La sinistra italiana ed il nodo irrisolto dello stato

(tratto da Controcorrente 05/2013)

Dopo lo tsunamiLa sinistra italiana e il nodo irrisolto dello Stato

Costui che spadroneggia su di voi non ha che due occhi, due mani, un corpo e niente di più di quanto possiede l’ultimo abitante di tutte le vostre città. Ciò che ha in più è la libertà di mano che gli lasciate nel fare oppressione su di voi fino ad annientarvi. Da dove ha potuto prendere tanti occhi per spiarvi se non glieli avete prestati voi? Come può avere tante mani per prendervi se non è da voi che le ha ricevute? E i piedi coi quali calpesta le vostre città non sono forse i vostri? Come fa ad avere potere su di voi senza che voi stessi vi prestiate al gioco? E come oserebbe balzarvi addosso se non fosse già d’accordo con voi? Che male potrebbe farvi se non foste complici del brigante che vi deruba, dell’assassino che vi uccide, se insomma non foste traditori di voi stessi?” Etienne de la Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, 1552

Le recenti vicende elettorali sono state un terremoto per la sinistra italiana. Edifici creduti grandi e solidi, come il PD, sono praticamente inagibili e palazzine in condominio, come Rivoluzione civile, sono fragorosamente crollate. E, come spesso accade in questi casi, mentre i superstiti maledicono gli eventi naturali o improbabili attentati, tra le macerie, spuntano fondamenta lesionate da anni o mal costruite; vere cause della tragedia. Fuori di metafora, lo tsunami di Grillo non ha nessuna responsabilità: la sinistra si stava già alacremente scavando la fossa quando il comico genovese non aveva ancora lasciato i palcoscenici dei teatri per i palchi dei comizi e quando Lehman Brothers era solo una banca americana sconosciuta ai più. Ed è patetico che autorevoli dirigenti o militanti di lungo corso vadano oggi cercando i motivi della sconfitta nella scarsa telegenicità di Ingroia piuttosto che nell’immaturità del popolo italiano, mentre farebbero meglio a riconsiderare criticamente il percorso delle loro organizzazioni in questi ultimi decenni e le basi teoriche sulle quali sono state costruite, perché lì sono le vere origini della sconfitta.

Non si tratta di fare i grilli parlanti, tirandoci fuori da una storia che, per quanto su posizioni critiche, ci ha visto partecipi e protagonisti, ma di ritrovare il bandolo della matassa per ricostruire una posizione autonoma di classe in Italia, contrapposta socialmente, prima ancora che politicamente, a tutte le scelte che la borghesia italiana ed Europea sta mettendo in campo.

La natura di classe dello Stato

Uno dei punti fondamentali che occorre affrontare a questo riguardo è quello della natura dello Stato e delle sue istituzioni. Partiamo da una considerazione non nuova ma difficilmente contestabile: viviamo in una società divisa in classi sociali. Ognuno di noi trae i mezzi per vivere e riprodursi in base alla sua condizione sociale: chi vende il suo tempo e le sue capacità per produrre merci e chi partecipa alla suddivisione dei profitti ottenuti da merci prodotte da altri. La grande borghesia, che domina questa società e che, crisi o non crisi, accumula immensi profitti, ha un certo tornaconto a nascondere questa imbarazzante realtà e spesso ci riesce, ma la divisione in classi resta la chiave di volta su cui si regge tutto il sistema. In altre parole: non esistono istituzioni, regole e apparati senza una precisa connotazione di classe. Per questo la critica e la conseguente battaglia sociale e politica contro i meccanismi dello sfruttamento capitalista, non possono essere separate da quelle contro le sovrastrutture, nazionali e internazionali, che il capitalismo produce perché funzionali alla sua sopravvivenza. In una società divisa in classi, costituzioni, leggi, sistemi elettorali, apparati burocratici e militari, non sono elementi neutri, ma strumenti che le classi dominanti utilizzano per gestire i rapporti di forza con le classi dominate. Un dominio che si esercita con la forza, ma anche con il controllo e il coinvolgimento degli stessi dominati, come aveva profeticamente capito il giovane Etienne de la Boétie quasi cinquecento anni or sono. In questa situazione, le azioni della lotta di classe e i rapporti di forza che essa determina, agiscono sugli apparati dello Stato, creando contraddizioni al loro interno. Inoltre, i mutamenti delle esigenze del capitale – particolarmente rapidi in tempi di crisi economica, quando la concorrenza tra gli imperialismi si fa più dura – si scontrano con l’inerzia di conservazione propria di ogni apparato, provocando tensioni e squilibri. È con questa chiave di lettura che vanno interpretate le campagne contro la casta dei politici, l’allarmismo sui ‘giudizi dell’Europa’ e gli imperativi sulla ‘governabilità’ e sulla necessità di ‘riforme’, che i grandi giornali e i network  televisivi – tutti espressioni, a vario titolo, di concentrazioni capitalistiche – stanno facendo in questi anni. Il capitale, incalzato dalla crisi, trova intollerabile il peso di un apparato che, in tempi non lontani, gli era stato prezioso e cerca, con tutti i mezzi, di adeguarlo alle sue esigenze. Come diceva lo scaltro opportunista Tancredi ne Il Gattopardo: ‘Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi’…

Ma, a sinistra, la neutralità delle istituzioni repubblicane è diventata oggi un dogma. Un esempio tra tanti è quello del culto della Costituzione, parola non pronunciabile se non immediatamente seguita dalla perentoria affermazione ‘la più bella del mondo’ o da altre di simile contenuto. Allo stesso modo il Presidente della Repubblica è posto di sopra dello scontro, fingendo di non vedere il ruolo sempre più politico e di parte (dalla parte della grande finanza, ovviamente) che ha svolto Napolitano nel corso  della crisi economica e politica d’accordo con Merkel, Draghi&C. In continuità, del resto, con quanto avevano fatto prima di lui il banchiere Ciampi e il magistrato Scalfaro. Tutto ciò s’inserisce in un’accettazione pressoché unanime di tutto il ciarpame retorico e patriottardo ritornato in auge negli ultimi decenni e di cui le celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia sono state un indigesto esempio. Nel momento in cui il vento della crisi rivela sempre di più, agli occhi di milioni di lavoratori, la natura di classe dello Stato e la subordinazione delle sue istituzioni agli interessi del grande capitale internazionale, la sinistra, invece di strapparsi dagli occhi gli ultimi brandelli di una benda ormai lacera… si strappa le vesti! È la fiaba del Re che è nudo, ma al contrario.

Le origini storiche della subordinazione alle istituzioni borghesi

Questa istituzionalizzazione della sinistra ha una storia lunga e articolata. Da un lato è un’eredità del riformismo storico pre e post fascista, che fece della presenza nelle istituzioni, del trasformismo politico e della conseguente subordinazione agli interessi del proprio imperialismo, il centro della sua azione, e, nei confronti del quale, molta sinistra italiana ha più debiti di quanto sia disposta ad ammettere. Dall’altro s’intreccia con la vicenda del Partito Comunista Italiano, dato il suo ruolo politico e culturale egemone nel movimento operaio italiano del secondo dopoguerra. La sua origine va collocata nel drammatico processo di affermazione dello stalinismo nel movimento comunista internazionale. Nel 1935, dopo la disastrosa sconfitta che portò Hitler al potere in Germania, l’Internazionale Comunista fece una svolta di centottanta gradi: dalla linea del ‘social fascismo’, che metteva sullo stesso piano, come agenti dell’imperialismo, nazismo e socialdemocrazia, passò a quella dei ‘fronti popolari’, adottata al VII Congresso (luglio-agosto 1935). In pratica, al fine di combattere il fascismo (oramai vincitore, anche grazie alla scellerata linea seguita dagli stalinisti in precedenza), definito dal XIII Plenum della Internazionale Comunista: ‘Una dittatura terrorista aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti, più imperialisti del capitale finanziario’, i partiti comunisti dovevano ricercare un’alleanza stabile con le formazioni borghesi, rappresentanti politiche dei restanti settori capitalistici, anche a costo di abbandonare qualsiasi autonomia e rivendicazione di classe. Tale alleanza, che, pur diligentemente praticata in Spagna, non impedì la vittoria di Franco, di fatto era una subordinazione, poiché la borghesia teneva saldamente in mano le leve del potere, e aveva come corollario l’accettazione del quadro istituzionale borghese, che diventava certo modificabile ma non più sovvertibile. Si ripeteva, insomma, su scala allargata ciò che, nella prefazione al suo celebre opuscolo Stato e rivoluzione, Lenin rimproverava ai dirigenti opportunisti che avevano condotto il movimento operaio nella catastrofe della I Guerra mondiale: subordinarsi alla ‘propria’ borghesia nazionale significa inevitabilmente subordinarsi al ‘proprio’ Stato. In questo contesto il socialismo cessava di essere un obiettivo da raggiungere dalla condizione immediata, per trasformarsi in un miraggio sempre più evanescente. In futuro sarebbe diventata solo l’etichetta per definire l’URSS e i suoi satelliti, completata dall’aggettivo ‘reale’ che, in tale situazione, assumeva una tinta particolarmente fosca. Ed è una delle innumerevoli ironie della storia, il fatto che l’ispiratore di questa concezione, Iosif Stalin, sia oggi così maltrattato dai media e non abbia monumenti nelle ‘piazze Affari’ di tutto il mondo come il maggior benefattore del capitale internazionale nella storia del ‘900.

Le giustificazioni di questa sudditanza alle borghesie e ai loro Stati sono cambiate nel corso dei decenni: se negli anni ’30 occorreva lottare contro il fascismo, nell’immediato dopoguerra bisognava ricostruire l’economia. Poi, nell’Italia della seconda metà degli anni ’70, c’erano da fare i sacrifici per parare il colpo della crisi petrolifera, fino ad arrivare ai nostri giorni con l’appoggio del PD (e, implicitamente, di SEL) al governo Monti in nome dell’Europa. Come si vede, le situazioni cambiano e i motivi sono eterogenei, ma rimane costante la subordinazione alle esigenze, storiche e contingenti, della borghesia, prima tra le quali la difesa dei propri profitti.

La Costituzione

In questa situazione vanno inseriti l’elaborazione e l’approvazione della Costituzione della Repubblica Italiana nel 1948. Il paese era uscito disastrato dal conflitto e dal fascismo, ma aveva visto, a guerra ancora in corso, il crescere di un movimento di massa che lottava per una radicale rottura con il passato. Al nord, insieme alla Resistenza armata contro il nazifascismo, erano riprese le lotte di fabbrica, mentre al sud, ancora prevalentemente agricolo, era nato un forte movimento per la riforma agraria. In generale si assisteva a una diffusa e accesa adesione popolare alla vita politica, testimoniata dall’altissima partecipazione alle elezioni ma, soprattutto, dalla crescita dei partiti di massa e del sindacato. Il padronato italiano si trovava stretto tra due improrogabili esigenze: riprendere saldamente il controllo sull’apparato produttivo, piegando la resistenza dei lavoratori, e far dimenticare il fruttuoso rapporto di reciproco interesse che per oltre vent’anni lo aveva legato al defunto regime. Sul piano internazionale l’Italia, ancora occupata dagli angloamericani, si trovava nell’area d’influenza occidentale definita dagli accordi di Yalta, alla frontiera con il futuro blocco dell’Est e con un partito filosovietico numeroso, radicato socialmente e forte del prestigio conquistato per il suo ruolo nella lotta partigiana. Gli angloamericani e l’URSS iniziavano a fronteggiarsi, ma non potevano né volevano rischiare una guerra civile incontrollabile come quella che stava avvenendo in Grecia.  Il rientro, nel territorio controllato dagli alleati, del massimo dirigente del PCI, Togliatti, una delle principali teste pensanti dell’Internazionale Comunista stalinizzata, fu il segnale di quella che passerà alla storia con il nome di ‘svolta di Salerno’: su ordine di Stalin il PCI accantonò la pregiudiziale antimonarchica, sostenne il governo Badoglio e, in seguito, entrò nei governi Bonomi, Parri e De Gasperi fino alla sua estromissione nel 1947.

I contenuti della Costituzione rappresentarono il punto d’equilibrio di questa situazione. Era necessario un documento fondativo della nuova Repubblica che marcasse la rottura non solo con il passato fascista, ma anche con quello monarchico; che affermasse contenuti sociali e civili in grado di riportare il paese al livello delle altre democrazie occidentali ma che, al contempo, garantisse i rapporti di proprietà capitalistici, il ruolo che la Chiesa cattolica, complice il fascismo, aveva ripreso nella vita politica italiana (art. 7) e la collocazione internazionale dell’Italia nel blocco occidentale. Il risultato corrispose a queste attese e fu condiviso da un’ampia maggioranza, composta di partiti e da uomini – i ‘padri costituenti’, che l’agiografia contemporanea descrive come illuminati semidei – che stavano già affilando i coltelli per una battaglia lunga e senza esclusione di colpi. La sua approvazione non rappresentò nessun avanzamento verso una società e un’economia socialiste, ma solo l’affermazione di principi destinati a rimanere in buona parte inattuati. Anzi, proprio mentre l’Assemblea Costituende stava discutendo, nel paese si recuperavano gli apparati amministrativi, militari ed economici del fascismo in previsione dell’imminente ‘guerra fredda’. Chi aveva sperato in rapporti sociali radicalmente diversi da quelli che avevano causato due conflitti mondiali nell’arco di trent’anni, stava andando incontro a una cocente delusione e la situazione materiale stava lì a dimostrarlo. Mentre la ‘Costituzione più bella e avanzata del mondo’ entrava in vigore, per i lavoratori iniziava un periodo durissimo: il loro livello di vita sarebbe rimasto a lungo sotto i livelli prebellici (li raggiungerà solo nel 1953) e gli scioperi e manifestazioni venivano affrontati dalla polizia a fucilate e raffiche di mitra. Il dato dei caduti è impressionante: solo nel 1949 vengono uccise, in manifestazioni di piazza, 27 persone (molte delle quali donne e adolescenti) e i feriti gravi sono 226; gli anni seguenti non sono migliori. Prende il via una realtà dissociata nella quale al divieto costituzionale di ricostruire il disciolto partito fascista, corrisponde il reintegro dei peggiori arnesi del regime nell’esercito, nella polizia e nella magistratura, da utilizzare in funzione antioperaia. Tutto ciò, mentre decine e decine di partigiani erano incarcerati e processati e migliaia di operai licenziati. Perché i padroni privati, rimessi alla testa delle aziende nonostante la loro collaborazione con il fascismo non furono da meno dello Stato nel reprimere i lavoratori. Alla FIAT di Valletta (il Marchionne dell’epoca), bastava rendersi disponibile come scrutatore della FIOM nelle elezioni della Commissione Interna per candidarsi al licenziamento.

È però sul piano istituzionale che la Costituzione si rivelò uno strumento in grado di garantire a lungo la stabilità politica di cui il capitalismo italiano aveva bisogno. Il bilanciamento dei poteri tra le istituzioni, con un Presidente della Repubblica, eletto dal potere legislativo, che è garante costituzionale e affida l’incarico a un capo dell’esecutivo che, a sua volta, deve essere legittimato dalle camere, proprio grazie alla sua complicazione, sviluppò una precaria stabilità nella quale i governi cambiavano spesso, ma la loro composizione rimaneva sostanzialmente immutata. Ciò permise alla Democrazia Cristiana e ai suoi partitini satelliti di restare saldamente al potere per oltre trent’anni, caso unico nelle democrazie borghesi europee, creando un solido potere clientelare che rafforzava ulteriormente la stabilità istituzionale. Inoltre, la costituzione materiale del paese, che si sviluppò a partire e accanto a quella formale, affidò al sindacato la funzione di fatto di ‘terza camera’ extra istituzionale. La CGIL, ricostruita con il ‘patto di Roma’, il 3 giugno 1944, pur formalmente indipendente, era l’espressione sindacale dei tre principali partiti del CLN: PCI, DC e PSI. Le successive scissioni, conseguenze della ‘guerra fredda’, non modificarono il carattere politico del movimento sindacale italiano, che si sviluppò nel corso degli anni in stretta relazione e dipendenza dagli equilibri politici parlamentari, sino ad arrivare, nei primi anni ’90, alla concertazione, in altre parole alla trattativa trilaterale tra governo, sindacati e imprenditori, sui temi economici e sociali. Beninteso, i diritti costituzionali vanno salvaguardati perché sono comunque un’arma che i lavoratori possono usare per difendersi, ma ogni arma ha bisogno di un braccio che la brandisce e questo non può essere che la lotta dei lavoratori stessi.

Il parlamentarismo

C’è un altro aspetto che ha deformato negli anni la prospettiva della sinistra contribuendo pesantemente alla catastrofe attuale: l’elettoralismo. Mentre l’opportunismo filo borghese – va da sé – ha sempre messo la conquista dei seggi in parlamento in testa alle sue preoccupazioni; in campo rivoluzionario si è a lungo discusso sulla possibilità o meno di utilizzare anche le scadenze elettorali e la presenza in parlamento, per rafforzare le posizioni di classe. È una discussione secolare, perché è iniziata in pratica con la formazione del movimento operaio, e complessa, perché coinvolge aspetti strategici (la centralità o meno del parlamento nel sistema di potere capitalistico, il tipo di partito che si vuole costruire, ecc.) e tattici (la situazione contingente, il livello di coscienza dei lavoratori, ecc.). Ma, in ogni caso, l’eventuale partecipazione alle elezioni era comunque concepita come l’utilizzo di una tribuna dalla quale propagandare una concezione sociale completamente alternativa a quella della borghesia. In questa logica, il gruppo parlamentare era un mero strumento (non il più importante) del partito, distinto dalla direzione politica e subordinato a essa. Il suo compito era di utilizzare le contraddizioni della politica borghese, non solo contrastando le posizioni politiche dei partiti avversari, ma smontando gli stessi meccanismi elettorali e istituzionali per dimostrare gli inganni della sedicente ‘democrazia’ dei padroni, pur utilizzando gli spazi che questa poteva offrire. Corollario indispensabile a questa concezione era che un partito rivoluzionario doveva avere il proprio baricentro fuori dal parlamento, tra i lavoratori, soprattutto organizzandone i settori più coscienti e attivi e dirigendone le lotte in una prospettiva di rivoluzione sociale, nonostante gli ostacoli che la classe avversa metteva sulla sua strada. Tra gli esempi che la storia del movimento operaio ci offre a questo proposito è particolarmente indicativa la spettacolare crescita della social democrazia tedesca nel periodo a cavallo tra ‘800 e ‘900.

Il processo di unificazione dello Stato tedesco, diretto da Bismarck, si basava su un modello autoritario in grado di tenere le masse il più possibile fuori del parlamento e i settori liberali della borghesia sotto controllo.  A questo fine, nel 1878, il ‘cancelliere di ferro’ fece approvare una legge che metteva fuori legge tutte le organizzazioni socialdemocratiche permanenti e quasi tutti i sindacati, permettendo solo una limitata partecipazione alle elezioni. All’epoca la socialdemocrazia tedesca era un piccolo partito di 30mila aderenti, che raccoglieva circa 350mila voti e con una decina di parlamentari al Reichstag. I funzionari di partito furono espulsi dalle loro zone di residenza, dove l’organizzazione era radicata, verso territori dove questa non esisteva ancora, e ciò, contrariamente alle speranze del Cancelliere, permise l’espansione dell’organizzazione. La semiclandestinità cui era stata costretta la obbligò a creare un’efficiente rete organizzativa e una serie di organizzazioni collaterali in grado di intervenire su tutti gli aspetti della vita dei lavoratori. La pur limitata possibilità di partecipare alle elezioni portò al raddoppio dei voti in pochi anni, e, nel 1890, le leggi decaddero col tramontare della stella politica del loro promotore. Il risultato di questo lavoro, condotto con teutonica ostinazione, fu che, agli inizi del ‘900, la socialdemocrazia tedesca era diventata una macchina poderosa, con centinaia di migliaia di militanti, che raccoglieva oltre tre milioni di voti, aveva un gruppo parlamentare di 81 deputati, con associazioni collaterali che coprivano tutte le esigenze della vita operaia (dalla cultura allo sport alle vacanze) ed era in grado di pubblicare cinquanta giornali quotidiani, cinque settimanali e numerosissime riviste. Naturalmente questa espansione traeva la sua energia dalla crescita impetuosa dell’industria tedesca e, altrettanto naturalmente, la forza raggiunta non mise al riparo la socialdemocrazia da processi di degenerazione elettoralistica, burocratica e sciovinista, che portarono alla sua catastrofe nel 1914, con il voto a favore della guerra, conferma ufficiale della subalternità dei socialisti tedeschi al proprio imperialismo. Ciononostante resta un esempio di come, alla presenza di un movimento di massa e di una direzione adeguata, anche elementi penalizzanti come le leggi di Bismarck, non riescano a fare da freno trasformandosi, anzi, in elementi positivi. La storia non si fa con i se, ma è plausibile sostenere che, senza le leggi antisocialiste, forse il successo elettorale sarebbe arrivato più velocemente, ma la socialdemocrazia tedesca sarebbe stata più debole.

I sistemi elettorali

Data l’accettazione acritica delle istituzioni, il dibattito della sinistra italiana si è incentrato in questi ultimi decenni sui sistemi elettorali, complice anche un quadro politico uso a cambiare spesso sistema, per inseguire il fantasma della ‘governabilità’. Tali modifiche, va da sé, sono state fatte tutte nel senso di limitare sempre di più le possibilità che dalle urne escano sgradite sorprese: l’ideale perseguito è quello d’avere due soli partiti con un unico programma e con il governo Monti, ci sono andati vicini, anche se le sorprese sono ancora possibili come dimostra il successo del M5S. È vero che un sistema di tipo proporzionale è più rappresentativo di uno maggioritario e che l’orientarsi verso quest’ultimo è uno dei tanti sintomi d’involuzione delle forme democratico-borghesi in questi anni. Focalizzare il problema sulla forma però rischia di far perdere di vista la sostanza, che è il rapporto tra movimento di massa e istituzioni. Generalmente, nei periodi in cui il movimento cresce, funzionano meglio, per la borghesia, sistemi elettorali in grado di ingabbiarlo, drenandone la forza, anche a scapito dell’efficienza (vedi proporzionale), mentre in quelli in cui arretra le esigenze di rappresentanza tendono a venir meno a scapito di quelle dell’efficienza per la classe dominante (vedi maggioritario). Ma ci sono altri elementi di cui tenere conto.

Con l’avanzare del processo d’unificazione europea sempre più consistenti ‘quote di sovranità’ sono state spostate verso organismi sovranazionali, che fanno a meno della foglia di fico della legittimazione popolare. Le normative europee, accolte nelle costituzioni e leggi nazionali (vedi fiscal compact), hanno creato un ‘pilota automatico’ che, come sostiene il Governatore della BCE Mario Draghi è in grado di governare la politica economica italiana anche in assenza di un governo stabile. Si sta strutturando una sorta di ‘bonapartismo politico-finanziario’ europeo, che trae la sua legittimazione dai mercati azionari e dalle agenzie del rating piuttosto che dalle elezioni, secondo il principio che i cittadini votano ogni cinque anni, ma la borsa vota tutti i giorni. Il fatto che per diversi decenni il sistema adottato fosse quello proporzionale, non ha impedito alla DC di governare saldamente il paese per quarant’anni, basandosi su una ben dosata miscela di anticomunismo, richiamo confessionale, dirigismo economico e clientelismo. Il PCI, forte e socialmente ben radicato, è stato per decenni relegato all’opposizione, salvo un temporaneo appoggio esterno al governo all’inizio degli anni ‘80. Il suo peso dipendeva, più che dalla rappresentanza parlamentare, dal suo insediamento sociale e territoriale (le amministrazioni locali) e dal controllo della più grande confederazione sindacale: la CGIL.

La crisi dei grandi partiti di massa e la loro sostituzione con formazioni effimere e politicamente indefinite hanno trainato una crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni parlamentari. Questo processo ha subito una forte accelerazione con l’aggravarsi degli effetti della crisi economica sulla popolazione. Alle ultime elezioni gli astenuti o i votanti scheda bianca e nulla sono stati il 27,28% degli elettori aventi diritto per la Camera. Se a questi si sommano i tre milioni e 104mila immigrati regolari in età di voto che producono, pagano le tasse, ma non possono votare, si può concludere che circa un terzo dei potenziali elettori non ha voluto o potuto votare. Inoltre, tra chi ha scelto di votare, oltre il 25% l’ha fatto per un partito come il M5S che si è presentato – aldilà dei giudizi che si possono dare sul suo programma e sulla sua natura di classe – con una posizione chiaramente anti-istituzionale. Da tutto ciò si può concludere che oltre la metà degli elettori si considera – a vario titolo – non rappresentata da questo sistema. E ciò, non a causa del sistema elettorale in sé, ma perché le istituzioni non sono più in grado di dare risposte ai settori sociali colpiti dalla crisi, siano essi proletari o piccoli borghesi. Perché il vero nodo centrale non sono le elezioni che, nella migliore delle ipotesi, registrano in ritardo e in modo distorto, ciò che sta avvenendo nella società, ma ciò che si muove nella società reale. All’epoca della rivoluzione d’ottobre si diceva che i soldati, stanchi della guerra, ‘votavano con i piedi’: senza aspettare decisioni dall’alto che non arrivavano mai, voltavano le spalle al fronte cominciando a camminare verso casa. Anche oggi molti lavoratori hanno iniziato a ‘votare con i piedi’.

E ora?

Da un punto di vista di classe, diventa centrale quindi l’analisi critica dello Stato borghese, fatta riannodando il filo spezzato da decenni di collaborazione di classe, staliniana e socialdemocratica, e riprendendo gli esempi storici concreti di auto-organizzazione dei lavoratori. Uno di questi è la Comune di Parigi. Oggi tutti parlano di riduzione dei costi della politica e delle scandalose retribuzioni degli eletti nelle istituzioni, scoprendo l’acqua calda, ma, oltre centocinquanta anni or sono, prima che nascesse il bisnonno di Grillo, gli insorti della Comune di Parigi decretarono che gli eletti, revocabili in ogni momento, dovessero percepire un compenso pari alla paga di un operaio specializzato. Decisero che le amministrazioni fossero messe sotto il controllo di ‘comitati di vigilanza’ formati da lavoratori. E anche che la giustizia venisse amministrata da giudici elettivi, mentre oggi la sinistra tende spesso a ritenere sostitutivo della lotta rivolgersi a una magistratura che, per certi versi, è ancora ‘più casta’ della politica (anche il ricorso alla Corte Costituzionale in occasione dei referendum rientra in questo atteggiamento). A questo proposito va anche smascherata la menzogna dei diritti uguali per tutti. Come si può sostenere che un operaio, costretto a fare i turni per un salario di poco più di mille euro, abbia gli stessi diritti di un Berlusconi, di un Della Valle, di un De Benedetti? Certo, c’è la libertà di stampa, ma questa non distingue tra chi può fotocopiare al massimo una risma di volantini e chi è proprietario di diverse grandi testate giornalistiche o televisive. E chi dice che esiste veramente la libertà di riunione non ha mai provato a organizzarne una tra turnisti. Senza contare che anche i pochi diritti rimasti sono oggi messi in discussione, perché la loro esistenza è intollerabile per le esigenze del capitale. E senza contare infine che, ad avere questi diritti, è rimasta una minoranza di lavoratori, mentre la maggioranza è oggi composta di precari, immigrati e disoccupati privi di diritti, compreso quello sancito dall’articolo 4 della Costituzione: ‘La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto’.

La battaglia per la democrazia è quindi ancora fondamentale. Va però condotta a partire dalla condizione materiale dei lavoratori, tenendo presente due elementi. Da un lato gli obiettivi immediati, come il diritto alla rappresentanza sui luoghi di lavoro e quello di decidere sul proprio contratto collettivo di lavoro. Dall’altro il movimento reale dei lavoratori. Perché il termine democrazia ha un contenuto collettivo e dinamico. Il cittadino dell’Atene classica, discuteva con i suoi pari se proclamare la guerra o meno, sapendo che, se vincevano i si, sarebbe dovuto armarsi e combattere. Lo stesso, mutatis mutandis, vale anche per un operaio di fronte a uno sciopero. È da questo che occorre oggi ripartire.