverso una infinità di agenzie (negozi) che trattano denaro. La moneta, si è progressivamente smaterializzata e rappresenta ormai uno strumento marginale nel mercato degli scambi finanziari. L’attuale crisi ha disvelato agli occhi del mondo proprio questa brutale realtà: in poco più di due decenni, il sistema finanziario mondiale ha creato dal nulla una massa di denaro enorme, misurabile in trilioni di dollari e di euro, di cui solo una parte marginale ha la forma della moneta tradizionale, mentre in forma molto maggiore è costituita da denaro in forma nuova. I movimenti incontrollabili e la distribuzione sproporzionata di questa enorme massa di ricchezze, hanno prodotto danni strutturali irrimediabili alla struttura finanziaria prima e all’economia reale poi1. Se quindi la moneta non è attualmente l’unica, né la forma principale di accumulo della ricchezza, essa è pur sempre la sua forma di espressione. Dollaro, euro, yen, sterlina, traducono, rendono comprensibili, e quindi scambiabili, i capitali accumulati, anche se questi non si trasformeranno mai, se non in piccola parte, in moneta effettivamente circolante.

Così come la realtà che ci circonda non è accettabile senza che la nostra mente la riconosca con un segno, cioè un nome, attraverso il linguaggio, la moneta è anche il segno che dà un nome, cioè un prezzo e quindi un’esistenza, alla realtà delle merci e dello scambio. La moneta è inoltre un supporto materiale sul quale, assieme ad altri come la cambiale, i conti correnti, i titoli azionari, i libri contabili, ecc. si registra la ‘promessa di valore’ che è il denaro. A garanzia che questa promessa dia la certezza di essere convertibile in una forma tangibile di ricchezza si ergono di volta in volta le espressioni del potere, inizialmente quelle locali (nell’epoca feudale ciascun vassallo o signore batteva una propria moneta) e progressivamente  imperiali e infine statali. Poiché il capitale, qualsiasi sia la forma che esso assume, dà a chi lo possiede la sicurezza di esercitare un potere su persone e cose nel presente e, con una certa sicurezza, anche a lungo nel futuro, è necessario che attraverso leggi, trattati, codici e relativi apparati in grado di gestirli questo potere si esprima in forme sempre più complesse e perfezionate fino agli attuali modelli statuali nazionali e sovranazionali. Non a caso quindi, anche in Europa, come vedremo in estrema sintesi, l’edificazione degli imperi, degli Stati assoluti e, arrivando a oggi, dei tentativi di costruzione di entità sovranazionali quali la Comunità Europea si accompagna, quasi obbligatoriamente, al tentativo di imporre più o meno pacificamente, monete uniche che siano espressione della nuova sovranità. Esse hanno risposto e rispondono certamente alla necessità di semplificazione dello scambio commerciale e finanziario e oggi, all’esigenza dei paesi europei economicamente più forti e orientati ai mercati esteri, di competere con altri colossi demografici, territoriali ed economici su base mondiale. Tuttavia, poiché l’economia non è tutto, nell’attuale situazione di crisi internazionale, il segno anche monetario di una nuova sovranità e di una nuova gerarchia in Europa è anche l’elemento più fragile e precario, che rischia quindi di rimettere in discussione, insieme al simbolo fondamentale di questo tentativo – l’euro – quella nuova sovranità e quella nuova gerarchia che lo hanno istituito.

Sin dalle sue origini nella polis greca, fra il VII e il VI secolo a.C., la moneta (dracma) ha rappresentato simbolicamente l’autorità e l’autonomia di chi la coniava. E sin dalle sue origini i tentativi giustificati dalla necessità di razionalizzare e semplificare gli scambi fra poleis riducendo ad uno o pochi conii il numero di monete si è sempre scontrato con la volontà di ciascun potentato di conservare il simbolo più evidente della propria autorità e autonomia. La grandezza dell’Impero Romano si è anch’essa autorappresentata attraverso l’imposizione di un unico sistema di monete nei propri confini, così come il suo declino nel corso dei secoli si è accompagnato alle prime svalutazioni e inflazioni monetarie della storia2. Il declino del commercio nella decadenza dell’Impero riduce il ruolo dell’economia basata sulla moneta, determinando la fine non solo dell’unità monetaria ma anche del conio su base statale e della circolazione di moneta regolare. Solo nei secoli VI e VII, lungo il Reno, e soprattutto con la riforma monetaria dei re carolingi Pipino e Carlo Magno, si ritorna a parlare di un sistema monetario imperiale, peraltro molto meno evoluto di quello dell’Impero romano, basato sull’argento e su un unico conio: il denaro. Questa rigidità del sistema costringe a ricorrere nelle transazioni commerciali a multipli e sottomultipli non coniati ma utilizzati come unità di conto: lira, soldi e denari. Con qualche forzatura, siamo in presenza della prima  forma di ‘smaterializzazione’ del denaro, e questo sistema di conteggio dura sul continente europeo sino alla rivoluzione francese. Anche questo tentativo di unificazione fatica a tenere il passo con l’evolversi e il dissolversi dei sistemi politici e l’emergere di nuovi centri di scambio più intensi e di maggior valore. Genova, con il genoino, Firenze con il fiorino, Venezia con il ducato o zecchino, nel corso del 1200 diventarono, per la vasta estensione geografica dei loro affari, le monete alla base delle transizioni commerciali internazionali e godettero della fama e della fiducia di un ceto mercantile europeo interessato alla stabilità monetaria in Francia, nei Paesi Bassi, in Inghilterra, e nel Levante. In questo caso siamo in presenza di un importante tappa nel percorso di unificazione monetaria europea, che accompagna l’affermarsi del ceto mercantile prima e della borghesia poi nella sua ascesa sociale e politica.

La Rivoluzione Francese, che consacra l’affermazione della borghesia come classe dominante in Francia e in tutta Europa, sconvolge il sistema precedente con l’introduzione del franco, basato su un sistema decimale, la moneta che accompagna Napoleone nelle sue conquiste. Così come molte riforme napoleoniche sopravvivono alla caduta dell’Impero, anche questo sistema e il franco rimangono in vigore in molti paesi europei, tra cui il Regno di Sardegna. La Francia di Napoleone III, nella conferenza monetaria del 1865 dà vita, insieme a Belgio, Svizzera e Italia, all’Unione Monetaria Latina, stipulando un trattato che risolve per lungo tempo i problemi di stabilità monetaria tra questi Paesi. Ai paesi fondatori si aggiungono successivamente altre nazioni dell’Europa centrale e meridionale, tra cui la Grecia e lo Stato Pontificio. Può essere di interesse notare che essi adottano una forma di ‘moneta unica’, un unico conio con simboli diversi per ciascun Paese: un modello del tutto identico all’attuale Euro. Lo scopo di questa iniziativa non è solo di stabilire reciproci accordi monetari volti a semplificare gli scambi tra i paesi membri. Per la Francia si tratta anche di stabilire un proprio primato nello scacchiere politico internazionale, allargando, anche attraverso la moneta, la propria sfera di influenza in Europa. Le ambizioni francesi, infatti, abbracciano anche l’idea di integrare attraverso un’unica moneta anche la Gran Bretagna e gli Stati tedeschi. Durante l’Esposizione Universale di Parigi del 1867, effettivamente 22 paesi discutono della necessità di adottare un unico modello monetario, ma i contrasti tra Francia e Inghilterra impediscono di raggiungere un accordo. Parigi e la City si contendevano già allora il ruolo di piazza finanziaria mondiale di riferimento. La Prima Guerra mondiale mette fine all’Unione Monetaria Latina che tuttavia, almeno legalmente, sopravvive fino al 1927.

Nell’area germanica la situazione si presentava inizialmente assai più caotica. All’indomani della caduta di Napoleone, dopo il Congresso di Vienna, i 35 principati e le 4 città libere all’interno del territorio tedesco avevano ciascuno le proprie dogane, il loro sistema di pesi e, naturalmente, le loro monete. Ancora una volta, è la spinta commerciale ad abbattere le barriere doganali prima e progressivamente a semplificare il sistema delle monete. Il Trattato di Vienna del 1857 determina l’unificazione monetaria dell’intera Germania e dell’Austria con l’adozione del thaler. Questo accordo dura sino al 1867, con l’uscita dell’Austria dal Trattato a causa della sua sconfitta nella III Guerra d’Indipendenza italiana. Il processo di unificazione monetaria tedesca viene coronato nel 1871 con la fondazione del Reich e l’adozione del marco oro e quindi del monometallismo e la messa fuori corso delle valute regionali nel 1876.

L’Unione Monetaria Scandinava  tra il 1873 e il 1931 è forse, nell’ottica di una anticipazione dell’Euro, l’esperienza più interessante, anche se bisogna tenere conto che essa è fortemente influenzata dalle forti affinità tra i paesi membri, Danimarca, Norvegia e Svezia, che consentono loro di spingersi oltre l’Unione Monetaria Latina nel processo di integrazione monetaria. Da un punto di vista materiale l’elemento di novità in questo caso  è rappresentato dalla libera circolazione tra i tre Stati non solo della moneta ma anche delle banconote. Su un piano più politico e amministrativo, il processo di unificazione monetaria ha profonde analogie con l’euro, nel senso che si basa sulla sottoscrizione di trattati, con un sistema di ratifica inizialmente reso complicato dai timori norvegesi di un’eccessiva egemonia politica della Svezia e di una relativa ‘cessione di sovranità’ a favore degli organismi di controllo rappresentati dalle singole banche centrali. Attraverso l’adozione di un unico sistema monetario, si esprimevano anche le spinte politiche del movimento nazionalista scandinavo a favore di una integrazione sempre maggiore tra i paesi dell’Unione. La natura fortemente orientata all’esportazione dei tre paesi scandinavi fa sì che lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, malgrado nessuno dei paesi coinvolti partecipi direttamente al conflitto, abbia ripercussioni particolarmente pesanti sulle rispettive economie nazionali. A questi contraccolpi, a cui si aggiunge la crisi mondiale del 1929, l’unione monetaria non riesce a sopravvivere.

In condizioni storiche completamente diverse l’attuale unione monetaria europea sotto il segno dell’euro vive anch’essa un momento difficile. Se è certamente la crisi economica il fattore principale che mette a rischio questa costruzione e, in particolare, la crisi dei debiti sovrani, cioè pubblici, che ciascun Paese ha dovuto far crescere a dismisura per ripianare il debito privato accumulato dalle banche nelle loro speculazioni finanziarie (la cifra ormai si aggira intorno ai 4.500 miliardi di euro), è tuttavia la politica che ne determinerà l’esito. Il ruolo dei cosiddetti paesi ‘forti’ e votati all’esportazione rispetto ai paesi più in difficoltà nella fascia meridionale perché tradizionalmente legati all’espansione interna e al mercato domestico; la necessità di una cessione di sovranità di ciascun paese verso le istituzioni centrali europee, che deve fare i conti con la debolezza degli attuali sistemi politici preda di una generale crisi della rappresentanza; le spinte nazionalistiche che riemergono nei singoli confini come reazione e canale di espressione politica di interessi locali minacciati dai provvedimenti dei tecnocrati europei; questi sembrano gli ostacoli principali al disegno di un’Europa definitivamente unita, non solo sotto il marchio di una banconota e il coordinamento di operazioni militari di contenimento o di aggressione come in Libia. Nell’attesa, crediamo ormai non più indefinita, che scendano in campo le forze sociali che più di tutte stanno pagando il conto economico e sociale, nei termini di una condizione di esistenza sempre più precaria su tutti i fronti, di questa costruzione diplomatica e finanziaria e che, ne trattiamo più diffusamente in altri articoli, hanno il compito di imporre le loro priorità e i loro interessi nei propri paesi e in tutta Europa. Aggiornando e rivitalizzando una coscienza internazionalista del conflitto e dello scontro di classe che, anche questa, è patrimonio comune della parte migliore dell’elaborazione e della storia del movimento operaio europeo.

1La distruzione di ricchezza e quindi, in termini marxisti, di lavoro sociale operata dall’attuale crisi economica globale ha raggiunto cifre colossali. Essa dimostra una volta di più il carattere intrinsecamente instabile e anarchico del sistema capitalistico e del modo di produzione capitalistico. Tuttavia, mai come in questi giorni la parola ‘stabilità’ ricorre nel linguaggio politico ed economico come esigenza primaria. Non è un caso. Gli imprenditori (i capitalisti), in un quadro di competizione sempre più feroce e globale, in cui i moderni metodi di produzione e commercializzazione delle merci riducono i margini di profitto, aumentano i fattori di rischio e ne dilatano i tempi di realizzo, sono alla ricerca spasmodica di stabilità nei vari fattori produttivi. Il fattore costo del lavoro è in Europa da tempo oggetto di una forte ‘stabilizzazione’ attraverso una politica contrattuale che ne ha sostanzialmente bloccato la crescita da più di un decennio. Allo stesso modo, poiché è di vitale importanza per gli imprenditori poter programmare i futuri margini di profitto, l’elemento del prezzo sia delle materie che dei servizi (trasporti, tariffe, ecc.) e quindi dello stesso prodotto finito, è necessariamente un altro fattore la cui stabilità riveste un’importanza decisiva. La richiesta ossessiva ai governi e alle autorità monetarie di tenere sotto controllo l’inflazione e quindi i prezzi, da parte degli imprenditori non ha nulla a che vedere con un presunto ‘interesse comune’ (molti economisti valutano, al contrario, che i settori salariati e più deboli poco abbiano da rimetterci  rispetto ad un’inflazione moderatamente alta che comporti una crescita anche delle retribuzioni), ma risponde a un preciso interesse di classe rispetto all’esigenza di programmazione del profitto.

2Le cause dell’inflazione, cioè della tendenza nel tempo all’aumento dei prezzi dei beni e dei servizi, sono un argomento di dibattito permanente e mai risolto tra varie scuole di pensiero economico. In questa sede, riferendosi all’inflazione monetaria, si intende un meccanismo, spesso adottato nella storia sin dalla comparsa della moneta, in cui sostanzialmente per aumentare la ricchezza individuale e diffusa le autorità monetarie hanno coniato e messo in circolazione una quantità di moneta superiore alla riserva di metallo prezioso (oro o argento) in loro possesso. Un esempio tipico di inflazione monetaria è l’incremento dei prezzi avvenuto in Europa a seguito della scoperta delle Americhe ed il conseguente afflusso di oro e argento nelle casse degli Stati coloniali. L’aumento della produzione di moneta (inflazione di moneta) determina una perdita di valore (svalutazione) della stessa, poiché per l’acquisto dello stesso bene, è necessaria una maggiore quantità di monete. Attualmente, la Banca Centrale Europea è spesso criticata per la rigidità con cui cerca di ‘raffreddare’ l’inflazione monetaria attraverso un rigido controllo sulla quantità di denaro circolante. Molti autorevoli economisti invocano una maggiore emissione di moneta per rendere un po’ più ricchi i cittadini europei e quindi determinare una ripresa dei consumi, sia pure a prezzo di una moderata crescita dei prezzi.