L’economia creativa di MR Renzi

Povero Matteo. Per uno che ha costruito la propria carriera politica sulle suggestioni e sull’immagine, l’economia, che si basa invece sulla logica stringente dei numeri e sul buon senso è veramente un terreno minato. A febbraio il governo Renzi ha festeggiato il suo secondo com-pleanno celebrando i propri successi economici: l’uscita dal tunnel della recessione col PIL che torna a crescere dello 0,8%, la creazione di 764mila posti di lavoro a tempo indeterminato, la crescita del 97% dei mutui. Insomma, bastavano 3-4 ‘riforme’ per portare un paese come l’Italia fuori da una tempesta che travolge l’economia mondiale e fa tremare persino il colosso cinese? La risposta ovviamente è no. Neanche il mago Albus Silente di Harry Potter riuscirebbe a compiere un tale prodigio in due anni. Ma, visto che Renzi sostiene il contrario, vediamo i numeri.

Il PIL, che dal 2007 è sceso del 9%, nel 2015 è salito dello 0,8%. Che questo significhi che siamo fuori dalla crisi è come dire che se la temperatura aumenta da 10 gradi a 10,1 significa che sta finendo l’inverno. Era cresciuto dello 0,6% anche nel 2011 (governo Berlusconi), ma l’anno dopo era calato del 2,8%. Per quanto riguarda l’occupazione dei 764mila contratti a tempo ‘indeterminato’ 578mila sono trasformazioni da contratti a tempo determinato. Da marzo 2015 i contratti a tempo determinato hanno ricominciato a crescere fino a rappresentare il 63% delle nuove assunzioni, così come sono cresciuti part time e i voucher (+65% nel 2015). Quanto ai mutui secondo l’ABI l’importo complessivo è cresciuto del 97%, secondo Assofin del 59%. Se però sottraiamo l’importo delle surroghe, cioè dei mutui spostati da una ban-ca a un’altra per ottenere condizioni migliori, il dato si abbassa rispetti-vamente a +66% e +21%. Non ci è chiaro se anche i mutui rinegoziati siano stati considerati come nuovi prestiti. Insomma i dati di Renzi ci ricordano i famosi carri armati che Mussolini spostava da una parte all’altra della pensiola per far vedere che ne aveva di più di quelli che erano realmente.

Ma aldilà delle cifre usate per con-fermare un atto di fede, cioè che con Renzi l’Italia ‘cambia verso’ (del resto tutti i governi promettono di fare miracoli), rimane il fatto che il futuro dell’economia italiana seguirà l’andamento dell’economia mon-diale, che, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, dal 2014 al 2015 vede il tasso di crescita scendere dal 3,4% al 3,1%. Sempre che il rallentamento dell’economia e la bolla del mercato cinese non producano un nuovo collasso come nel 2007. Non bisogna essere maghi per capire che andrà avanti così fino a che la nostra economia sarà fondata sul paradosso per cui a chi lavora si chiede di consumare sempre di più (per far crescere il PIL) e di guadagnare di meno (per essere più ‘competitivi’). A questa caduta verso l’abisso ci sono solo due alternative. O una reazione sociale capace di ottenere aumenti salariali e investimenti pubblici per creare nuova occupazione o il rischio che – come avvenne dopo la crisi del 1929 e la Grande Depressione degli anni ‘30 – dalla crisi si esca con una guerra mondiale. Ciò che sta avvenendo in Ucraina, in Medio Oriente e in Libia ci dice che al momento sembra più probabile che ci stiamo avviando lungo questa seconda strada. Sta a noi decidere se aspettare fino a quando non sarà troppo tardi oppure provare insieme, da subito, a percorrere la prima. Sapendo fin d’ora che ciò significa rimettere in discussione non solo il funzionamento della nostra economia, ma gli interessi sociali dominanti e gli assetti di potere che regolano la società in cui viviamo.