8 marzo non solo la…’giornata delle mimose’

Giornata delle mimose. Giornata per dimostrare quanto amiamo le donne. Chi ricorda oggi che il primo 8 marzo nacque, nel 1909, dalla lotta? Che la prima giornata internazionale delle donne fu organizzata dai socialisti negli Stati Uniti che volevano ricordare e festeggiare lo sciopero di 30mila operaie tessili in lotta per i propri diritti? Una giornata organizzata da lavoratrici che chiedevano salari dignitosi, la fine dello sfruttamento nel posto di lavoro, il congedo di maternità, il diritto di voto? Il voto l’abbiamo conquistato, per il resto stiamo ancora aspettando. Guadagniamo in media un terzo del salario maschile – l’equivalente di poco più di 4mila euro all’anno; veniamo licenziate solo per il fatto di essere incinte; ogni settimana 2 donne vengono uccise dai partner o ex partner. E non sarà sicuramente votando questo o quel partito che riusciremo ad abolire i salari da fame, lo sfruttamento economico e la disuguaglianza di genere. Bisogna tornare alle origini dell’8 marzo, alla tradizione della lotta collettiva contro la discriminazione e contro il sistema capitalistico che genera ogni forma di oppressione.

Sono passati pochi anni da quando ci dicevano che la parità era dietro l’angolo. Questa falsa illusione di un progresso lineare verso l’uguaglianza è stata brutalmente distrutta dallo scoppio della crisi economica mondiale. Adesso gli ostacoli che devono superare le donne per entrare o sopravvivere nel mondo del lavoro sono sempre più alti e numerosi. Le politiche di tagli sociali e di austerità stanno sferrando un doppio colpo contro le donne, che da un lato perdono il lavoro e dall’altro vedono smantellati asili nido, welfare e servizi pubblici che, pur inadeguati, almeno offrivano ad alcune l’opportunità di conciliare famiglia e lavoro. La crisi capitalistica non è la causa della violenza contro le donne, che deriva dalla ‘tradizionale’ idea che le donne siano subalterne, oggetti sessuali e proprietà degli uomini, i quali hanno il diritto di esercitare il proprio potere su di loro. E’ un’idea che precede la nascita dell’economia capitalistico. Ma questo sistema economico in crisi, che taglia i fondi alle case-rifugio e ai centri antiviolenza, che annulla la possibilità che le donne trovino un lavoro o guadagnino a sufficienza per garantirsi un’indipendenza economica, mette in discussione la loro capacità di allontanarsi e di mettersi al riparo dalla violenza. Finché nei posti di lavoro, all’interno della famiglia e nei rapporti donna-uomo la donna rimarrà economicamente svantaggiata e subalterna, le vecchie idee arretrate, le molestie, la violenza domestica, l’abuso sessua-le perdureranno.

La memoria della lotta, comunque, non è stata completamente cancellata. A livello internazionale le voce di una nuova generazione di donne inizia a farsi sentire. In India milioni sono scese in strada per dire no a una cultura dello stupro. Nella resi-stenza contro l’austerità le donne sono spesso in prima fila. E’ il caso dell’Irlanda. Non è casuale che nel referendum sui matrimoni gay l’anno scorso la maggior parte dei sì siano venuti dai territori più poveri, dove migliaia di persone si stavano mobilitando contro l’austerità e boicottavano la nuova tassa sull’acqua. Adesso le giovani donne irlandesi stanno sfidando i politici e la Chiesa Cattolica in un’importante battaglia per il diritto all’aborto. Legare le varie lotte sociali, far confluire i movimenti contro l’oppressione delle donne in una lotta poli-tica anticapitalista, unitaria, di lavoratrici e lavoratori, è imprescindibile se vogliamo veramente porre fine all’oppressione di genere. Viviamo infatti in un sistema fondato sulla disuguaglianza di classe e di genere, nel quale le 62 persone più ricche del mondo (di cui 9 donne) possiedono una ricchezza superiore a quella dei 3,6 miliardi più poveri. Solo  un cambiamento strutturale del sistema economico e sociale può gettare le basi per l’eliminazione di ogni discriminazione e ingiustizia.

Christine Thomas (da RESISTENZE 83 – Marzo 2016)