Da Kyoto a Parigi: un nulla di fatto

Il 12 dicembre 2015, i 196 paesi partecipanti alla Conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici, hanno approvato all’unanimità un patto globale, chiamato Accordo di Parigi, per ridurre le emissioni dei gas a effetto serra, responsabili del riscaldamento globale. Nel documento ufficiale i membri dichiarano di volersi impegnare a ridurre la loro produzione di ossido di carbonio ‘il più presto possibile’ e di fare del loro meglio per mantenere il riscaldamento globale ‘ben al di sotto di 2° C’.

Il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius ha dichiarato che questo accordo è ‘ambizioso ed equilibrato’, si tratterebbe di una ‘svolta storica’ ​per l’obiettivo di ridurre il riscaldamento globale, seguito dal segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, che ha parlato di ‘testo storico’. Dopo vent’anni di negoziati, è infatti del 1997 il protocollo di Kyoto (primo accordo internazionale salva-clima sottoscritto da 35 paesi), per la prima i Paesi del mondo responsabili del 93% delle emissioni clima-alteranti, hanno sottoscritto l’impegno di intervenire per limitare il riscaldamento globale.

Sembrerebbe davvero trattarsi di una svolta nella coscienza dei governi nazionali sulle gravi conseguenze che uno sviluppo industriale incontrollato e finalizzato all’accumulo di capitale nel giro di poco tempo potrebbe produrre sull’intero pianeta. Tuttavia, non ci si deve entusiasmare troppo. Il perché lo spiegano numerose ONG, come Greenpeace, WWF, ActionAid e Oxfam, facendo notare come la natura dell’accordo siano ‘possibilista’, ma non risolutiva.

Infatti l’accordo diventerà giuridicamente vincolante solo dopo che almeno 55 paesi, che rappresentino insieme il 55% delle emissioni globali di gas serra, lo avranno firmato e adottato all’interno dei propri sistemi giuridici; il termine stabilito per questa tappa è il mese di aprile del 2017. Inoltre, è previsto un meccanismo per forzare un paese a impostare un obiettivo entro una data specifica, ma nessuna sanzione se l’obiettivo fissato non verrà soddisfatto; come unica ‘punizione’ il paese comparirà sulla lista dei paesi inadempienti. Questo di fatto significa dare ai paesi partecipanti un ampio margine per ignorare le raccomandazioni contenute nel documento.

Eppure sono tanti gli studi scientifici che sottolineano come il fenomeno del riscaldamento terrestre sia in continua accelerazione e quanto possano essere devastanti gli effetti sull’ambiente e sulla popolazione mondiale. La NASA e il Met Office Headley Centre britannico hanno fatto sapere che il 2015 è stato l’anno più caldo mai misurato dalla nascita della meteorologia moderna, cioè da 136 anni. Inoltre, secondo le previsioni dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) la temperatura terrestre potrebbe aumentare ulteriormente tra 1,4 e 5,8 °C nei prossimi decenni. Questo aumento comporterebbe il ritiro dei ghiacciai e lo scioglimento delle calotte polari con conseguente aumento del livello dei mari da due a sei metri, rallentamento o deviazione delle correnti oceaniche, acidificazione degli oceani, desertificazione, estinzione di specie animali e vegetali (uno studio prevede che se ne estingueranno dal 18% al 35% nei prossimi 40 anni).

Com’è evidente, la popolazione mondiale non è immune dalle conseguenze del cambiamento climatico; sempre secondo il rapporto dell’IPCC nel 2012 32,4 milioni di persone nel mondo sono state costrette ad abbandonare le loro abitazioni in conseguenza dei disastri naturali. E le previsioni per il futuro non sono di certo rosee: entro il 2050 si raggiungeranno tra i 200 e i 250 milioni di rifugiati ambientali.

Nonostante queste drammatiche prospettive, le istituzioni nazionali e internazionali sembrano reagire blandamente e senza convinzione. Da un lato perché i governi dei paesi più economicamente avanzati sono legati agli interessi delle grandi lobby che controllano la produzione e la distribuzione delle risorse energetiche e ancora pochi sono gli investimenti nella ricerca per lo sviluppo di energie rinnovabili e sistemi produttivi sostenibili, dall’altro i paesi in via di sviluppo, le cui economie crescono sulla base di una produzione altamente inquinante, non sono disposti a regalare le proprie fette di crescita e sviluppo capitalistico per ridurre le emissioni di gas serra.

Tra gli esempi di come le grandi aziende e corporazioni del settore energetico cerchino di influenzare le politiche nazionali e l’opinione pubblica sui temi legati all’inquinamento e al riscaldamento globale, uno dei più eclatanti è quello della ExxonMobil, di cui fa parte l’italiana Esso, che ha finanziato decine di organizzazioni, gruppi e ricercatori, elargendo, dal 1998 al 2005, 16 milioni di dollari per dimostrare che il riscaldamento terrestre non fosse causato dall’attività dell’uomo.

Come è già accaduto con il protocollo di Kyoto, che non ha ottenuto significativi risultati rispetto agli obiettivi proposti, anzi alcuni stati, tra cui gli USA, hanno aumentato le emissioni anziché ridurle; l’accordo di Parigi è destinato a fallire. Finché la società sarà organizzata sulla base dello sfruttamento delle risorse umane e ambientali per l’arricchimento di un ristrettissimo numero di persone, qualsiasi tentativo concreto di intervenire e influenzare la produzione industriale capitalistica non sortirà effetti.

L’unico modo per risolvere il problema ambientale è porre sotto il controllo della classe lavoratrice le maggiori compagnie e industrie attraverso la nazionalizzazione e la pianificazione democratica dell’economia. Finché la responsabilità di salvare l’umanità dal disastro ambientale sarà lasciata alla ‘buona coscienza’ delle grandi famiglie di industriali che gestiscono le attività produttive massicciamente inquinanti, nessun accordo o protocollo riuscirà ad invertire la catastrofica direzione degli eventi. Solo una società socialista basata sul potere del 99% della popolazione e sulla distribuzione equa e razionale della ricchezza prodotta potrà salvare l’umanità dalle catastrofi ambientali che il capitalismo produce sistematicamente.

Valeriya Parkhomenko