Lavoro e Classe Operaia nell’euro 2012

Cosa cambia e cosa resta in 20 anni di ristrutturazione capitalistica

di Piero Acquilino

(tratto da ControCorrente #0 del 12/2012)

Sociologi che hanno fermato la macchina del tempo e, con una buona dose di petulanza e ciarlataneria, sono andati nella sala macchine a vedere, ci vogliono dire che non sono mai stati capaci di localizzare in un qualsiasi posto e classificare una classe. Essi trovano soltanto una quantità di gente con differenti occupazioni, entrate, posizioni gerarchiche e tutto il resto. Naturalmente, hanno ragione, in quanto la classe non è questa o quest’altra parte della macchina, ma il modo in cui la macchina funziona una volta che è stata messa in moto – non questo o quest’altro interesse, ma la frizione di interessi – il movimento stesso, il calore, il rumore rombante. La classe è una formazione sociale e culturale (che spesso trova un’espressione istituzionale) che non può essere definita astrattamente, o isolatamente, ma solo in termini di rapporti con le altre classi; e, infine, la definizione può essere data solo entro il concetto di tempo, che è azione e reazione, mutamento e conflitto. Quando parliamo di una classe pensiamo a un corpo definito molto vagamente di gente che condivide la stessa congerie di interessi, esperienze sociali, tradizioni, scala di valori, che ha tendenza a comportarsi come una classe, di definirsi nelle proprie azioni, nella propria coscienza in rapporto ad altri gruppi di persone intesi come classe. Ma la classe in se stessa non è una cosa, bensì un divenire.’

E.P. Thompson: Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra. Vol. II p. 412. Il Saggiatore, Milano, 1969

In questi anni stiamo assistendo a due fenomeni apparentemente contrapposti ma, in realtà, profondamente legati tra loro: da un lato, nei paesi imperialisti, la classe operaia sembra essere diventata un soggetto marginale, invisibile se non per sventure causatele dalla crisi, dall’altro, nel mondo, la vertiginosa espansione del capitalismo sta trasformando la condizione  sociale di miliardi di esseri umani da contadini o artigiani a operai. La produzione di merci, refrattaria a ogni piano e controllo, si sposta incessantemente verso i luoghi in cui i salari sono più bassi e i costi sono minori e la crisi, erodendo i margini di profitto, non fa altro che offrire nuovo carburante per questi spostamenti. In senso inverso migliaia di persone fuggono da situazioni intollerabili (dovute spesso alla guerra ma, ancora più spesso, alla pace del capitale), in cerca di condizioni di vita migliori. Ma, anche in questo caso, gli effetti della crisi fanno sì che la condizione di partenza li segua come un’ombra, obbligandoli ad accettare all’arrivo condizioni di vita poco dissimili da quelle che hanno tentato di fuggire lasciando i paesi d’origine.

Questo avviene in un’epoca in cui l’estensione del mercato capitalistico a tutto il globo ha determinato, oltre che la circolazione dei capitali su scala planetaria, anche la mondializzazione della produzione. Non solo il mondo si è ricoperto di fabbriche, ma è divenuto esso stesso un enorme opificio nel quale, per esempio, il reparto che produce le parti di un computer è in Cina e il reparto di assemblaggio è in Irlanda e la distribuzione copre tutti i continenti: ciò che in passato doveva essere prodotto in un solo luogo e poteva essere commercializzato su scala poco più che nazionale oggi viene prodotto e venduto su scala mondiale. Inoltre, lo sviluppo tecnologico ha reso possibile delocalizzare forme di lavoro tipicamente impiegatizie, come progettazione, elaborazione dati, amministrazione, ecc.: sullo stesso progetto e persino sullo stesso disegno possono lavorare simultaneamente ingegneri e tecnici di continenti diversi, mentre al call center di una compagnia telefonica statunitense risponde sempre più spesso un operatore indiano, magari debitamente istruito a pronunciare l’inglese con l’accento del Texas o della California per non turbare i clienti yankee. Infine, la crisi mondiale del capitalismo, erodendo i margini di profitto e bruciando enormi risorse nella fornace della speculazione finanziaria, fa aumentare a dismisura la compressione dei salari e i ritmi di lavoro da parte dei padroni che, a tal fine, si nascondono dietro l’incorporea identità dei ‘mercati’.

Tutto ciò ha effetti profondi sulle realtà sociali nazionali e sulle classi che le compongono e, nei paesi imperialistici, qual è l’Italia, uno di questi è il mutamento, in peggio per i lavoratori, del rapporto di forza con il capitale. Le classi sociali sono definite dalla loro posizione all’interno di un modo di produzione, ma non sono, né sono mai state, omogenee al loro interno. Quindi il rapporto di forza tra di loro non si determina in modo meccanico ma, al contrario è un fenomeno complesso e dinamico, come sostiene E.P. Thompson nel passo citato all’inizio. Alla base c’è certamente la situazione economica internazionale, che orienta le scelte sia dei singoli capitalisti sia delle organizzazioni economico-politiche del capitale, siano esse ‘pubbliche’ (la troika Banca centrale europea, Fondo Monetario Internazionale e Unione Europea) o ‘private’ (ad esempio le agenzie di rating). Queste scelte – tutte variazioni sul tema: massacrare salari e stato sociale per pompare soldi nelle casse, bucate, delle banche – sono applicate da governi di differente colore politico, ma tutti ubbidienti, in scenari nazionali dissimili tra loro perché diversa è la loro base produttiva (Stati manifatturieri come Italia e Germania, Stati meno industrializzati come Grecia e Spagna, Stati che negli ultimi decenni hanno smantellato parte della loro struttura industriale, come l’Inghilterra), e, soprattutto, diversa è la loro storia che, come ci ricordano Marx ed Engels nel celebre incipit del Manifesto ‘è storia di lotte di classi’. Queste storie hanno sedimentato, in ciascun paese, tradizioni, forme di organizzazione dei lavoratori e dei padroni, strumenti di controllo statali, normative legali e contrattuali e forme di rappresentanza politica, particolari. Basta confrontare, per esempio, la tradizione sindacale e politica inglese con quella italiana: nel primo caso un partito laburista nato e sviluppatosi come espressione politica delle Trade Unions, dall’altro CGIL, CISL e UIL, che si sono strutturati seguendo le divisioni politiche dei partiti di quello che veniva chiamato ‘arco costituzionale’. Inoltre ciascun paese ha una propria struttura industriale, con rapporti diversi tra grandi e piccole aziende, con aree di antica industrializzazione (il ‘triangolo industriale’ in Italia, la Ruhr in Germania, Manchester in Inghilterra) e altre d’industrializzazione recente o effimera. Infine, la crisi colpisce i lavoratori in modo diverso e, se anche il tenore di vita dell’operaio tedesco è stato intaccato dalla crisi, il lavoratore greco se la sta passando molto peggio È quindi naturale che i lavoratori europei stiano reagendo in modo differente da paese a paese all’attacco capitalista.

In ogni paese europeo la tempesta della crisi rimescola le acque, portando a galla le contraddizioni accumulatesi negli ultimi decenni. Nel campo della borghesia, mostra l’inadeguatezza delle strutture europee e la fragilità del patto tra imperialismi che sta alla loro base. In quello del proletariato, fa sanguinare le ferite lasciate da un lunghissimo periodo di ritirate e di sconfitte, la maggior parte delle quali avvenute quando la crisi non era ancora in vista all’orizzonte. A questo riguardo, la situazione italiana è un esempio da manuale. L’industria italiana, nei primi decenni del dopoguerra (i cosiddetti ‘trenta gloriosi’ del capitalismo mondiale), aveva conosciuto un’espansione straordinaria, basata sui bassi salari, sull’immigrazione interna, su una moneta debole e svalutabile alla bisogna e su settori di punta (chimica, costruzioni, elettromeccanica) veramente competitivi sul piano internazionale e in gran parte sostenuti dallo Stato. Dalla seconda metà degli anni ’70 inizia un ciclo di profonda ristrutturazione: chiusura o ridimensionamento di grandi gruppi pubblici e privati, frammentazione produttiva (‘Piccolo è bello’ si diceva, per esaltare i frammentati modelli produttivi del Nord-Est), erosione dei salari e dei diritti dei lavoratori. Ciò ha provocato mutamenti profondi nella composizione della classe operaia:

– È cresciuto il numero dei lavoratori della piccola e media industria, con contratti di lavoro a tempo indeterminato, ma con meno potere contrattuale di quelli delle grandi fabbriche, com’è dimostrato, per esempio, dalla cosiddetta contrattazione di secondo livello, che, ancora oggi, riguarda soltanto il 30% dei metalmeccanici, quasi tutto concentrato nelle grandi e medie fabbriche.

– È aumentata la precarietà delle fabbriche stesse, spesso possedute da società multinazionali, che si spostano, sempre più velocemente, di paese in paese, seguendo le condizioni di maggior favore per il profitto. Gli effetti negativi di questo fenomeno sono amplificati dalla politica dei distretti monoproduttivi, nei quali su un territorio ristretto sono state concentrate aziende tutte con lo stesso tipo di produzione (il divano in Puglia e Basilicata, le calze nel Mantovano, ecc.), con il risultato che, in questi casi, la loro migrazione in massa verso lidi più remunerativi, ha lasciato dietro di sé disoccupazione e capannoni vuoti.

– Si sono diffuse a dismisura, soprattutto tra le giovani  leve di lavoratori, una miriade di forme di rapporto di lavoro precario, sancite legalmente dal ’pacchetto Treu’ del 1997 e dalla ‘legge Biagi’ del 2003 che, essendo più convenienti per i padroni, hanno rimpiazzato molti contratti a tempo indeterminato, col risultato di dividere i lavoratori tra loro e creare un settore poco pagato, ancor peggio garantito e socialmente emarginato.

– Intorno a questo si sono diffuse finte microimprese di una sola persona, in realtà una mascheratura di forme di lavoro subordinato, senza alcuna garanzia.

– Lo stesso strumento delle cooperative, tradizionalmente cavallo di battaglia del riformismo nel movimento operaio, è servito per ottenere prestazioni lavorative a basso costo e senza diritti.

– Il nuovo (per l’Italia) fenomeno dell’immigrazione ha reso disponibile una massa di forza lavoro priva dei diritti fondamentali, quindi ricattabile, e per questo disponibile a lavorare con salari bassissimi.

– Infine, la frantumazione produttiva ha reso più agevole l’osmosi tra i settori legale e illegale della economia, dando origine a un enorme settore ‘sommerso’ fuori da ogni controllo.

Le conseguenze di tutto questo non sono state solo il peggioramento delle condizioni di vita materiali dei lavoratori, sia nei luoghi di lavoro sia nella società, con una precarizzazione generalizzata del rapporto di lavoro che rende molto più difficile, soprattutto per i giovani, costruirsi una prospettiva di vita. Hanno inciso anche pesantemente sulla loro coscienza di classe, ossia sulla comprensione collettiva della propria appartenenza a una classe sociale con interessi propri, contrapposti a quelli delle altre e, in modo principale, a quelli del capitale. Tale coscienza non è un dato acquisito in modo definitivo, ma varia con le vicende della lotta di classe: cresce impetuosamente nei periodi di ascesa del conflitto e diminuisce quando questo arretra. Non dipende però solo dalle esperienze che ogni lavoratore fa di volta in volta insieme con gli altri, ma anche dalla storia della collettività alla quale i lavoratori appartengono, che fornisce gli strumenti per interpretare ciò che avviene alla luce di ciò che è già avvenuto. Perciò una classe senza coscienza – come ci ricorda Marx – viene identificata come classe dal capitale (solo in quanto produttrice di merci e quindi di plusvalore), ma non si concepisce come tale (come soggetto sociale in grado di modificare la realtà). È perciò anche sul terreno della coscienza che si può misurare il drammatico arretramento delle condizioni dei lavoratori avvenuto in questi anni: quando una fabbrica chiude e la sua produzione è dispersa in una miriade di piccole aziende, non ci sono solo la perdita di posti di lavoro o – nella migliore delle ipotesi – condizioni salariali e normative peggiori, ma la dispersione di un patrimonio di coscienze e relazioni formatosi lentamente nelle lotte e che può vivere solo nelle collettività, sia in quella interna alla fabbrica, sia nel tessuto sociale formatosi intorno a quest’ultima.

Non sono stati esclusivamente fattori oggettivi a causare questa situazione. La borghesia, che possiede coscienza ed esperienza proprie e che impone su tutta la società che domina la sua cultura, ha condotto anche su questo terreno una guerra senza precedenti, diffondendo, dalla scuola ai media, l’ostracismo ai concetti stessi di classe sociale e di lotta di classe. Una sorta di colonizzazione dei lavoratori, attuata, come tutte le guerre coloniali che si rispettino, con l’aiuto di truppe reclutate – come gli Ascari di Mussolini – tra coloro che, nel campo opposto, sono disposti a tutto pur di farsi accettare nelle file della classe dominante, sia pure in posizione subalterna. A questo riguardo, gli esempi politici e sindacali sono numerosi quanto noti a tutti. Quest’attacco ha avuto effetti pesanti, rendendo i lavoratori invisibili alla società e, molto spesso, invisibili a se stessi.  Siamo di fronte al paradosso di una società con un consumo (e quindi una produzione) di merci che è la più alta nella sua storia, mentre chi queste merci le produce, ha una visibilità e un peso sociali minori di quando l’Italia era un paese prevalentemente contadino. Per i padroni il lavoratore deve concepire se stesso come un essere solo e isolato, i suoi simili come nemici e concorrenti e l’adeguamento ai bisogni della produzione come l’unica prospettiva di vita possibile.

Oggi, spinto dai morsi della crisi, il capitale italiano è costretto a tentare un salto di qualità: aumentare la propria concentrazione per far fronte alla concorrenza internazionale, senza tuttavia rafforzare il potere contrattuale dei lavoratori. Per fare ciò deve distruggere qualsiasi presenza sindacale autonoma dal suo potere, riducendo le organizzazioni sindacali a meri simulacri di se stesse, disposte a firmare qualsiasi documento a scatola chiusa. Ma ha anche bisogno di governi e parlamenti disposti ad approntare un quadro normativo che gli spiani la strada: se la legge garantisce i lavoratori, si cambia la legge. Da queste esigenze nascono gli attacchi all’articolo 18, alle pensioni e alla contrattazione. Il risultato è una concentrazione che ristruttura la sua base produttiva sul territorio e che si avvale di una forza lavoro frammentata per contratto, provenienza e diritti. Anche in piccole o medie fabbriche, sotto il tetto dello stesso capannone non è infrequente trovare, a fianco a fianco nella produzione lavoratori dipendenti da aziende diverse, senza contare i servizi industriali, oramai ovunque appaltati ad artigiani e cooperative. In sintesi: è un disperato tentativo di riportare indietro le lancette dell’orologio di cinquant’anni, con la differenza sostanziale che allora il ciclo del capitalismo era in espansione e oggi invece è in recessione. Questo tentativo trova la sua strada sbarrata da due enormi ostacoli: un ceto politico ai minimi storici di credibilità, disposto a tutto pur di garantire la propria sopravvivenza e i propri privilegi e un apparato statale costoso, inefficiente e in preda a lotte intestine. La surreale vicenda dell’ILVA è un esempio che può evitare ogni commento.

In questa situazione ogni episodio di lotta, sia pure meramente difensivo, ha un’importanza che travalica di molto il suo obiettivo immediato e la situazione particolare in cui esso avviene, perché è un indispensabile tassello della ricostruzione della coscienza di classe e, quindi, della capacità di lotta dei lavoratori. Nella coscienza confluiscono conoscenza ed esperienza. Ma, mentre la conoscenza si può trasmettere da una generazione all’altra, l’esperienza non è trasmissibile. E oggi, mentre sta uscendo dalla vita attiva la generazione che ha partecipato alle lotte degli anni ’60 e ’70 (e ciò non è necessariamente un male, perché su di essa pesano anche i successivi decenni di sconfitte), ogni lotta, per quanto limitata e difensiva, costituisce un’esperienza, fondamentale per la formazione di una nuova generazione di avanguardie. Spesso, nel fare il bilancio di uno sciopero, si valuta il risultato considerando solo quanto si è ottenuto. Certo, questo è importante. Ma più importante ancora è che lo sciopero sia avvenuto. Perché, per scioperare, occorre accordarsi tra lavoratori e, quindi, parlarsi, confrontarsi con gli indecisi e con i contrari, porsi degli obiettivi, scegliere delle forme di lotta e – cosa più difficile – praticarle, sfidando, non solo l’avversario, ma anche la delusione, i dubbi, la paura e lo scoramento che, in una lotta vera, tanto più se lunga, arrivano sempre.

Mentre si produce, l’azione collettiva è diretta dal padrone con i suoi metodi, le sue strutture e per i suoi obiettivi che determinano i rapporti tra lavoratori Durante lo sciopero in tutto ciò si apre un varco, sia pure temporaneo: la vita dei lavoratori esce, per un’ora o per un giorno, dal controllo del padrone. Osservando dall’interno le vicende di una lotta è possibile rendersi conto delle trasformazioni che la dinamica degli avvenimenti causa sui partecipanti. Naturalmente ogni sciopero fa storia a sé e sarebbe arbitrario trarre delle considerazioni generali, ma, specialmente se si tratta di una lotta lunga, si può cogliere nel suo formarsi una rete di rapporti collettivi, vitali per la lotta e destinati in parte a sopravvivergli: nella lotta persone diverse compiono un’esperienza comune e questo rimane anche quando il lavoro riprende.

C’è un elemento importante che è spesso sottovalutato quando si analizzano i conflitti sociali ed è l’incidenza dell’organizzazione del lavoro nel determinare i conflitti stessi. I lavori non sono tutti uguali e ciascuno di essi tende a plasmare la mentalità di chi lo compie. Per di più, le stesse relazioni tra lavoratore e lavoratore sono determinate dall’organizzazione del lavoro. Ci sono lavori che devono essere svolti in gruppo come il portuale, altri nei quali è necessario lavorare in coppia e altri ancora che si possono fare da soli, com’è il caso, per esempio, degli autisti o degli operatori dei call center. C’è chi svolge le sue mansioni alla catena di montaggio, con ritmi che lasciano poco spazio di relazione con i propri compagni e chi invece lavora dove la relazione con gli altri deve essere continua. C’è chi lavora sempre nello stesso posto e chi cambia luogo e condizioni di lavoro anche più volte il giorno. In ognuna di queste condizioni la proclamazione e lo sviluppo delle lotte pongono problemi diversi. Ciò vale tra un’azienda e l’altra e persino all’interno della medesima fabbrica.

Le stesse forme di lotta devono adattarsi alla struttura del lavoro, individuandone i punti deboli per aumentare la propria efficacia. L’operaio di un cantiere navale sa per esperienza che la carta di maggior valore che ha in mano nello scontro con l’azienda è il blocco del varo o della consegna della nave, così come il portuale sa che il blocco di un porto può avere effetti economici su aree vastissime, travalicando anche i confini del paese. Da questo punto di vista è interessante notare che le nuove forme di organizzazione del lavoro industriale che si sono affermate negli ultimi decenni per velocizzare la circolazione del capitale, come il just in time e il toyotismo, riducendo o eliminando le scorte, hanno reso l’industria con produzione di serie molto più vulnerabile alle lotte. È questo uno dei motivi che rende Marchionne molto più allergico alla presenza della FIOM in fabbrica di quanto non lo fosse il defunto Avvocato Agnelli.

Sarebbe però un errore adottare il metodo di alcuni intellettuali di sinistra nostrani, mutuato in parte dal pensiero sociologico anglosassone, che identifica in ogni cambiamento dell’organizzazione capitalistica del lavoro una trasformazione storica di paradigma (postfordismo che sostituisce il fordismo), con la conseguente affermazione di nuovi soggetti sociali quali, ad esempio, l’ ‘operaio massa o l’ ‘operaio sociale’. Certo, essi partono da un’esigenza giusta: abbandonare una concezione della classe,  astratta e storicamente indeterminata, molto diffusa nel movimento operaio, ma la sostituiscono con nuove astrazioni, quali quelle sopra citate. L’immagine che propongono assomiglia alle scenografie di un film di fantascienza nelle quali, data l’ambientazione nel futuro, tutto è nuovo. Nella realtà, passata, presente e futura, non c’è mai un ‘tutto nuovo’. Forme di organizzazione del lavoro moderne in parte si sovrappongono e in parte coesistono con forme più antiche, spesso anche all’interno della stessa fabbrica. Reparti organizzati intorno alla catena di montaggio sono affiancati ad altri in cui il lavoro confina con l’artigianato. Inoltre, ogni luogo di lavoro ha un particolare rapporto con il territorio e particolari composizioni generazionale e etnica al suo interno. Chi vi lavora, quindi, pur avendo in comune la condizione di salariato, subisce condizionamenti ambientali differenti che influiscono anche sui modi e sui tempi delle lotte. L’ ‘autunno caldo’ del ’69 non è stato l’apoteosi dell’ ‘operaio massa’, ma, al contrario, una stagione di lotte complesse e articolate durante la quale sono scesi in campo  pressoché tutti i settori di lavoratori, dal manovale al tecnico, all’impiegato, aggregando intorno a loro interi settori della società italiana. Prova ne è stata il naufragio totale di tutti i tentativi organizzativi basati sulla centralità di questo nuovo presunto soggetto sociale epocale.

In conclusione: è sulla base di lotte reali, tenendo conto della complessità del mondo del lavoro, e non su fantasiosi piani studiati a tavolino, che si può lavorare per la costruzione dell’autonomia sindacale e politica del mondo del lavoro. Nelle discussioni a sinistra spesso ritorna l’annoso tema della ‘centralità operaia’, oggi, a differenza di ieri, sviluppato in negativo. Partendo dalla frammentazione del mondo del lavoro qui sommariamente descritta, diversi compagni traggono la conclusione che concentrarsi sulle lotte degli operai di fabbrica sia anacronistico e inconcludente, mentre occorre prestare più attenzione alle nuove forme di lavoro emerse in questi anni. Che le grandi fabbriche non abbiano più il peso sociale che avevano negli anni ‘70 è un dato di fatto: basta viaggiare nelle periferie dell’ex ‘triangolo industriale’ per rendersi conto di quanto abbiano inciso i processi di deindustrializzazione: fabbriche sostituite da centri commerciali, operai sostituiti da commessi e magazzinieri precari. Così com’è un dato di fatto l’esistenza di un enorme esercito di proletari con i tipici contratti ‘atipici’. Ma, se passiamo in rassegna le lotte avvenute nell’ultimo periodo in Italia troviamo che si sono mossi settori di classe operai tradizionale come quelli di Fincantieri, Alcoa, INNSE, FIAT, ILVA. E, se allarghiamo lo sguardo sul mondo, la situazione non cambia: dipendenti pubblici nel Winsconsin e in Francia, portuali a Portland, lavoratori del settore petrolifero nel Kazakhstan, minatori in Sudafrica, operai dell’industria elettronica in Cina… Certo, in molti paesi la crisi ha sollevato movimenti di protesta non legati direttamente al lavoro che hanno coinvolto grandi masse di persone: indignados in Spagna e altri paesi, ‘Occupy Wall Street’ negli USA. Sono il sintomo di una radicalizzazione reale di settori di popolazione, soprattutto giovanili, impoveriti dalla crisi, ma, essendo esterni al meccanismo fondamentale del sistema capitalismo, che rimane lo sfruttamento del lavoro per ricavarne profitto, hanno avuto buon gioco gli apparati repressivi degli Stati a ridurli a mero problema di ordine pubblico. Nonostante l’efficacia del loro slogan ‘il 99% contro l’1%’, la speculazione  ha continuato ad accumulare profitti, mentre la polizia si stava occupando di chi manifestava sotto le finestre di Wall Street. A questi movimenti partecipano molti lavoratori, ma non in quanto tali, bensì come cittadini e ciò li rende più deboli. Un operaio o un impiegato che agiscono sul loro posto di lavoro, hanno più forza di quando discutono di politica per strada o fanno la spesa al supermercato o si occupano di volontariato. Con gli attuali tassi di disoccupazione, soprattutto giovanile, le lotte dei disoccupati o dei sottooccupati saranno un terreno d’intervento sindacale fondamentale. Ma occorre avere la coscienza che esse dovranno partire da  un rapporto di forza con il capitale estremamente sfavorevole. Per questo sarà strategico rompere il loro isolamento per legarle a quelle dei lavoratori occupati. Non ha caso l’avversario tenta ossessivamente di mettere disoccupati contro occupati, giovani contro anziani. Il suo istinto di classe gli segnala la direzione dalla quale può venire il pericolo.

Sono questi i motivi per cui la grande fabbrica, pur ridimensionata, rimane centrale nelle vicende della lotta di classe. Per nostalgia sentimentale dei ‘bei vecchi tempi’? No. Prima di tutto semplicemente perché è grande. È una banalità, ma è così: numero e forza, a parità delle altre condizioni, sono legati. In secondo luogo, rimane centrale proprio perché conserva almeno una parte dei diritti e della continuità politica e sindacale che rendono meno difficile sviluppare una lotta. In terzo luogo, perché è un nodo importante di una rete di relazioni economiche d’un territorio o, in alcuni casi, dello stesso paese che possono essere utilizzate per stringere alleanze, anche solo temporanee, nel campo operaio e indurre contraddizioni in quello avversario. Infine, perché spesso, proprio per la sua storia e il suo radicamento, è diventata portatrice di una forte carica simbolica, entrando nella cultura di un territorio: le vicende della Compagnia Unica del porto di Genova, che conta oggi circa mille soci, hanno sull’immaginario collettivo un impatto molto maggiore di quelle di una giovane azienda delle stesse dimensioni. Non si tratta di fare classifiche sull’importanza degli operai in tuta blu rispetto ai lavoratori ‘intellettuali’ (che, tra l’altro, hanno subito in questi anni un radicale processo di proletarizzazione), ma di capire quali possano essere oggi i settori trainanti e come, intorno a loro, possa svilupparsi un movimento che coinvolga anche chi ha meno potere contrattuale. Dopo una lunga stagione di frammentazione, l’unificazione del mondo del lavoro, dalle lotte concrete che alcuni suoi settori sono in grado di combattere, è un obiettivo fondamentale per l’attuale movimento operaio. Da questo punto di vista l’attuale fase della ristrutturazione capitalistica sta rendendo il mondo del lavoro per certi versi più omogeneo. Dopo la riforma dell’articolo 18, le differenze tra precari e non si sono ridotte a dismisura. La stessa distinzione tra lavoratori pubblici e privati non è più così forte e oggi un insegnante va in pensione con le stesse regole di una commessa e un autoferrotranviere o persino un orchestrale di un grande teatro possono finire in cassa integrazione come un metalmeccanico. Presentare quindi gli operai di fabbrica o i dipendenti dello Stato come figure del vecchio mercato del lavoro in contrapposizione alle nuove emerse in questi anni risponde sempre meno al vero. In realtà stiamo andando verso un mercato unico del lavoro nel quale predominerà una condizione media abbastanza generalizzata, con sacche di ‘aristocrazia operaia’ sempre più ristrette.

Queste sono considerazioni di ordine pratico, non morale e non significano affatto che oggi è possibile un’azione sindacale basata sull’arroccamento nei pochi fortini assediati delle grandi aziende. Anzi, o dai fortini si esce, per portare lo scontro sulle frontiere del precariato, dell’immigrazione e della disoccupazione, oppure non ci saranno bastioni abbastanza robusti da resistere all’artiglieria dei nemici.