Il bazooka di Draghi non funziona

Un anno fa il governatore della BCE Draghi lanciava il cosiddetto quantitative easing. Ha funzionato? In realtà il provvedimento che secondo i commentatori avrebbe dovuto risollevare le sorti dell’economia europea e, ancor più, di quella italiana, si è rivelato – come avevamo pronosticato un anno fa –  più che un bazooka una pistola ad acqua. Tanto che la BCE è stata ad aumentare l’immissione di liquidità da 60 a 80 miliardi di euro al mese ed è ormai chiaro che la stessa durata del provvedimento verrà prolungata.

Il motivo per cui questa misura non è stata in grado di ottenere i magnifici risultati previsti dai media e dai politici (più che dallo stesso Draghi), ma solo a tamponare le falle di una nave che affonda, è che l’idea stessa alla base del provvedimento è farlocca. Il quantitative easing, cioè l’immissione di grandi quantità di denaro sui mercati attraverso la stampa di moneta, l’acquisto dei titoli di Stato detenuti dalle banche da parte della BCE e altre misure, dovrebbe servire a rimettere in moto gli investimenti e quindi a creare occupazione e rilanciare i consumi. Il problema è che gli investimenti si rimettono in moto solo se aumenta la domanda di beni e servizi. Le imprese, in particolare quelle manifatturiere, non investono non perché nessuno impresta loro i soldi, ma perché non hanno commesse adeguate. D’altra parte affinché aumentino i consumi è necessario che i consumatori a basso reddito, che sono la maggioranza, abbiano davanti a sé l’aspettativa di un miglioramento delle proprie condizioni di vita: un posto di lavoro sicuro, uno stipendio decente, una pensione e servizi pubblici a portata delle loro tasche. Poiché non è così in questi ultimi tempi abbiamo assistito a un aumento dei depositi bancari. Dal 2007 il risparmio è aumentato del 12,5%. In altre parole quei pochi che alla fine del mese riescono a mettere da parte qualche soldo lo versano in banca in attesa di tempi peggiori. Molte imprese dunque continuano a non investire. Gli economisti dicono: puoi portare un cammello davanti alla fonte, ma non puoi costringerlo a bere.

D’altra parte l’abbassamento dei tassi di interesse, che in parte favorisce la famiglie che hanno contratto un mutuo per comprare casa, rende convenientissimo prendere denaro in prestito e, se quel denaro non viene impiegato per produrre auto e frigoriferi, è facile che prenda la strada della speculazione finanziaria, andando ad accrescere ancor più la causa scatenante della crisi economica mondiale scoppiata nel 2007. Due anni fa un ex sottosegretario al Tesoro dell’amministrazione Clinton, Larry Summers, durante un intervento a una riunione del FMI ha ipotizzato che l’economia capitalistica si trovi di fronte a una stagnazione secolare dovuta proprio a una costante tendenza all’abbassamento dei tassi di interesse. Una tesi che è diventata oggetto di discussione tra i maggiori economisti del mondo e che dà un’idea di quanto il dibattito politico sul +0,8% di cui sono piene le cronache sia ridicolo di fronte alla gravità della situazione.

Non c’è alcuna politica monetaria in grado di risolvere la contraddizione per cui ai lavoratori viene chiesto di consumare sempre di più (per far crescere il PIL) e di guadagnare sempre di meno (per essere ‘competitivi’). La conseguente crescita delle disuguaglianze e la concentrazione di ricchezze sempre più grandi nelle mani di una ristretta élite provoca inevitabilmente una diminuzione dei consumi, perché, mentre chi guadagna mille euro al mese se li spende tutti per vivere, chi ne guadagna un milione ne spende una parte minima e il resto perlopiù lo investe in Borsa. Solo una redistribuzione della ricchezza e una politica di investimenti pubblici potrebbero rimettere in moto la crescita, ma farlo significa rimettere in discussione il potere di chi fa affari grazie alla crisi e più in generale l’intera gerarchia sociale e politica che di questi personaggi è espressione. Perciò non possiamo aspettarci che lo faccia un governo. L’alternativa è tra riprendere a lottare contro questa minoranza di privilegiati o subire le conseguenze della sua lotta (di classe) contro di noi.