La sinistra e il cretinismo parlamentare

Caccia al seggio…?! La sinistra e il cretinismo parlamentare

Il 22 Gennaio 1882 il Parlamento italiano varò una riforma elettorale che ampliò gli aventi diritto al voto portandoli da poco più di 600mila a oltre due milioni, il 7% della popolazione. Come conseguenza alle successive elezioni del 22 ottobre dello stesso anno, nelle quali si registrò la più alta affluenza mai raggiunta fino ad allora, per la prima volta entrarono in Parlamento esponenti del nascente movimento operaio o di quei ceti popolari precedentemente esclusi dalla rappresentanza parlamentare.  Risultarono eletti il primo esponente socialista, Andrea Costa e i primi operai, il milanese Antonio Maffi e il romano Francesco Coccapieller, personaggi con biografie e percorsi molto diversi tra loro, ma che qui ricordiamo non per illustrarne le gesta ormai lontane, ma come punto di partenza per una riflessione sulla tentazione ricorrente e viva a sinistra, anche nelle ultime tornate elettorali di affidare le sorti di movimenti sociali ed esperienze di lotta alla rappresentanza nelle istituzioni.

Possiamo facilmente immaginare il carico di attese, illusioni, speranze che accompagnarono le elezioni dei personaggi sopra menzionati, pionieri di un movimento che nei decenni successivi porterà nelle istituzioni e nelle assemblee rappresentative  migliaia di eletti. Meno comprensibile è la pervicacia con cui, in anni segnati da una profonda sconfitta del movimento operaio, si prosegue su questa via prescindendo totalmente da un bilancio delle recenti esperienze. L’idea che lo sbarco nelle istituzioni sia necessario, ‘per portare finalmente la voce dei movimenti e delle lotte nelle aule sorde e insensibili alle istanze provenienti dal basso’ (così dicono) andrebbe infatti giudicata alla luce degli odierni rapporti di forza, per poterne valutare la reale efficacia e la capacità di incidere realmente sui processi decisionali. Troppo spesso infatti tale sbarco viene considerato non uno degli strumenti a disposizione di un’organizzazione politica, ma la scorciatoia per evitare di affrontare il problema del radicamento sociale e della oggettiva difficoltà di costruire iniziative durature a causa di una congiuntura estremamente sfavorevole. In compenso la discussione sull’opportunità o meno di concorrere in una tornata elettorale e sulle ‘alleanze’ comporta sovente profonde spaccature tra chi pone al centro queste questioni e chi teme invece, spesso a ragione, che ciò comporti uno snaturamento ed un depotenziamento dell’interesse verso la lotta, oltreché l’esposizione a pressioni spesso fatali per strutture magari grandi, ma sovente gracili e già frutto di faticosi e precari equilibri raggiunti tra differenti ‘sensibilità’ politiche. Figuriamoci poi per singoli individui.

Curiosamente, ad esempio, si trascura il fatto che l’ingresso nelle istituzioni comporta la responsabilità di esprimersi su un numero di materie potenzialmente illimitato, materie spesso estremamente delicate e purtroppo talvolta in grado di far sorgere o accentuare contraddizioni o peggio profonde spaccature. Il sogno un po’ ingenuo di un impegno limitato agli ambiti del proprio perimetro di provenienza o, ancor più illusoriamente, capace di schiudere finalmente l’accesso a documenti segreti, riservati, abilmente celati alla pubblica opinione, si infrange spesso contro la dura realtà dei fatti.  Peggio ancora ovviamente quando non ci si limita alla partecipazione alla discussione nelle assemblee elettive, ma si tenta l’ingresso nella ‘stanza dei bottoni’ di un governo, sia esso locale o nazionale. Su questo il bilancio delle esperienze vissute dalla cosiddetta sinistra radicale in questi ultimi anni vale più di qualunque analisi, vista l’eccezionale combinarsi di un numero minimo di risultati conseguiti col massimo danno procurato dalle scelte elettoralistiche (e governiste) a queste organizzazioni e ai loro militanti. Passare brevemente in rassegna alcune esperienze reali, può aiutare a un giudizio sul valore oggettivo e i limiti dell’impegno istituzionale  in questa fase politica.

La pasionaria degli emendamenti

Partiamo dall’esperienza di Mara Malavenda, eletta nelle fila di Rifondazione Comunista alle elezioni del 21 Aprile  1996 ed espulsa da Fausto Bertinotti appena 20 giorni dopo, per non aver concesso la fiducia al primo governo Prodi. Malavenda era ed è tuttora una militante e dirigente dell’organizzazione sindacale di base Slai Cobas, fortemente radicata in particolare all’Alfa Romeo (poi FIAT) di Arese e Pomigliano, protagonista di lotte e mobilitazioni importanti contro la svendita dell’Alfa e le pesanti ristrutturazioni operate dall’Azienda. Malavenda portò in Parlamento questa esperienza, aderendo al Gruppo misto dopo l’espulsione dal PRC e costituendo i ‘Cobas per l’autorganizzazione’. Di quella legislatura fu sicuramente protagonista per l’infaticabile attivismo in aula e le numerose iniziative anche eclatanti (come l’occupazione dell’ufficio del Presidente del Consiglio Prodi), che le diedero una certa notorietà. Fu instancabile presentatrice di emendamenti – oltre 100mila (!!) – alla Finanziaria del 1999, quasi 2mila al famigerato Pacchetto Treu, 30mila ai provvedimenti varati dalla commissione Bicamerale per le Riforme ecc. Nulla dunque si può eccepire sull’impegno e sulla coerenza personale di questa compagna, che peraltro, cessata l’esperienza parlamentare, tornò in fabbrica e continua tutt’oggi la propria militanza nel sindacato di base. Ma quali furono i risultati concreti di questa scelta di entrare nelle istituzioni?  La mole enorme di emendamenti presentati, spesso con finalità puramente ostruzionistiche, risulta in larghissima parte non ammessa alla discussione e in ogni caso inesorabilmente respinta al momento del voto. Delle numerose proposte di legge presentate nessuna purtroppo è mai stata approvata. Presentatasi nella lista dello Slai Cobas alle europee del 1999, quindi nel periodo di maggiore visibilità in quanto parlamentare, Malavenda raccolse poco più di 300 preferenze sui circa 4500 voti complessivi della lista. Né sembra che l’esperienza parlamentare abbia favorito più di tanto lo Slai Cobas, presente in importanti realtà di lotta, ma con un radicamento sempre limitato e settoriale.

Il superstite della Thyssen

Ben diversa, per il tragico contesto in cui nasce, è invece la vicenda della candidatura di Antonio Boccuzzi alle elezioni del 2008.  Boccuzzi è un operaio, un sindacalista della UILM, ma soprattutto è l’unico superstite della strage della Thyssen Krupp di Torino, dove persero la vita sette suoi colleghi per gli effetti delle gravissime mancanze dell’Azienda in materia di sicurezza. Il senso della sua candidatura sta in questa dichiarazione che rilascia alla stampa e che suona peraltro come una sorta di excusatio non petita: ‘La scelta di Veltroni di candidarmi dimostra che quello del PD è un progetto serio, in cui l’operaio ha un ruolo attivo e il mondo del lavoro è al centro. Io non volevo che il mio nome fosse uno specchietto per le allodole, da usare per attirare voti’. Il primo a metterlo in guardia dal rischio di strumentalizzazione è un suo collega, nonché competitore elettorale nelle fila dei Comunisti italiani. Forse il suo è un giudizio interessato, vista la concorrenza, ma centra perfettamente il punto quando dichiara ‘io farò campagna elettorale contro il PD perché (…) insieme con gli amici di Montezemolo candida Antonio, strumentalizzando i morti della Thyssen’. Effettivamente la candidatura di Boccuzzi è grave, perché si rivela funzionale unicamente al progetto del candidato premier Veltroni, progetto ben riassunto da quello che la satira trasformò in un vero e proprio tormentone, il ‘ma anche’, un posizionamento dichiaratamente interclassista (coi lavoratori, ‘ma anche’, appunto con l’impresa) e di rimozione definitiva di quel poco che rimaneva della eredità di sinistra del PD.  Gli amici di Montezemolo nella lista del PD, accanto al povero Boccuzzi, ci sono eccome: a partire da Massimo Calearo, noto per essere annoverato tra i falchi di Confindustria, che ovviamente, una volta eletto volterà le spalle al suo mentore Veltroni fondando, insieme a Scilipoti, il gruppo dei ‘responsabili’ e schierandosi con Berlusconi. E’ peraltro interessante segnalare che Boccuzzi, ovviamente molto attivo sul fronte delle iniziative parlamentari sulla sicurezza sul lavoro, vota invece a favore dei provvedimenti del governo Monti su pensioni e riforma del lavoro, inclusa la cancellazione dell’articolo 18. Evidentemente la ‘centralità del lavoro’ per lui è un concetto molto soggettivo.

Dall’antagonismo a Montecitorio

Alle politiche del 2006 approdano in Parlamento nelle file di Rifondazione Comunista due noti esponenti dell’area ‘antagonista’. Daniele Farina, storica voce del centro sociale milanese Leoncavallo, e Francesco Caruso, leader no global e protagonista delle giornate di Genova. Farina in realtà nelle istituzioni si è già accomodato da un pezzo, essendo da cinque anni consigliere comunale, eletto nelle liste del PRC ma come indipendente, a Milano. E’ l’elezione di Caruso che, oltre a provocare fiumi di parole e vacue polemiche per ‘l’ingresso degli estremisti in Parlamento’, corona anche simbolicamente un percorso e una strategia dell’allora segretario Bertinotti di strumentale ‘apertura ai movimenti’, spregiudicatamente utilizzata per riaccreditarsi al tavolo del centrosinistra e del nuovo governo Prodi, come soggetto in grado di incanalare l’antagonismo nell’alveo delle istituzioni. I risultati dell’azione e della attività parlamentare dei due sono quanto mai deludenti. A Caruso, certo, va dato atto di essere stato uno dei dissidenti che alla Camera (dove però il centrosinistra disponeva di una larga maggioranza) votano contro il rifinanziamento delle missioni militari, ma la sua permanenza a Montecitorio viene ricordata più che altro per aver definito Biagi e Treu assassini. Farina dimostra invece maggiore capacità di adattamento, diventando vicepresidente della Commissione Giustizia della Camera. Non stupisce sapere che oggi ricopre un ruolo di rilievo all’interno di SEL a Milano, tanto da essere stato rieletto in Parlamento nella recente tornata elettorale.

Questa breve rassegna di esperienze parlamentari, al di là delle notevoli differenze nello spessore, nella credibilità e nella serietà dei diversi personaggi, dimostra che ben pochi, se non nulli, sono stati i benefici maturati negli ambiti di riferimento degli eletti, mentre è prevalsa la strumentalizzazione o la manifesta inadeguatezza al compito, anche per l’evidente sproporzione di forze. Spesso prevale la sensazione cioè che l’effetto scorciatoia rappresentato dall’elezione in un’assemblea elettiva vada a scapito del faticoso lavoro quotidiano di radicamento tra i lavoratori o nei movimenti di lotta. Soprattutto sembra che ci si dimentichi o si ignori totalmente di quali interessi sia espressione un’assemblea elettiva come il Parlamento italiano. Può essere utile dare uno sguardo alle statistiche parlamentari per capire meglio la sua composizione sociale. La XVI Legislatura, conclusasi prima di quest’ultima tornata elettorale, vedeva seduti nei banchi di Montecitorio 4 operai e 30 impiegati a fronte di 84 avvocati, 82 dirigenti , 74 imprenditori e 44 docenti universitari. Ben poco peraltro sembra essere cambiato dopo il voto del 25 febbraio 2013, nonostante il preteso rinnovamento generazionale che si sarebbe verificato con l’ingresso di molti volti nuovi, portati soprattutto dal MoVimento 5 Stelle. In realtà alla Camera dei Deputati continuano a dominare gli avvocati (75, la maggior parte peraltro eletti nelle file del Partito Democratico), calano leggermente gli imprenditori (ma complessivamente, tra Camera e Senato, sono solo 15 in meno rispetto alla precedente legislatura) e i docenti universitari (33), ma restano una presenza residuale gli operai (4, tra cui Boccuzzi, forse premiato per la sua fedeltà al governo Monti) mentre crescono gli impiegati (70). Una composizione che spiega quale orientamento possa assumere un simile consesso e quanto vani siano gli sforzi di ‘condizionarlo’. Altro elemento da considerare è quello delle procedure parlamentari e degli indirizzi assunti in questi ultimi anni in materia di legiferazione. Senza addentrarsi in tecnicismi è evidente che il meccanismo della doppia lettura parlamentare (essendo ancora in regime di bicameralismo perfetto) e la tendenza bipartisan  allo strumento del decreto legge e al voto di fiducia hanno ridotto il Parlamento a un organismo di ratifica delle scelte del Governo, sempre meno titolare di un’autonoma attività legislativa, rendendo dunque assai improbabile che un’ iniziativa di singoli parlamentari vada in porto.

La recente, infelice esperienza di Rivoluzione Civile conferma tuttavia ancora una volta che la sinistra non si rassegna. In nome della necessità di una rappresentanza parlamentare ha concepito in provetta questa creatura, che ha avuto fra i tanti demeriti quello di ‘bruciare’ la discussione sulla ricostruzione di un nuovo soggetto politico a sinistra (si pensi all’interesse suscitato dall’appello Cambiare si può, imponendo una scelta elettorale rivelatasi fallimentare. Un fallimento annunciato, nonché l’ennesimo tentativo di coprire le proprie vergogne – perdita di credibilità dovuta a scelte passate e mancanza di radicamento nei luoghi di lavoro e nelle lotte – sotto la foglia di fico di un nome di ‘presunto’ prestigio. Prendere parte alle elezioni e avere dei parlamentari è un modo per parlare ai lavoratori, non per cambiare il mondo. Se invece diventa l’unica ragion d’essere (e l’unico mezzo di sussistenza) di un partito o di un movimento, l’illusione che esisti se sei in Parlamento e non il contrario, tanto più nelle condizioni concrete e coi rapporti di forza attuali, allora rappresenta la strada più breve verso il disastro.

Infine sulla questione oggi tanto dibattuta del numero dei parlamentari. Innanzitutto è chiaro che qualche centinaio di parlamentari in più o in meno non incide sul bilancio di un paese come l’Italia. Il numero dei parlamentari è un fatto tecnico: possono essere centro o mille, anche se, con una legge elettorale maggioritaria con sbarramento, ridurre il numero dei parlamentari significa sancire il dominio incontrastato dei grandi partiti. Ma il punto è un altro: se i parlamentari ‘rappresentano’ il cittadino comune, devono sperimentare sulla propria pelle le conseguenze di ciò che votano in aula e ciò è possibile solo se vivono condizioni di vita analoghe a quelle di un comune cittadino, a partire dal reddito. D’altra parte se guadagnassero 2mila euro al mese risparmieremmo ben più che dimezzandone il numero. Cosa che anche la sinistra si guarda dal dire.

 (tratto da ControCorrente #1- Maggio 2013)