Elezioni l’inizio della fine per Renzi?

Se c’è un dato, oltre alla scarsa affluenza, che emerge da questa prima tornata di elezioni amministrative è la cocente sconfitta di liste, candidati ed esperienze legate al disegno riformatore del PD renziano. Con l’eccezione di Milano e di Cagliari, nelle maggiori città in cui si è votato vengono sconfitti o ottengono risultati penosi tutti i candidati legati al maggiore partito di governo. Crescono i ‘voti di protesta’ a candidati come Raggi a Roma, De Magistris a Napoli e Appendino a Torino, che traducono una volontà di cambiamento se non di vera e propria rottura con le politiche del partito del segretario-premier. La sconfitta del PD renziano, pur mitigata dal pessimo risultato della Lega e di Forza Italia, è senza appello.

A Roma il democratico e radicale Giachetti, voluto da Renzi e Orfini, riesce per il rotto della cuffia ad arrivare al ballottaggio, nonostante il misero 17% ottenuto dalla lista del PD. Giorgia Meloni, candidata dell’eterogenea coalizione di destra, non riesce a sfondare, nonostante il clamore mediatico e il sostegno di Salvini. Il risultato del Movimento 5 Stelle è eclatante. Nella città di Alemanno, Marino e Mafia Capitale, Virginia Raggi ottiene il 35% dei voti e si candida a diventare sindaco e ora affronta la sfida più ardua nella storia dei 5 Stelle: vincere il ballottaggio e soprattutto governare Roma.

A Milano, la città di EXPO, Giuseppe Sala, fiore all’occhiello del nuovo PD renziano, presentato come il grande architetto e l’artefice del successo dell’Esposizione Universale, ottiene 224mila voti a fronte dei 219mila ottenuti da Stefano Parisi, candidato della Lega e di Forza Italia. Ma al secondo turno rischia di perdere, aprendo anche alla rivincita del modello maroniano del centrodestra unito contro quello lepenista di Salvini.

A Napoli, dove il premier si è speso notevolmente assicurando i fondi per la riqualificazione di Bagnoli, la candidata renziana Valeria Valente, trionfatrice delle primarie contro Bassolino e ‘la vecchia politica’, riesce nel difficile compito di non qualificarsi al ballottaggio, facendosi superare addirittura da Gianni Lettieri il politico-imprenditore in odor di camorra che il centrodestra ha nuovamente riesumato per questa tornata elettorale. Le liste collegate alla ricandidatura di De Magistris, sindaco uscente, ottengono un importante successo, superando il 42% delle preferenze e riuscendo quasi a doppiare l’eterno sfidante Lettieri.

Nelle storiche città ‘rosse’ di Torino e Bologna, un tempo dominate dal PCI e fino a ieri dal PD, Fassino e Merola, entrambi sindaci uscenti, portano  a casa risultati molto deludenti. Nella città della FIAT il PD e Fassino raccolgono 106mila voti, un magro risultato se si pensa che la rivale del M5S ne ha ottenuti 107mila. A Bologna la campagna legalitaria di Merola, portata avanti a suon di sgomberi e sfratti, non paga. Merola  arriva al ballottaggio col peggior risultato di sempre per un sindaco uscente a Bologna.

Insomma perdono i candidati renziani e tengono, nonostante risultati poco esaltanti, i candidati come Fassino e Merola, espressione della cosiddetta ‘sinistra interna’ del PD. Le liste della ‘sinistra esterna’, caratterizzate dalla confusione programmatica e dal tardivo distacco dall’abbraccio del PD, con l’eccezione di Bologna ottengono risultati molto al di sotto delle aspettative. E’ il caso del parlamentare di SEL ed ex segretario Fiom Airaudo a Torino e delle liste legate alla candidatura dell’ex funzionario del FMI Fassina.

Renzi se l’è cavata dicendo ‘di non essere soddisfatto, non perché il risultato sia negativo, ma perché avrebbe voluto ottenere di più’ e spiegando che i cittadini non hanno bocciato il PD (e quindi lui) a livello nazionale ma alcuni suoi candidati a livello locale. Ma, nonostante la spudorata negazione dell’evidenza, è chiaro che queste elezioni rendono più dura la battaglia sul referendum costituzionale e che a Renzi oggi non viene meno solo il sostegno popolare, ma anche la fiducia di settori crescenti della borghesia italiana. Per lui potrebbe essere l’inizio della fine. La domanda è che ruolo giocherà il movimento dei lavoratori nella crisi di Renzi e del PD e nei primi passi del M5S di governo, se questo riuscirà a vincere il ballottaggio e a governare la capitale. Cioè se lo scontro rimarrà confinato nell’ambito delle classi dominanti o se i lavoratori sapranno approfittare di questa opportunità per giocare un ruolo e con quale effetto sulla sinistra.