FOODORA Intervista a un lavoratore

Abbiamo intervistato Ricardo, uno dei protagonisti della lotta dei riders Foodora, non solo per fare il punto della situazione della vertenza, ma anche per ragionare con lui su un settore, quello della cosiddetta gig economy, che sta assumendo un peso crescente e in cui i lavoratori stanno cercando di esplorare nuove vie per organizzarsi e difendere i propri diritti collettivamente. A fine novembre i lavoratori di Foodora hanno pubblicato anche un appello internazionale, An extensive call to all riders of Europe, che chiama alla solidarietà e all’organizzazione di tutti i lavoratori europei del settore.

1.  L’attenzione dei media sui di voi è scesa. A che punto siete?

Com’è fisiologico, dopo un inatteso ma cercato interesse mediatico, l’attenzione dei mezzi di comunicazione si è affievolita, ma questo non ha fermato la nostra attività. Ad oggi, oltre alla lotta interna all’azienda, il nostro obbiettivo è aprire un dibattito che spinga alla riflessione su tutte le nuove forme di lavoro “smart”.

Abbiamo ottenuto importanti risultati come la solidarietà di clienti e ristoratori che hanno scelto di non approfittare dei servizi di una azienda che non rispetta i propri lavoratori (o collaboratori, come preferiscono definirci i nostri capi…e non provate a chiamarli capi!! ).

2. Aldilà della cronaca ci interessa capire un po’ più in profondità il fenomeno. Che tipo di persone lavora per FOODORA? L’azienda dichiara che non è un lavoro ma un ‘lavoretto’ per integrare? E’ così? C’è una tipologia di lavoratore di FOODORA e in generale della gig economy oppure c’è di tutto?

Se inizialmente il “rider tipo” era lo studente universitario, oggi contiamo tra le nostre fila diversi colleghi oltre i quarant’anni.

Anche per i ragazzi, comunque, questo lavoro rappresentava una importante fonte di reddito, fino all’introduzione della paga a cottimo e alle assunzioni selvagge. Se con il pagamento orario erano costretti a calcolare una previsione del possibile quantitativo di ordini giornaliero, in modo da non trovarsi con un esubero di lavoratori improduttivi in strada; adesso l’azienda non si fa più remore nell’impiegare ogni sera un numero spropositato di fattorini, garantendo così l’efficienza del servizio senza rischiare di dover pagare gente ferma a non fare nulla, riconoscendo al rider esclusivamente le consegne effetuate e non il tempo effettivamente impiegato in servizio.

Che si parli di lavoro o “lavoretto” il tempo messo a disposizione va rispettato e debitamente retribuito. Non esiste una differenza sostanziale tra le due cose quando mi trovo a pedalare sotto la pioggia in mezzo al traffico.

3. Per anni ci hanno raccontato che le nuove tecnologie avrebbero determinato quasi automaticamente una ‘liberazione del e dal lavoro’, ma in realtà vediamo che nella situazione concreta il web diventa uno strumento di intensificazione dello sfruttamento. Cosa ne pensi?

Tutti gli strumenti possono avere applicazioni negative come positive, dipende dall’uso che se ne fa! Senz’altro al mondo del lavoro mediato dal web manca ancora una regolamentazione aggiornata che impedisca di trasformarlo in mezzo di sfruttamento.

Aggiungo che all’aggiornamento dei mezzi non corrisponde, ahinoi!, un rinnovamento del pensiero dirigenziale. Dietro ad una facciata giovanile ed accondiscendente si nascondono le vecchie logiche padronali di sfruttamento dei lavoratori.

4. La vostra è una condizione molto difficile, senza tutele, senza sindacalizzazione: com’è nata la spinta a provare comunque a ribellarsi? Vuoi ricapitolarci brevemente quali erano i problemi?

Il primo passo è stato conoscersi tra noi: per il particolare tipo di lavoro che facciamo, ed anche per interesse della dirigenza, potremmo lavorare per mesi per Foodora e non conoscere nessuno dei nostri colleghi!

Calde serate estive hanno invece favorito la nascita spontanea di incontri alla fine dei turni per ristorarci e confrontarsi, anche su tematiche lavorative. Da questi momenti di socialità e condivisione è stato naturale che problematiche che ognuno di noi riteneva personali, come problemi di comunicazione con la dirigenza, bassi salari e molto altro, assumessero una dimensione collettiva.

E’ stato in queste occasioni che è nata l’idea di portare avanti delle richieste alla direzione, forti di una nuova unità e della consapevolezza della nostra importanza all’interno dell’azienda e dei nostri diritti.

5. Avete avuto un rapporto col sindacato? Avete provato a contattarlo?

Inizialmente, abbagliati da una dirigenza che manteneva con noi un toni abbastanza  amicali (d’altra parte si tratta di ragazzi della nostra età), abbiamo tentato di aprire una via di trattativa “informale”, risoltasi completamente a nostro sfavore!

Compreso il nostro errore, ed il genere di persone con cui avevamo a che fare, decidemmo di rivolgerci alla sigla sindacale SiCoBas per dare maggiore ufficialità alle nostre richieste.

Ad oggi continuiamo ad avere un rapporto con i SiCoBas, sindacato presso il quale sono tesserati i nostri rappresentati.

6. Che atteggiamento ha avuto la giunta 5 Stelle di Torino?

Sappiamo che l’Assessorato al Lavoro ha convocato i vertici dell’azienda ad un incontro al quale, purtroppo, non si sono presentati adducendo improbabili impedimenti.

Abbiamo comunque raccolto la solidarietà del Sindaco e di diversi esponenti dell’amministrazione comunale.

7. Da Torino avete provato a coinvolgere i colleghi di Milano e pare di capire che siate interessati a ragionare su come mettere insieme altri lavoratori della gig economy? Vi siete fatti un’idea della diffusione di questa nuova forma di sfruttamento? Siete stati contattati da altri lavoratori con problemi simili ai vostri?

Sono state molte le realtà lavorative che, sulla scia delle nostre proteste, ci hanno contattati, riconoscendo una comunanza di intenti ed interessi con noi.

 Proprio in quest’ottica nasce Deliverance Project, una piattaforma che riunisca i lavoratori del settore, ci permetta di conoscerci e portare avanti assieme un progetto di regolamentazione di queste nuove forme di lavoro.

La nostra realtà non è solo quella dei corrieri in bicicletta, ma anche quella dei magazzinieri di Amazon, di Zalando e di tutte quelle aziende che nello sfruttamento del lavoro e delle necessità dei lavoratori trovano il loro reale margine di guadagno.

8. Il vostro è un classico esempio di come una lotta dei lavoratori riesca a catalizzare una simpatia diffusa di altri lavoratori e anche di settori sociali diversi (penso alla solidarietà di alcuni ristoratori). E anche di come la retorica giovanilistica usata da Renzi abbia creato un clima favorevole a lotte come la vostra. Pensate di andare avanti utilizzando questo piccolo patrimonio di simpatia e di energie e come?

La nostra lotta naturalmente continua! Proprio in questi giorni sono previste nuove iniziative di sensibilizzazione e confronto sui temi, come una proiezione cinematografica ed eventi musicali.

Questa nostra protesta ha preso piede proprio grazie alla simpatia che abbiamo saputo suscitare e potremo continuarla con successo solo continuando a mantenere alta l’attenzione. Foddora è una azienda che vive di immagine ed è solo sensibilizzando la gente, i possibili clienti, che possiamo costringere la direzione alla riapertura di un tavolo di trattativa.

9. Dove è possibile seguirvi e trovare notizie sulla vostra lotta e su altre situazioni come la vostra?

Tutto il materiale che stiamo raccogliendo e divulgando, così come i nostri contatti ed informazioni su altre realtà simili alla nostra, è reperibile sulla pagina Facebook Deliverance Project!