Cina intervista a Sally Tang (Socialist Action)

Il CWI (Comitato per un’Internazionale dei Lavoratori, organizzazione anticapitalista internazionale) organizza ogni anno la Scuola Estiva a Leuven, in Belgio; si tratta di un’occasione unica di dibattito e discussione politica fra le numerose sezioni dell’Internazionale che vi si riuniscono per scambiarsi esperienze di lotta e di militanza, nella prospettiva della costruzione di un mondo migliore libero dalle contraddizioni della società capitalistica in cui viviamo.

In questa occasione abbiamo intervistato la compagna Sally Tang, dirigente della sezione Hong Kong, Cina e Taiwan (Socialist Action), che ci ha parlato della situazione politica ed economica cinese, delle mobilitazioni di massa dei minatori, dell’inasprirsi della lotta di classe a causa della crisi economica e della durissima repressione messa in atto dalla dittatura cinese contro migliaia di attivisti politici di sinistra, studenti e lavoratori.

In che modo la crisi dell’economia cinese sta influenzando le lotte dei lavoratori?

L’economia cinese si sta avviando verso una gravissima crisi: la crescita del PIL è rallentata notevolmente e la situazione è esplosiva. Il governo cinese prova a dimostrare al mondo di avere la situazione sotto controllo, ma non è cosi; a causa del rallentamento dell’economia ci sono licenziamenti di massa e il numero degli scioperi è cresciuto rispetto all’anno scorso.

La maggior parte degli scioperi sono organizzati dai lavoratori attraverso le chat di gruppo dei social network, come WEIBO (il Twitter cinese); tuttavia la fortissima repressione genera molta diffidenza tra i lavoratori, motivo per cui entrare in queste “riunioni virtuali” è molto difficile.

Molto significativi sono gli scioperi nel settore dei servizi, in quello estrattivo e di produzione dell’acciaio dove il problema della sovrapproduzione ha generato un’enorme crisi delle aziende a partecipazione statale, che costringono i lavoratori ad accettare lunghi periodi di congedo e ai più fortunati permettono di lavorare due giorni alla settimana, spesso senza una retribuzione costante.

Quali misure sta adottando il Partito Comunista Cinese per arginare la crisi? Qual è la risposta dei lavoratori?

Il PCC sta varando un programma di licenziamenti che prevede la cancellazione di 5 milioni di posti di lavoro nei prossimi 2-3 anni (nel 2012 sono stati licenziati 190 mila minatori). Recentemente c’è stato uno sciopero importante nella regione del Shanx, nel nord-est della Cina, dovuto al mancato pagamento dei salari da parte del governo. Durante la manifestazione i lavoratori hanno esposto uno striscione con su scritto “PCC restituiscici i nostri soldi, vogliamo mangiare”.

Sono tantissime le famiglie di lavoratori, non solo nel settore estrattivo, ma anche in altri settori produttivi e nelle aziende partecipate, a vivere in condizioni di povertà estrema. Inoltre, mentre solo un lavoratore su tre potrà avere una pensione, nel 2016 il numero dei miliardari cinesi ha superato quello dei miliardari statunitensi. La situazione sociale e materiale della classe operaia è così drammatica che è pratica comune per un lavoratore cinese vendersi un rene per sopravvivere e negli ospedali l’assenza di mezzi, strumentazione e personale, ha provocato una situazione in cui un medico su sette viene picchiato dai familiari dei pazienti per le terribili condizioni del servizio sanitario.

La crisi economica e l’esplosiva situazione sociale influiscono sul grado di repressione?

Il terrore del regime cinese nei confronti della propria popolazione è evidente, questo si traduce in un aumento spaventoso della repressione, come non accadeva da 25 anni a questa parte. Il budget della sicurezza interna supera addirittura quello delle forze armate cinesi (esercito, marina e aeronautica compresi); non sono rari gli arresti di massa di giudici, militanti politici, femministe e rappresentanti delle organizzazioni non governative. La repressione colpisce in maniera indiscriminata, anche chi non rappresenta alcun reale pericolo per la burocrazia cinese, che è sempre più ossessionata dalla necessità di non mostrare alcuna debolezza alla popolazione cinese e al resto del mondo.

La sezione cinese del CWI è presente anche a Hong Kong, dove recentemente è scoppiata la questione migratoria. Qual è la situazione politica nell’ex colonia britannica e come Socialist Action interviene sul problema migratorio?

A Hong Kong, Socialist Action è l’unica organizzazione politica impegnata in una campagna anti-razzista a sostegno della comunità dei migranti. Da anni ci battiamo per i diritti delle lavoratrici, per lo più immigrate, che lavorano nel settore domestico e che subiscono sistematicamente gravi violazioni dei loro diritti e numerosi episodi di discriminazione sul posto di lavoro.

Le condizioni lavorative delle donne immigrate nel settore domestico sono molto gravi. A Hong Kong esiste una legge che costringe le impiegate a vivere nel luogo di lavoro e questo produce condizioni lavorative insostenibili sia fisicamente che psicologicamente. La stessa Amnesty International ha denunciato tali condizioni parlando di turni di lavoro che arrivano anche a 17 ore giornaliere. Si verificano fin troppo spesso casi estremi di abuso, come quello della lavoratrice indonesiana Erwiana Sulistyaningsih che nel 2015 ha vinto la causa che vedeva coinvolta la sua datrice di lavoro, accusata di aver picchiato, affamato e abusato della donna per un periodo di otto mesi.

Attraverso la nostra campagna, migliaia di lavoratrici domestiche immigrate si sono mobilitate e sono scese in piazza per chiedere il rispetto dei loro diritti. Nell’ultimo anno sono state numerose le manifestazioni che hanno sfilato per le strade della città denunciando il sistema d’impiego cittadino che espone queste donne ad abusi, violenze fisiche e violazioni dei diritti più basilari.

In vista delle oramai prossime elezioni, che linea politica stanno portando avanti i principali partiti politici?

Bisogna innanzi tutto sottolineare che a Hong Kong c’è una netta polarizzazione tra lo schieramento pro-Pechino e quello pro-democrazia (il partito Pan-Democratico), quest’ultimo è a favore dell’indipendenza totale da Pechino, rivendicazione che rimarca con una retorica nazionalista. Questa contrapposizione fra filo-Pechino e pro-indipendenza rende difficile il nostro lavoro politico.

A settembre ci saranno le elezioni e si sta sviluppando una feroce campagna anti-immigrazione, fomentata soprattutto dal governo per giustificare le proprie mancanze. Il governo di Hong Kong punta a portare avanti una politica di discriminazione nei confronti dei migranti provenienti da paesi come Filippine, Thailandia, Indonesia e Nepal, accusandoli di essere la principale fonte dei problemi dei lavoratori. Naturalmente si tratta di un espediente elettorale ben noto sin dalle elezioni del 2011.