La ballata dei precari del MIBACT

Generalmente, uno degli elementi caratterizzanti di una ballata consiste nel racconto delle imprese di uno o più eroi, spesso all’interno di un ostico contesto che segna una serie di interminabili disavventure. Non dissimile sembra l’attuale ballata di migliaia di precari che cercano disperatamente di trovare una stabilità ed un miglioramento delle proprie condizioni economiche trovando quasi sempre insuccessi e strade sbarrate.

Questa volta tenteremo di raccontare una complessa storia contemporanea che coinvolge il comparto degli operatori che lavorano all’interno del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, il cosiddetto Mibact. Suonerebbe strano ai più ma uno dei settori più interessanti per la valutazione degli impatti delle politiche liberiste e delle attuali condizioni oggettive dei lavoratori, riguarda proprio questo comparto che costantemente da decenni viene sistematicamente vessato da tagli al bilancio e sacrifici per i dipendenti, determinati quest’ultimi dalle politiche di spending review e dai vincoli di bilancio europeo.

Eppure, scorrendo gli articoli delle principali testate dei media nostrani, non mancano i proclami di vanto: dall’aumento del numero di turisti in Italia (con i sindaci nostrani in capofila) al boom di visite negli storici poli museali e delle iniziative organizzate dal Ministero. Questa propaganda filo-governativa rispecchia un martellante leitmotiv che tenta, con ogni mezzo a disposizione, di far passare nelle menti di tante persone l’inevitabile celebrazione del modello-azienda applicato alle sfere pubbliche. Quello che i nostri prezzolati scribacchini non dicono, è la reale portata di questa operazione. È un fatto ormai consolidato che l’attuale scenario ha raggiunto un livello di arretramento ed abominio senza precedenti in tema di diritti e salari; un quadro che vede la scomposizione della categoria degli operatori suddivisi in una marea di tipologie contrattuali precarie come contratti a progetti (cocopro, cococo, ecc.), tirocini provenienti da fondi regionali che si basano prevalentemente sul Garanzia Giovani mediante fondi europei, partite IVA, voucher/scontrini, volontari indipendenti  e del servizio civile ed infine  nella migliore delle ipotesi (se si è proprio volenterosi a voler lavorare nelle cooperative!) contratti a tempo determinato. Tutte queste figure, molto spesso qualificate con diplomi e titoli di laurea, portano avanti sulle proprie spalle la baracca degli istituti culturali italiani, costituita da un ricco numero di biblioteche, archivi e poli museali.

Ma la formula più abusata dal Mibact è quella delle migliaia di schiavi provenienti dai volontari del servizio civile. Infatti proprio i progetti del Servizio Civile, nazionale e regionale, portati avanti dal ministro Franceschini e dai suoi omologhi predecessori, cercano scandalosamente di parare quei buchi strutturali nella gestione di numerosi enti culturali che appunto senza di essi chiuderebbero il giorno dopo. Stiamo parlando di lavori ordinari che vengono relegati ai volontari ma con una differenza che riguarda la retribuzione che purtroppo risulta molto inferiore rispetto al personale strutturato. Alcuni esempi possono essere testimoniati dalle esperienze raccontate dai giovani che lavorano all’interno delle Biblioteche Nazionali[1]. Pertanto, l’assenza di vero lavoro e serie prospettive, permette ai questi nuovi negrieri ministeriali di spacciare tale sfruttamento come “grandi opportunità lavorative” o importanti “progetti di grande carattere formativo”, il tutto confezionato ad arte con una retribuzione netta di 433,80 euro (almeno gli schiavi dell’antica Roma avevano garantito dai loro padroni il vitto e l’alloggio .. ).

Inoltre, fa riflettere come il paradosso all’interno di un settore cosi culturalmente qualificante generi la pressoché totale assenza da parte delle organizzazioni sindacali (spesso compiacenti alle misure governative). Di conseguenza ritroviamo migliaia di giovani lavoratori disorientati ed abbandonati al proprio destino o per quei pochi che resistono vedono una presenza limitata all’interno di reti di categoria. Fa sorridere anche come negli anni, i governi di centrodestra abbiano accusato questi ambienti come bastioni infestati dalle “intellighenzie di sinistra”, quando poi queste realtà, rappresentati da direttori ed illustri illuminati, si dimostravano e si dimostrano non dissimili dai loro critici quando si trattava di difendere ed assumere precari.

Quel che sta accadendo è un triste epilogo che vede il sacrificio sull’altare del profitto di tutto il progresso delle scienze e della coscienza storica, al fine di incrementare utili o di rispettare i diktat della UE, generando da un lato la disparità nell’elargizione dei finanziamenti pubblici fra gli enti culturali e significando una sentenza di morte di una cultura basata sulla libera ricerca ed  una piena coscienza di liberazione sociale dalle formule del sistema capitalistico. Anche se si inizia a protrarre un’epoca di barbarie, chiaramente espressa dalle avanzate delle destre populiste, la parola fine non è stata ancora scritta! Quel che noi auspichiamo è lo sviluppo della consapevolezza politica di chi giornalmente viene sfruttato e l’esigenza di costruire un’organizzazione collettiva disposta a lottare contro questo sistema.

GA


[1] Oltre il voucher, il lavoro a scontrino. «Io, scontrinista, sfruttata dalla Biblioteca di Roma», in “Il Manifesto”, http://ilmanifesto.it/io-scontrinista-sfruttata-dalla-biblioteca-di-roma/