Israele/Palestina : oppressione e resistenza

L’immagine virale di un soldato israeliano che spara a sangue freddo in testa a un palestinese ferito e riverso a terra, nelle strade di Herbon, è diventata oggetto di un aspro dibattito nell’opinione pubblica israeliana. Il fatto che un omicidio a sangue freddo sia oggetto di dibattito senza essere inequivocabilmente condannato, e il fatto che le accuse al soldato che ha sparato abbiano sollevato una forte opposizione da parte dei politici e degli attivisti di estrema destra, simboleggia la recente spaccatura dell’opinione pubblica israeliana. Dopo l’arresto del soldato , centinaia di attivisti di estrema destra sono scesi in piazza Rabin, a Tel Aviv, per esprimere solidarietà con l’omicida, urlando slogan come “Morte agli arabi!”.

Negli ultimi anni l’estrema destra ha guadagnato molti consensi, sullo sfondo della grave crisi sociale e delle continue occupazioni e delle violenze dei coloni appoggiate dai governi di destra. Dal 2008 la violenza dei coloni è triplicata, nello stesso periodo la pratica di distruggere, sradicandoli, gli alberi di ulivi posseduti dai palestinesi è quadruplicata. Mentre la violenza della destra e dei coloni aumenta giorno dopo giorno, i media nazionali e internazionali riportano solamente notizie legate a episodi di accoltellamento da parte di palestinesi, che per la maggior parte hanno avuto luogo a Gerusalemme più di nove mesi fa. Presentati come una ‘terza Intifada’, questi episodi sono il segno della disperazione più che di una resistenza organizzata. Sebbene di solito nel mirino ci siano i militari israeliani, ci sono vittime anche tra i civili.

Questo fatto viene utilizzato da media e politici di destra per imporre durissime misure repressive contro i palestinesi. Il governo risponde agli attacchi con la chiusura dei checkpoint, con ripetute violazioni dei diritti dei cittadini della parte orientale di Gerusalemme, con continue aggressioni della polizia israeliana contro i palestinesi, con misure di ritorsione come per esempio la distruzione delle case dei palestinesi. Numerosi palestinesi sono stati vittime di sparatorie da parte del corpo di ‘sicurezza personale’ israeliano.

Nella maggior parte dei casi, le fonti e i media ufficiali legittimizzano queste ritorsioni presentando i morti palestinesi come terroristi; ovviamente è difficile verificare o confutare queste accuse, ma ci sono numerose testimonianze oculari che raccontano dell’uccisione di palestinesi disarmati e di accoltellamenti dei loro cadaveri. Ne è un esempio la recente uccisione di una ragazza palestinese incinta di 23 anni e del suo fratellino di 16 anni da parte di un soldato israeliano: mentre l’esercito sostiene che i due ragazzi hanno attaccato la guardia, sembrerebbe che in verità non avessero risposto all’intimazione dei militari di fermarsi e siano stati per questo freddati sul posto. Tutto questo mostra la disperazione dei molti palestinesi che vivono da 50 anni in uno stato di occupazione. L’espansione dei coloni, la crescita delle politiche razziste e l’assenza di una prospettiva di resistenza organizzata, porta alcuni palestinesi a vedere nelle azioni individuali l’unico modo per resistere.

Queste azioni non porteranno alla fine dell’occupazione e non porteranno a nessun miglioramento delle condizioni di vita dei palestinesi. Allo stesso tempo, la destra israeliana non perde occasione di usare questi attacchi per giustificare le durissime misure repressive e razziste. Quello che invece serve è una lotta di massa democraticamente organizzata contro il razzismo, la guerra e l’occupazione. Mentre i media parlano di ‘terza Intifada’ in realtà ne servirebbe una organizzata come la ‘prima Intifada’, basata su una resistenza di massa organizzata, piuttosto che su attacchi individuali. Inoltre, una lotta vittoriosa contro l’occupazione e l’oppressione necessita anche della solidarietà e dell’azione congiunta della classe lavoratrice israeliana. L’ ‘economia coloniale’ è vitale per alcuni settori della borghesia israeliana, essa produce massicce opportunità di investimento e un ampio mercato dei consumi.

Allo stesso modo, il mantenimento dell’occupazione significa prosciugare le risorse pubbliche che potrebbero essere investite nel welfare, nei settori pubblici delle case popolari, dell’educazione e così via. Ovviamente, i fondi che vengono spesi per la costruzione e la protezione delle regioni occupate vengono sottratti alle case popolari di Tel Aviv, Haifa, ecc… Inoltre, il massiccio e costoso sistema militare repressivo e degli organi della polizia, mentre viene principalmente usato per reprimere i palestinesi, viene impiegato a volte anche per reprimere le proteste dei lavoratori israeliani.

Ciò che rende la situazione sul terreno ancora più pericolosa è il fatto che né in Israele né in Palestina, c’è una forte opposizione di sinistra contro la repressione, l’occupazione e lo sfruttamento. Mentre l’OLP sostiene di rappresentare le ambizioni sociali e nazionali dei palestinesi, l’autorità palestinese fa il lavoro sporco delle forze di occupazione, arrestando cittadini palestinesi nelle zone in cui l’esercito israeliano preferisce non impegnarsi direttamente. Il loro giro di vite contro ogni forma di organizzazione indipendente di attivisti di sinistra e la repressione contro lotte operaie (come quella avvenuta di recente contro gli insegnanti in sciopero in Cisgiordania), significa che l’opposizione contro questa leadership corrotta e repressiva spesso tende a spostarsi verso Hamas, una organizzazione di destra reazionaria anti-operaia.

In Israele, le ultime elezioni per la Knesset (parlamento) hanno visto un’alleanza tra Hadash, organizzazione di facciata del partito comunista con le forze borghesi nazionaliste islamiche e palestinesi. Questa alleanza ha fatto perder loro il sostegno degli attivisti di sinistra ebrei, ma anche di molti palestinesi che rifiutano alleanze con organizzazioni reazionarie, misogine e omofobe. Ciononostante, per quanto la situazione appaia disperata ci sono molte possibilità per l’organizzazione di lotte comuni. Recentemente, una ondata di sindacalizzazione in settori non tradizionali dell’economia (soprattutto nel settore dei servizi) ha portato decine di migliaia di nuovi, soprattutto giovani, a iscriversi in alcuni sindacati. Il sindacato “Il potere ai lavoratori”, una formazione indipendente e di sinistra che lotta esplicitamente per unire i lavoratori arabi ed ebrei, ha ottenuto un importante sostegno.

Un certo numero di lotte più piccole ha dimostrato la possibilità di unire i lavoratori arabi ed ebraici attorno a questioni sociali ed economiche. Queste lotte sono importanti, ma la necessità di una forte alternativa politica socialista che possa unire i giovani e i lavoratori palestinesi ed ebrei nella lotta contro l’oppressione, l’occupazione e le politiche reazionarie è urgente. Maavak Sozialisti / Nidal Ishtiraki (l’organizzazione sorella israelo / palestinese di Contro Corrente) è attivamente impegnata in questa lotta. Stiamo gettando le basi per lo sviluppo di un forte movimento socialista arabo-ebraico che sia in grado di lottare in maniera efficace contro l’occupazione e l’oppressione, per i diritti dei lavoratori e dei giovani e per una soluzione socialista a questo conflitto.

Georg Maier, Sheikh Jarrah, Gerusalemme Est occupata