SPAGNA Vittoria di Iglesias al congresso di Podemos

Il tentativo di rimuovere Pablo Iglesias dalla leadership di Podemos (il partito di sinistra nato nel 2011 dal movimento degli Indignados) si è rivelato un totale fallimento, nonostante il dispendio di mezzi usato per eliminarlo e l’enorme sostegno dei media a Errejon, candidato dell’opposizione ‘moderata’. La candidatura di Iglesias a segretario generale ha ricevuto quasi il 90% dei voti  (hanno votato 155mila iscritti, un vero e proprio record), le sue liste per il ‘consiglio civico’ (il principale organismo dirigente di Podemos) più del 60% e il documento presentato  dal suo team più del 50%.

Per capire cosa significhi questa vittoria basta leggere ciò che ne ha scritto la stampa della borghesia spagnola e seguire i gruppi televisivi più legati all’establishment. La loro rabbia traspare in ogni frase e non è un caso. La classe dominante ha cercato di assumere il controllo di Podemos, di cooptarla trasformandola in un classica formazione socialdemocratica per rafforzare la pace sociale. Così facendo si è scontrata con la volontà di decine di migliaia di militanti combattivi. La sconfitta di Errejon è una buona notizia per tutto quelli che hanno preso parte alle grandi ribellioni sociali degli anni scorsi – il movimento degli Indignados, gli scioperi generali, il movimento a difesa della scuola e della sanità pubbliche, gli scioperi studenteschi. Queste mobilitazioni hanno messo le basi per la crisi del cosiddetto regime del ’78, cioè quella che aveva gestito la transizione capitalistica dopo la dittatura di Franco. Il motore di questo cambiamento politico sono state la lotta di classe e più in generale la mobilitazione di lavoratori e giovani, il fattore chiave che quelli come Errejon e i suoi seguaci, Rita Maestre e Tania Sánchez, hanno cercato rapidamente di rimuovere e di screditare nel loro tentativo di deviare Podemos verso il cretinismo parlamentare e la collaborazione di classe.

La lotta all’interno di Podemos riveste una notevole importanza. Il Partito Popolare (PP), tradizionale rappresentante del capitalismo spagnolo, la nuova delegittimata leadership dell’ex partito socialdemocratico (PSOE) e il partito populista di destra Ciudadanos lo sanno bene. Errejon non è un ‘puro’. E’ perfettamente consapevole delle proprie parole e dei propri atti. Insieme ai suoi seguaci vorrebbe che  Podemos rifiutasse ogni alleanza con  Izquierda Unida, che stesse lontano dalla lotta dei lavoratori della Coca Cola e di Movistar, così come dal grande movimento in difesa della sanità e della scuola pubbliche o per il diritto all’autodeterminazione delle minoranze linguistiche. Vorrebbero che Podemos si avvicinasse al PSOE e al programma della socialdemocrazia in crisi. Rivendicano la necessità di imboccare una via che farebbe di quel soggetto un semplice clone dei partiti dell’establishment, che si accontenta di qualche comoda posizione nei gruppi parlamentari e di un ben remunerato attaccamento alla ‘rispettabilità’ e alle istituzioni del sistema. In questa battaglia Errejon ha avuto un notevole supporto. Non dimentichiamoci di come El Pais, il maggior quotidiano del capitalismo spagnolo, ha ripetuto fino alla nausea come Errejon abbia il merito di difendere l’idea di una Podemos ‘più moderna, democratica e aperta, prendendo le distanze dalla confusione prodotta dalla strategia di radicalizzazione ideologica e mobilitazione di piazza promossa da Iglesias, che ha avuto l’effetto di diluire il potere e la capacità negoziale dei partiti in Parlamento…’.

La stessa cosa possiamo dire della delegittimata leadership socialista del PSOE, incoronata da un golpe interno l’anno scorso,che ha descritto la vittoria di Iglesias come una sconfitta della democrazia e una vittoria del ‘Pablismo-Leninismo’. Più chiari di così! Gli attuali leader del PSOE, servi di una borghesia spagnola che ha rimosso l’ex segretario  Pedro Sanchez e servito su un piatto d’argento il governo al primo ministro del PP Rajoy, ora si definiscono ‘l’unica opposizione’, nonostante siano parte di una grande coalizione con la destra.

I marxisti non stanno alla finestra.

Izquierda Revolucionaria ha sostenuto Pablo Iglesias nello scontro con Errejon e il suo approccio socialdemocratico. Al congresso di Podemos abbiamo distribuito 6mila volantini, in cui spiegavamo la nostra posizione, e venduto  centinaia di giornali, con un riscontro positive e molti complimenti da parte dei delegati. Non abbiamo sostenuto Iglesias in modo acritico. Anzi, abbiamo sollevato alcune questioni a nostro avviso degne di considerazione. Crediamo infatti che siano stati gli errori e le oscillazioni di Iglesias a far sì che Errejon si sia spinto fino a questo punto. L’idea che il cambiamento politico passi attraverso un semplice esercizio del diritto di voto e che le mobilitazioni di massa in qualche misura abbiano esaurito il loro ruolo infatti era stata abbracciata anche da Iglesias, in particolare dopo i successi alle elezioni amministrative nel maggio 2015 e alle politiche del dicembre successivo.

Le sue dichiarazioni a giustificazione del tradimento di Tsipras in Grecia e la sua presa di distanza dalla rivoluzione venezuelana ricordano le posizioni espresse dalle forze reazionarie. L’enfasi posta sulla necessità di essere ‘responsabili’ e di garantire la governabilità e le sue velleità di occupare ‘lo spazio liberato dalla socialdemocrazia’ hanno rappresentato un errore. E contraddicevano le ragioni della originaria eruzione di Podemos, rinforzandone l’ala destra. Persino dopo aver perso più di un milione di voti nel giugno 2016 Iglesias ha continuato a insistere sulla priorità del lavoro parlamentare e istituzionale. E naturalmente ciò ha aiutato i suoi nemici interni quando questi hanno deciso di dare battaglia e di rimuoverlo. E’ importante ricordarsene quando Errejon e i suoi, che formalmente dovrebbero rappresentare una forza anticapitalista, parlano della necessità di ‘essere generosi’ e ‘inclusivi nei confronti di tutti’. Veramente Errejon avrebbe ‘incluso’ tutte le anime di Podemos se avesse vinto? La risposta è più che ovvia.

Negli ultimi mesi Iglesias ha reagito per proteggere la sua leadership, comprendendo che la sopravvivenza sua e della stessa Podemos possono essere garantite solo da un ritorno alle posizioni originarie del movimento e facendo leva sui settori sociali che con le loro lotte gli hanno dato vita. Più di recente ha fatto alcune sagge riflessioni. Si è chiesto infatti pubblicamente se la causa del’insuccesso elettorale di giugno non sia stata proprio l’immagine moderata. Ha riconosciuto che cercare di occupare lo spazio della socialdemocrazia e di ‘non spaventare’ gli elettori più moderati è stato un errore, e più di recente, insistito sul bisogno di occupare nuovamente le piazza e che il sindacato proclami uno sciopero generale contro le politiche antisociali del PP. ‘Trasversalità non significa comportarsi come i nostri nemici, ma comportarsi come il movimento antisfratti’, ha precisato correttamente. Non è un caso che il leader di Podemos sia apparso regolarmente alle manifestazioni dei lavoratori della Coca Cola e che Irene Montero e gli altri dirigenti a lui vicini abbiano sostenuto le lotte organizzate dal Sindicato de Estudiantes.

Il conflitto tra Iglesias e Errejon riflette la pressione dello scontro di classe. Non tenerne conto ingenera confusione e prese di posizione infelici. Altre correnti di Podemos, come Anticapitalistas (sezione spagnola della Quarta Internazionale) hanno adottato un approccio opportunistico e poco lungimirante. I suoi esponenti più noti, come Miguel Urban e Teresa Rodriguez, hanno dipinto in modo infedele la posta in gioco e le vere cause della crisi. Hanno parlato con enfasi di ‘scontro personale’ e di ‘lotte tra maschi-alfa’, facendo appello all’unità e insistendo sul fatto che ‘siamo tutti compagni’, finendo dunque per abbassare il livello della discussione invece di elevarlo. La loro tendenza all’equidistanza prima del congresso, il rifiuto di creare un fronte unico con Iglesias, nel quadro di un voto molto polarizzato, ha ridotto i loro consensi al 3,2% nell’elezione del ‘consiglio civico’, dove avranno 2 membri su 60. Ma il maggior demerito non è stato aver preso pochi voti, ma l’essere stati incapaci di usare le tante opportunità a disposizione per differenziarsi politicamente, presentandosi come un’alternativa rivoluzionaria e autenticamente anticapitalista. Urban ha affermato in molte interviste che loro non sono né marxisti né trotskisti. Quando hanno fatto appello a una ‘Podemos di lotta’ si sono trovati schiacciati tra le proprie parole e i fatti. Il sindaco di Cadice è un loro esponente, Anticapitalistas controlla Podemos in Andalusia, dove esprime parlamentari e consiglieri comunali. Ma come stanno usando questo loro ruolo per promuovere mobilitazioni sociali o introdurre misure a favore dei lavoratori o ancora violare le leggi fate dal capitalismo spagnolo – come amano dire – nelle arre che governano?

L’idea dell’«unità» riscuote un’ampia simpatia ma questi leader hanno esperienza e dovrebbero sapere che essa diventa spesso un trucco retorico a disposizione dei settori più moderati del movimento per legare le mani alla sinistra. Una cosa è chiara: per gran parte della leadership di questa corrente la priorità è ancora farsi spazio nell’apparato di Podemos e conquistare posizioni migliori nelle liste elettorali, rinunciando a un lavoro serio e sistematico di trasformazione di Podemos in una sinistra alternativa che punti alla trasformazione della società.

 Iglesias si muova, basta pace sociale: lottiamo!

Il clima congressuale tra le migliaia di iscritti era molto significative. Da una parte l’invocazione dell’unità rifletteva un sentimento comprensibile, dall’altra in tutti i dibattiti e le discussioni nei corridoi ritornava la stessa idea: è ora di tornare in piazza, di tornare a ciò che ha reso grande Podemos! E’ la questione strategica centrale. Persino i media della borghesia spagnola sottolineano l’importanza di questo concetto. Nell’editoriale del 13 febbraio El Pais ammoniva: ‘ha vinto l’ala più radicale di Podemos, che si considera un movimento populista basato sulla mobilitazione sociale e sulle piazze e aspira a sfidare l’ordine costituito’. Non si potrebbe essere più chiari. Tutti i media espressione del capitalismo spagnolo hanno reagito con disgusto alla vittoria di Iglesias. Qual è la ragione di un tale odio? Lo scontro interno a Podemos, apertamente incoraggiato dalla borghesia, era stato pensato  per avere un effetto immediato (a partire dai risultati congressuali). Una vittoria dei seguaci di Errejon avrebbe rafforzato il clima di pace sociale necessario a imporre un’agenda di tagli e austerità che è già stata progettata dal governo Rajoy con l’accordo dei socialisti. La possibilità di un ritorno alla piazza in questo scenario è la peggiore notizia in assoluto per la destra e la socialdemocrazia, così come per la burocrazia sindacale.

Errejon è stato molto cauto nel respingere l’idea che oggi la Spagna sia governata da un governo di larghe intese (PP, PSOE, Ciudadanos) e invece di spiegare che la leadership del PSOE è parte del problema ha insistito più volte dicendo che Podemos dovrebbe aderire alle iniziative dei socialisti. Ma com’è possibile argomentare che una collaborazione con l’attuale gruppo dirigente del PSOE aiuterebbe a cacciare Rajoy? I socialisti non giocano forse un ruolo chiave nella precaria maggioranza che permette ai Popolari di governare? Le politiche di destra non possono essere respinte abbracciando la socialdemocrazia, che è strettamente sotto il controllo della borghesia spagnola. Per sconfiggere i tagli cìè una sola opzione: riempire le piazze con una mobilitazione massiccia e in grado di durare. L’esempio degli scioperi indetti dal Sindicato de Estudiantes, che ha respinto gli esami di ‘rivalidazione’ di tradizione franchista, è utile. Proprio perché siamo sotto un governo debole con una base sociale ridotta, qualunque strategia conduca alla smobilitazione costituisce un meraviglioso regalo alla destra. È venuto il momento di mettere Rajoy alle corde.  Errejon proponeva di farlo attraverso un fronte unitario con la direzione golpista del PSOE, che però ha già scelto Popolari e Ciudadanos come alleati.

La vittoria di Iglesias non va intesa come un’affermazione personale, anche se la personalità di un leader può costituire un fattore importante per la lotta di classe. Per citare Lenin è stata la ‘frusta della controrivoluzione’ che ha spinto decine di migliaia di lavoratori e di giovani a votare Iglesias. Questo colpo, che ha lasciato Errejon e i suoi seguaci molto depressi, contiene un messaggio molto chiaro: dobbiamo riprendere la lotta e dichiarare guerra al PP attraverso la mobilitazione e un programma di rottura col capitalismo. Pablo Iglesias e i suoi collaboratori hanno una responsabilità importante. Devono ascoltare la base di Podemos. L’unità non può essere perseguita a costo di abbandonare i propri principi e di voltare le spalle a milioni di persone che stanno soffrendo per gli effetti di una crisi economica devastante.  L’unità va fatta con chi lotta, con chi soffre, con chi può realmente rendere possibile il cambiamento. Ciò significa fare immediato appello alla mobilitazione, a preparare uno sciopero generale contro l’aumento delle tariffe energetiche, i tagli alle pensioni, alla sanità e alla scuola e contro le leggi antidemocratiche che colpiscono chi protesta, per il diritto a un’abitazione dignitosa e per i diritti democratici, incluso il diritto all’autodeterminazione su base nazionale. Non bastano i cenni di assenso, le riflessioni prive di conseguenze pratiche. L’unico modo per essere solidamente legati alle masse, la vera forza che Podemos può esercitare come soggetto di sinistra in grado di trasformare la società, è rivendicare la necessità di una via d’uscita socialista alla crisi capitalistica ed essere coinvolti nelle lotte quotidiane dei lavoratori e del movimento giovanile. Ora Pablo Iglesias deve andare oltre le parole.

Fonte: Izquierda Revolucionaria (traduzione a cura di Resistenze Internazionali)