Etiopia crescita record ma si muore di fame

Per-Ãke Westerlund, Rattvisepartiet Socialisterna (CWI, Svezia)

L’Etiopia in questi anni ha vissuto forse la maggiore crescita economica nel mondo. In 6 anni il PIL, grazie all’adozione di un modello ‘cinese’, è raddoppiato crescendo a un ritmo dell’8-10% annuo. Cina e capitalismo occidentale sono fortemente esposti. Ne hanno beneficiato la dittatura che la governa, i suoi alleati e alcune multinazionali. Grandi aziende svedesi come Ericsson e H&M qui hanno un importante nuovo sbocco commerciale per i loro prodotti e allo stesso tempo un serbatoio di manodopera a basso costo. Il risultato è che se alcuni settori ne hanno ricavato qualche vantaggio, la stragrande maggioranza della popolazione, costituita da lavoratori e contadini poveri, ci ha guadagnato poco o nulla. Da novembre il paese è affetto da una carestia che potrebbe colpire 15 milioni di persone. E negli ultimi due mesi 150 persone sono state uccise in piazza dalla polizia mentre protestavano contro il Governo.

La scorsa estate Barack Obama ha visitato Addis Abbeba pochi mesi dopo che il partito di governo, l’EPRDF, al potere da 24 anni, aveva annunciato di aver vinto le elezioni col 100% dei voti, ma in conferenza stampa ha parlato di un ‘governo eletto democraticamente’. Non stupisce, visto che l’esercito etiope è un alleato chiave degli USA nella guerra contro al-Shabab in Somalia e nell’Africa nordorientale. Gli USA hanno una base militare in Etiopia.

Gli effetti della carestia

Ora una gigantesca carestia rischia di distruggere tutto. L’ONU stima che 15 milioni di persone sono a rischio fame. Secondo l’UNICEF 350mila bambini rischiano gli effetti di un’estrema denutrizione. Nel nord inoltre si temono alluvioni dovute agli effetti di El Niño, il fenomeno climatico che sta deviando venti e correnti marine con risultati devastanti. Gli etiopi l’anno scorso hanno superato il numero di 100milioni, di cui l’85% vivono di un’agricoltura di sussistenza e ancora fanno uso di attrezzi di legno. E’ chiaro che in queste condizioni la carestia potrebbe avere effetti apocalittici. Già nell’ ‘84-‘85 ci furono 400mila morti e tra il ’65 e l’ ’85 i morti per fame sono stati un milione.

Il primo Ministro  Hailemariam Desalegn ha chiesto 500 milioni di dollari di aiuti internazionali temendo che la carestia faccia sollevare la popolazione minacciando il suo potere. Ma allo stesso tempo ha vietato di pronunciare la parola carestia, costringendo una madre, il cui figlio era morto di fame, a ritrattare un’intervista concessa alla BBC e impedendo ai giornalisti di raggiungere le regioni affette dalla carestia. Questo avviene in un paese che esporta oro in Svizzera e una situazione simile si sta verificando nella confinante Eritrea.

Repressione

Più in generale la repressione è fortissima. Prima delle ‘elezioni’ dello scorso maggio leader e sostenitori di tutte le forze dell’opposizione sono stati messi in carcere, i giornali chiusi e molti giornalisti condannati per ‘terrorismo’. Le manifestazioni sono state vietate e quelle che si sono svolte nonostante i divieti aggredite, inclusa quella per la giornata internazionale della donna nel 2015. Amnesty International ha denunciato l’uso della tortura e la pratica dei rapimenti. Alcuni leader dell’opposizione, in esilio, sono stati sequestrati e riportati in Etiopia per essere processati e condannati per terrorismo. Il Governo è nelle mani dei Tigray, terzo gruppo etnico in un paese in cui vivono circa 80 diverse etnie e gruppi linguistici. Una frammentazione che rende tutto più difficile.

In lotta contro il land grabbing

Lo scorso autunno ha visto vaste mobilitazioni nella regione di Oromia, avviate dagli studenti ed estesesi al resto della popolazione. Il Governo vuole creare una nuova business zone e, poiché la proprietà della terra è dello Stato, i contadini temono di essere cacciati e di perdere la loro unica fonte di sussistenza. Lo Stato ha represso la lotta usando il pugno di ferro: 150 persone uccise, 2mila giornalisti dell’opposizione feriti, 30mila arresti e 800 persone ‘scomparse’. A differenza dell’analogo movimento del 2014, stavolta però i manifestanti non appartengono solo all’etnia Oromo. Le proteste sono avvenute in larga parte del paese e regna il desiderio di mantenere una fronte unito di tutta la popolazione. La paura di perdere le terre è fondata. Il Governo sta svendendo ampi lotti di terre fertili (per un’estensione pari a quella del Belgio) e sorgenti d’acqua a multinazionali e Stati stranieri. Un’operazione di cui i primi beneficiari sono alcune famiglie che sostengono il Regime. Mentre un milione di contadini sono stati cacciati dai loro appezzamenti.

Merera Gudina, leader dell’Oromo People’s Congress, ha dichiarato ad al-Jazeera: ‘La società etiope non ne può più del Regime, soprattutto i giovani, che hanno perso la speranza’. L’Economist ha scritto: ‘I giovani sono disoccupati e pieni di rabbia. I canali attraverso cui questa rabbia poteva esprimersi sono stati chiusi. I leader dell’opposizione sono in carcere o in esilio. Il numero degli universitari è decuplicato, ma non ci sono posti di lavoro per i neolaureati’. A gennaio il Governo ha annunciato che il piano di vendita delle terre è stato bloccato, ma questo non ha fermato le proteste. La gente qui non si fida dello Stato. Ma c’è bisogno di organizzare il movimento, a partire dai giovani e dai lavoratori, per lottare per la democrazia e contro la miseria e lo sfruttamento. Quanto è successo in altri paesi africani dimostra che non basterà sostituire questo governo con un partito che esprima, in modo più democratico, gli stessi interessi di classe. C’è bisogno di una politica socialista e rivoluzionaria, fondata sulla necessità di usare le ricchezze del paese a beneficio dell’intera popolazione e non di pochi privilegiati.