Mutamenti nelle lotte sindacali Germania e OCSE

Abbiamo tradotto questo articolo di Hagen Lesch, dell’Istituto di Ricerca Economica di Colonia, perché rappresenta un tentativo intelligente di elaborare un pensiero ‘strategico’ (delle classi dominanti) sui futuri sviluppi della lotta di classe in Europa e nel mondo, a partire da una ricca collezione di dati sugli scioperi negli ultimi 25 anni. Lesch osserva che la pace sociale che si è instaurata in Germania (e non solo) a partire dagli anni ’90, diventando uno dei fattori trainanti della sua economia, non può essere considerata una pace eterna. I dati sugli scioperi dal 2010 al 2015 confermano un’inversione di tendenza, ma soprattutto un mutamento qualitativo nella dinamica degli scioperi, legato al fenomeno della terziarizzazione dell’economia e alla frammentazione del mercato del lavoro, che non si manifesta solo in Germania. E che potrebbe avere conseguenze molto negative per l’economia capitalistica tedesca e globale, e dunque – dal nostro punto di vista – presentare delle opportunità su cui riflettere per organizzare il nostro intervento sindacale.

Mutamenti nelle lotte sindacali: un confronto tra Germania e altri paesi OCSE

di Hagen Lesch (Istituto di Ricerca Economica – Colonia)

Introduzione

La pace sociale è uno dei maggiori vantaggi per chi investe e produce in Germania. Tuttavia a partire dal 2010, anno caratterizzato da un livello molto basso di conflitto sindacale, le statistiche ufficiali della Agenzia Federale per l’Impiego (BA) mostrano un aumento rilevante delle giornate di lavoro perse a causa di scioperi e serrate. In questo scenario dapprima analizzeremo come si sono sviluppate forme elementari di misurazione degli scioperi a partire dall’unificazione tedesca. Poi daremo un’occhiata più da vicino ai mutamenti strutturali verificatisi nelle lotte sindacali. Infine, nell’ultima parte di questo studio, confronteremo i dati della Germania con quelli internazionali.

Per analizzare l’andamento delle vertenze sindacali in Germania possiamo utilizzare due fonti:

– l’Agenzia Federale per l’Impiego, la fonte principale, fornisce dati relativi alle vertenze su base annuale (German Federal Employment Agency, 2015). Questi dati sono basati su comunicazioni delle imprese alle agenzie per l’impiego locali. Le imprese sono obbligate a trasmettere questi dati in base alla sezione 320 (5) del terzo volume del Sozialgesetzbuch (il Codice della Sicurezza Sociale). Le statistiche ufficiali riportano soltanto blocchi dell’attività che coinvolgano almeno 10 lavoratori o durino almeno un giorno, a meno che il numero delle giornate perse non sia superiore a 100. Dal 2008 però hanno dato conto anche di fermate di minore entità. I dati di base comprendono il numero di aziende toccate dallo sciopero, il numero di lavoratori coinvolti e di giornate lavorative perse a causa di scioperi e serrate. Sono divisi per settore produttivo e per regioni (i Bundeslaender).

– inoltre dal 2004 l’Istituto di Ricerca Economica e Sociale della Fondazione Hans Boeckler (WSI) pubblica statistiche sugli scioperi basate sui dati delle organizzazioni sindacali (Bewernitz e Dribbusch, 2014; WSI, 2015). Questo database alternativo contiene informazioni sul numero delle vertenze, il numero di lavoratori coinvolti e di giornate perse, senza scorporarli su base regionale, mentre la differenziazione per settore si limita a estrapolare la quota di giornate perse nei servizi.

La principale fonte per quanto riguarda invece il confronto internazionale è l’International Labour Office (ILO), che raccoglie dati dalle agenzie nazionali. Questi dati sono stati pubblicati nel database LABORSTA fino al 2008 e successivamente in ILOSTAT (ILO, 2008 e 2015). L’ILO fornisce dati sulle lotte nei diversi settori ed è perciò molto utile nell’analisi comparativa internazionale industria per industria (Lesch, 2005). Sfortunatamente però per alcuni paesi i due database sono frammentari. Per accedere a ulteriori informazioni dobbiamo integrare i dati ILO con le fonti nazionali. L’Istituto Europeo dei Sindacati (EUTI, 2015) fornisce link a numerose di queste fonti per la maggior parte dei paesi europei. Inoltre possono essere utilizzati anche i dati raccolti da Eurofound (Carley, 2003, 2008 e 2013). Queste diverse fonti riferiscono il numero delle lotte, dei lavoratori coinvolti e delle giornate perse. Al contrario dell’Agenzia per l’Impiego tedesca gli altri paesi dell’OCSE non pubblicano il numero di imprese toccate dagli scioperi, ma citano il numero di astensioni dal lavoro.

L’indicatore più efficiente e utilizzato per analizzare gli scioperi è il volume delle vertenze sindacali, spesso chiamato volume degli scioperi. Esso indica il numero di giornate di lavoro perse a causa di scioperi e serrate (Gaertner, 1989). Per i confronti internazionali è meglio adottare un valore normalizzato del volume degli scioperi, ottenuto dividendo il numero delle giornate perse per il numero dei lavoratori. Questa standardizzazione ci permette di paragonare economie più piccole, che di solito hanno un numero minore di giornate perse, con economie più grandi, che ne hanno un numero maggiore. Per avere un’immagine più chiara delle iniziative di sciopero possono essere adottati ulteriori indicatori, come il numero delle vertenze, la combattività e la capacità di mobilitazione degli scioperanti. Per definire la combattività si divide il numero di giornate perse per quello dei lavoratori coinvolti. Ciò indica la quantità media di tempo dedicata da ogni scioperante alla lotta. La capacità di mobilitazione invece si ottiene dividendo il numero degli scioperanti per il numero degli scioperi, a indicare il numero di partecipanti a ogni azione (Aligisakis, 1997).

Evoluzione del volume degli scioperi in Germania

La FIGURA 1 mostra il volume delle vertenze sindacali (giornate perse a causa di iniziative sindacali) nel periodo 1990-2014. La grande differenza tra i dati della BA e quelli della WSI è significativa. In media le stime della WSI sono 3,7 volte superiori ai dati ufficiali della BA. Ma entrambe registrano l’ovvia oscillazione del volume delle vertenze. Alcuni anni sono stati molto conflittuali, altri molto tranquilli. Nel 1992, 2002 e 2006 sono state perse più di 300mila giornate di lavoro l’anno. Nel 1998, 2000 e 2005 invece sono state meno di 20mila. I picchi massimi corrispondono a grandi conflitti scoppiati ad esempio nel settore pubblico nel 1992 e nel 2006 o tra i metalmeccanici nel 2002. Nel corso di questi anni le grandi vertenze hanno causato da due terzi e tre quarti del numero totale di giornate di lavoro perse.

Visto il peso delle lotte più grandi dunque è utile accorpare alcune annate in brevi periodi. La FIGURA 2 illustra l’evoluzione del fenomeno nei quinquenni a partire dal 1990. Partendo da una media di 577mila giornate perse ogni anno nel primo periodo si scende bruscamente a 99mila nel quinquennio successivo. Nel terzo intervallo di tempo il conflitto rimane modesto, mentre osserviamo la media delle giornate perse salire a 191mila tra il 2005 e il 2009, un dato quasi doppio rispetto ai valori di fine anni ‘90. Infine l’ultimo  periodo (2010-2014), con 102mila giornate, torna sereno come alla fine degli anni ’90. Tuttavia nel corso di questo breve intervallo il dato è aumentato. Un trend destinato a continuare – come mostrano le previsioni.

Mutamenti strutturali degli scioperi in Germania

Dal 1990 le azioni di sciopero si sono spostate dalla manifattura ai servizi. Questa tendenza alla cosiddetta terziarizzazione del conflitto (Bordogna e Cella, 2002) è evidenziata dalla FIGURA 3. Nei primi anni ’90 i due comparti davano luogo a un’analoga percentuale di giornate di lavoro perse. Nei due quinquenni successivi la quota relativa al manifatturiero sale rispettivamente all’85% e al 94%. L’inversione inizia nel 2005. Tra la fine degli anni 2000 e i primi anni ‘10 la quota di giornate perse nei servizi si aggirava intorno all’80%. E’ significativo che prima del 2006 c’erano già state singole annate con un’alta quota di giornate perse nei servizi e che anche negli anni seguenti il fenomeno si è manifestato per periodi non più lunghi di un anno.

I dati relativi al livello di combattività e di capacità di mobilitazione mostrano ulteriori variazioni. Per quanto riguarda la prima, agli inizi degli anni ’90 un lavoratore in media era in sciopero 1,8 giorni l’anno. Come mostra la TABELLA 1 il dato si era dimezzato alla fine degli anni ’90, ma ha ripreso a salire a partire dal 2005. Il dato in fondo alla colonna 2010/2014 mostra che in quel periodo un lavoratore è stato in sciopero 2,8 giornate l’anno. Dunque la com-battività è triplicata nel corso di un ventennio. Scorporando i dati per settore si osservano differenze significative. Nei servizi in media ogni lavoratore ha scioperato 3,6 giorni, il doppio che nell’industria. Il culmine della combattività lo abbiamo osservato negli scioperi dei servizi pubblici alla fine degli anni 2000, con una media di 5,4 giornate non lavorate all’anno: 9 volte il dato relativo all’industria e 5 volte quello relativo ai servizi agli inizi del decennio. Mentre negli ultimi anni la combattività è cresciuta, la capacità di mobilitazione è diminuita. Come si ricava dalla stessa TABELLA 1 abbiamo registrato una media annua di 583 partecipanti agli scioperi agli inizi degli anni ’90, scesa a 64 nell’ultimo quinquennio. Tutti e due i principali settori dell’economia seguono lo stesso trend. Ma, nonostante una forte diminuzione negli ultimi anni, la partecipazione rimane più alta nell’industria. La forte riduzione della partecipazione agli scioperi nell’industria è dovuta alla grande influenza del settore metalmeccanico. A differenza dagli anni precedenti il sindacato metalmeccanico (IG Metall) ha proclamato una grande mobilitazione solo una volta dopo il 2010, cioè nel 2013. In questa occasione la partecipazione dei lavoratori a questi ‘scioperi di avvertimento’ (scioperi proclamati per mettere pressione sulle aziende in vista di una contrattazione sul salario N.d.R.) e quindi la capacità di mobilitazione sono state molto alte.

Per cercare di sintetizzare i principali risultati dell’analisi dei mutamenti negli scioperi in Germania potremmo trarre le seguenti conclusioni:

– dal 1990 c’è stata una rapida diminuzione degli scioperi

– dal 2006 vediamo manifestarsi una forte tendenza alla ‘terziarizzazione del conflitto’

– la partecipazione agli scioperi sta diminuendo, mentre la durata sta aumentando.

Quest’ultimo dato rientra nella tendenza alla terziarizzazione. In alcuni servizi, come il commercio al dettaglio e i servizi pubblici o in settori dove esistono sindacati di mestiere combattivi (compagnie aeree e controllori di volo, ferrovie e ospedali) gli scioperi sono su scala minore di quanto avviene nella manifattura (ad es. gli scioperi di avvertimento nel settore metalmeccanico).

Il volume degli scioperi. Quadro comparativo internazionale

Quando si confrontano dati sugli scioperi su scala internazionale bisogna tenere presente che non è possibile farlo con precisione assoluta. Infatti ci sono differenze importanti tra i metodi di compilazione delle statistiche nei diversi paesi (ILO, 1993; Sweeney e Davis, 1996; Carley, 2008 e 2013; Lesch 2010). Il numero dei lavoratori dipendenti è diverso nei 23 paesi dell’OCSE. E’ naturale aspettarci una relazione di proporzionalità diretta tra il numero delle giornate di lavoro perse a causa degli scioperi e il numero totale dei lavoratori dipendenti in ogni paese. Per eliminare gli effetti statisticamente distorsivi di questa tendenza basta definire un parametro che metta in relazione i due fattori (Aligisakis, 1997). La TABELLA 2 sintetizza i dati sul volume delle vertenze sindacali dal 1990 al 2014, definito come il numero di giornate lavorative perse ogni mille addetti. Inoltre fornisce i dati relativi al numero delle vertenze. Allo scopo di allineare oscillazioni troppo ampie dei dati (vedi quanto già detto) l’analisi comparata su scala internazionale si basa su medie calcolate su periodi di 5 anni piuttosto che sui dati di ogni singola annata. Nei limiti del possibile abbiamo cercato di includere dati anche per il 2014.

Paragonando i dati sul numero di giornate perse ogni mille lavoratori le fonti rivelano un ampio spettro di risultati:

– i paesi che superano le 100 giornate in uno o più periodi sono Australia (1990-1994), Danimarca (1995-1999, 2005-2009, 2010-2013), Finlandia (1990-1994, 1995-1999), Francia (1995-1999, 2005-2009, 2010-2012), Irlanda (1990-1994, 1995-1999), Italia (1990-1994, 2000-2004), Canada (sempre, tranne il 2010-2014), Spagna (1990-1994, 1995-1999, 2000-2004).

– il gruppo dei paesi stabilmente sotto le 20 giornate include Germania (da 3 a 18 giornate), Giappone (da 0 a 3), Svizzera (da 1 a 5). Polonia, Svezia e Slovacchia scendono sotto le 20 giornate a partire dal 1995 (rispettivamente da 1 a 8 giornate perse, da 7 a 16, 0 per tutto il periodo). Olanda, Ungheria e Austria sono sotto la soglia delle 20 giornate per 4 dei 5 quinquenni presi in considerazione. Fanno eccezione il 1995-1999 per quanto riguarda Olanda e Ungheria e il 2000-2004 per l’Austria.

– Nuova Zelanda, Gran Bretagna, USA, Belgio, Norvegia e Portogallo occupano la fascia intermedia, con dati compresi tra 20 e 99 giornate perse.

C’è una costante riduzione del volume degli scioperi, in particolare nei paesi anglosassoni. Tra i primi anni ‘90 e il periodo più recente (2010-2014) il numero di giornate perse ogni mille addetti è sceso da 220 a 83 in Canada, da 157 a 17 in Australia, da 99 a 12 in Nuova Zelanda, da 136 a 10 in Irlanda, da 37 a 26 in Gran Bretagna e da 43 a 4 negli USA. Tuttavia ci sono anche altri paesi con una notevole variazione nel bilancio delle lotte. In Spagna il numero di giornate perse è precipitato da 471 a 61, in Polonia da 79 a 1, in Svezia da 55 a 4. Pur con variazioni meno rilevanti in questa categoria rientra anche il Portogallo (da 39 a 24). Fino a quando i dati sono disponibili (2009) la stessa tendenza si manifesta anche in Italia (da 238 a 46). Per quanto riguarda quest’ultimo paese, per mancanza di dati non sappiamo se questo trend sia proseguito anche nel quinquennio 2010-2014. Se analizziamo l’evoluzione del numero di vertenze per singolo paese ritroviamo la stessa situazione. Il dato diminuisce particolarmente nelle economie anglosassoni, ma anche in Portogallo e in Svezia. Nel lungo periodo nessun paese OCSE vede aumentare il numero delle vertenze, con l’eccezione di Francia (1990-2004) e Spagna (2000-2013). In Germania abbiamo una crescita del numero delle aziende colpite dagli scioperi tra il 1995 e il 2009, ma, malgrado questa crescita, il numero è significativamente più basso rispetto al periodo iniziale 1990-1994.

In complesso i nostri risultati confermano quelli già evidenziati da precedenti ricerche. In primo luogo mostrano un generale declino degli scioperi nel loro complesso. In secondo luogo, sebbene vi sia una debole tendenza al convergere dei dati, la divisione in fasce della classifica nel ‘campionato mondiale degli scioperi’ (Vandaele, 2011) rimane significativamente stabile negli ultimi 20 anni. Anche le differenze tra paese e paese rimangono sostanziali (Lesch, 2010; Vandaele, 2011; Gall, 2012). Terzo punto: la banda di oscillazione nel tempo può essere molto ampia. Il fenomeno di generale declino può essere interrotto da forti picchi, che in parte sono il frutto di scioperi politici (Gall, 2012). Per sciopero politico si intende una mobilitazione che si svolge sul terreno politico più che sindacale (Gall, 2012). Spesso assume la forma di uno sciopero generale volto a bloccare l’intera economia o l’intero settore pubblico. Queste protese di massa di solito sono di breve durata (un giorno) e mirano a esercitare un’influenza politica sul governo o sul Parlamento. La distinzione tra questo tipo di scioperi e gli scioperi economici, mirati a ridurre la capacità di fare profitti delle imprese, è essenziale.

La stabilizzazione delle relazioni industriali in molti paesi OCSE fa sì che paesi con relazioni industriali tradizionalmente più serene (come Germania, Giappone, Olanda, Svizzera e Austria) perdano un vantaggio competitivo. D’altra parte le condizioni della produzione in Belgio, Francia e alcuni paesi scandinavi (Danimarca, Finlandia e Norvegia) stanno peggiorando poiché la propensione agli scioperi si rafforza.

L’analisi del numero di giornate lavorative perse per settore, nel periodo 1990-2013, ci rivela un’immagine diversa. La TABELLA 3 mostra come ci siano ancora paesi con un numero maggiore di giornate perse per mille addetti nel settore industriale piuttosto che nei servizi. Ciò vale, in tutti i periodi considerati, in Australia, Belgio e Italia (per quest’ultima i dati arrivano solo fino al 2008), Canada, Portogallo (dati fino al 2007) e Spagna e per 4 periodi su 5 in Finlandia e USA. Al contrario un più ristretto gruppo di paesi ha un dato superiore nei servizi. Tra essi Austria, Svezia, Ungheria e Gran Bretagna. Tuttavia nell’ultimo quinquennio la situazione in Austria e Svezia è mutata. Un terzo gruppo di paesi, che include Francia, Irlanda, Giappone, Norvegia, Polonia, Svizzera e Slovacchia rivela un quadro non chiaro. Assistiamo a un’inversione di tendenza in Danimarca, Germania e Olanda. In questi paesi il numero di giornate perse dal 1990 al 2004 è stato maggiore nell’industria, ma successivamente è diventato maggiore nei servizi. In Olanda entrambe i settori hanno avuto un numero analogo di giornate perse.

La tendenza alla terziarizzazione del conflitto – in altre parole lo spostamento delle iniziative di sciopero dall’industria ai servizi – la vediamo in Germania come nella maggior parte dei paesi ma non in tutti (Bordogna e Cella, 2002). Se analizziamo la percentuale di giornate lavorative perse (stavolta in termini assoluti e non ogni mille lavoratori) nel settore industriale in percentuale rispetto a quelle perse complessivamente nell’intera economia (vedi TABELLA 4), possiamo osservare che vi sono paesi in cui il dato si aggira intorno al 50% e talvolta lo supera in tutti i periodi considerati. Ciò accade in Australia, Italia (dati fino al 2008), Spagna e Portogallo (dati fino al 2007). Inoltre il dato si colloca al 50% e più in almeno 2 dei 5 quinquenni in alcuni pesi, tra cui Finlandia (dal 2000 in poi), Olanda (dal 1995 al 2004), Norvegia e Polonia (dal 1995 al 1999 e dal 2010 al 2013) e USA (dal 1995 al 1999 e dal 2005 al 2009).

La quota particolarmente alta di giornate perse nei servizi possiamo osservarla in Francia, Irlanda e Svezia (escluso il 2010-2013), Ungheria (fino al 2009, dopo mancano i dati) e Gran Bretagna. Dal 1995 questo dato è oscillato tra il 76% e l’89% in Francia e tra l’82% e il 97% in Gran Bretagna. Un’oscillazione analoga si è avuta in Austria e Svezia fino al 2010, mentre in seguito la situazione è mutata in modo rilevante. In misura minore anche il Giappone ha un’alta quantità di giornate perse nei servizi. Vi sono poi paesi in cui la terziarizzazione è emersa negli ultimi 10-20 anni. Tale cambiamento ha iniziato a manifestarsi nei primi anni ’90 in Danimarca e dopo il 2005 in Australia, Germania e Olanda. La quota di giornate perse nei servizi è salita dal 18% al 90% e più in Danimarca, dal 6% (2000-2004) al 73% (2010-2013) fino al 78% (2005-2009) in Germania e dal 32% (2000-2004) all’88% (2010-2013) in Olanda.

La TABELLA 5 illustra l’evoluzione della capacità di mobilitazione e della combattività degli scioperi. Nella maggior parte dei paesi la capacità di mobilitazione si sviluppa in modo abbastanza discontinuo. Anzi essa è diminuita in Germania, negli USA e Ungheria dal quinquennio 1995.-1999 e in Svezia e Spagna a partire dal 2000-2004. Negli ultimi anni la capacità di mobilitazione è notevolmente scesa in Ungheria, Svezia e Spagna. La Gran Bretagna invece è stato l’unico paese con una capacità di mobilitazione che cresce in maniera lineare. Una tendenza analoga abbiamo visto in Irlanda, Polonia e Canada, sebbene essa si sia interrotta tra il 2005 e il 2009. In questo periodo infatti osserviamo un picco eccezionale in Irlanda (4mila lavoratori per sciopero, contro i 612 e i 948 dei quinquenni precedente e successivo), un forte declino in Polonia (solo 22, contro i 153 del quinquennio prima e i 333 di quello dopo) e una piccola diminuzione in Canada (431 contro i 540 precedenti e i 623 successivi).

La combattività degli scioperanti è diminuita in Irlanda, Slovacchia e Gran Bretagna nel corso di tutti gli intervalli di tempo considerati, in Giappone a partire dal quinquennio 1995-1999, in Svezia dopo il 2000-2004. Il numero di giornate lavorative perse per scioperante è sceso da 3,7 a 1,1 in Gran Bretagna, da 9,9 a 1,6 in Irlanda e da 9,1 a 0 in Slovacchia. Lo stesso dato è in continua crescita solo in Spagna. In Germania e in Svizzera è cresciuto a partire dal quinquennio 2000-2004. Col passare degli anni gli scioperi in Germania e Svizzera tendono a coinvolgere meno lavoratori ma a diventare più lunghi, mentre in Gran Bretagna e in Irlanda diventano più partecipati ma si accorciano. La capacità di mobilitazione e la combattività in alcuni paesi si sono sviluppate in modo discontinuo, non solo perché nell’Europa del sud ci sono stati scioperi politici e scioperi generali, ma anche a causa dei grandi scioperi in Austria (2003), Irlanda (2009) e Belgio (2012). Nell’organizzare queste dimostrazioni di massa i sindacati hanno mobilitato molti lavoratori per un breve tempo (Nowak e Gallas, 2014).

Cambi strutturali e mobilitazioni di massa

Sono molti i fattori che influenzano le iniziative di sciopero e includono fattori macroeconomici, politici e istituzionali, caratteristiche legate al paese e alla fase storica (Batstone, 1985; Lesch, 2002; Goerke e Madsen, 2004; Ludsteck e Jacobebbinghaus, 2006; Vandaele, 2011). In paesi con una forte propensione allo sciopero, come quelli dell’Europa meridionale e la Francia, gli scioperi sono particolarmente influenzati dalla sfera politica. Gli scioperi di massa rientrano in una più generale mobilitazione per i diritti democratici e sociali (Nowak e Gallas, 2004). In questi paesi si ha a che fare con organizzazioni sindacali comuniste, socialiste e cristiane, ciascuna col suo peculiare orientamento politico, in competizione tra loro e con uno Stato che interviene a scadenze regolari nella contrattazione collettiva (ad esempio dichiarando vincolanti tali accordi). Nei paesi del Nord e in Belgio il tasso di sindacalizzazione è alto, relativamente ad altri paesi, perché lo Stato partecipa all’amministrazione dei sussidi di disoccupazione (sistema di Ghent). La contrattazione collettiva funziona ancora e manifestazioni di massa di tipo politico non sono comuni. Nei paesi dell’Europa centrale e orientale i sindacati non hanno una forte tradizione conflittuale a paragone coi paesi del sud. Qui durante la trasformazione da economie pianificate a economie di mercato dapprima gli scioperi sono aumentati. Tuttavia questo fenomeno era contenuto dalla crescente disoccupazione e dal dialogo sociale tripartito (sindacati, imprese e Stato N.d.R.). E’ naturale che non vi siano state manifestazioni politiche di massa durante e dopo la crisi nelle tre economie dell’Europa centrale e orientale analizzate. In Ungheria e in Polonia vertenze sindacali si sono manifestate solo in alcuni settori. In Slovacchia non ci sono state quasi azioni di lotta dal 2008 in poi (Carley, 2013).

Le azioni di lotta nei servizi colpiscono gli utenti più degli scioperi nel settore manifatturiero. Perciò abbiamo scioperi con un maggiore impatto negativo su soggetti terzi nei paesi con una marcata tendenza alla terziarizzazione del conflitto. Inoltre ciò implica che il volume degli scioperi abbia meno importanza nell’analisi degli scioperi, mentre pesa di più la frequenza delle mobilitazioni (Vandaele, 2011). La terziarizzazione del conflitto è conseguenza della deindustrializzazione. I settori con maggiore propensione allo sciopero, come l’industria mineraria, la siderurgia e in generale le aziende metalmeccaniche hanno perso peso, la globalizzazione produttiva ha indebolito i sindacati e c’è stata una crescita dell’occupazione nel terziario (Bordogna e Cella, 2002). Inoltre la perdita di occupazione nell’industria tradizionale ha fatto diminuire il numero di giornate lavorative perse a causa degli scioperi nei paesi con una quota relativamente alta di scioperi in quei settori. Questo cambiamento strutturale è stato più evidente negli anni ’80, ma si è ridotto in seguito (Lesch, 2010). Perciò ci devono essere altri fattori che spiegano la terziarizzazione del conflitto negli ultimi 20 anni. Uno di essi è la crescente rilevanza degli scioperi politici. La maggiore combattività dei lavoratori dei servizi potrebbe essere un’altra ragione.

Proprio nei paesi dell’Europa occidentale le iniziative di sciopero sono state sempre più frequentemente scioperi generali o politici. Inoltre la frequenza degli scioperi politici è aumentata a partire dalla crisi del 2008-2009 (Gall, 2012; Nowak e Gallas, 2014). Gli scioperi generali nell’Europa a 15 più la Norvegia sono stati 18 dal 1980 al 1989, 26 tra il 1990 e il 1999 e 27 tra il 2000 e il 2009, ma sono stati 38 dal 2010 a maggio del 2014. Metà di questi in Grecia, 6 in Italia, 5 in Portogallo, 4 in Spagna e 3 in Francia (Nowak e Gallas, 2014). Sebbene i dati statistici sugli scioperi politici talvolta non siano esaurienti, i loro numeri possono rendere conto dei picchi raggiunti dal volume degli scioperi in questi casi. Scioperi politici e generali hanno accelerato la terziarizzazione del conflitto, poiché si sono concentrati nel settore pubblico e nei trasporti. Inoltre la partecipazione agli scioperi politici di solito è molto alta, mentre la combat-tività è minore (1-2 giorni). Talvolta la tendenza al conflitto aumenta, specialmente in caso di liberalizzazioni e privatizzazioni (Carley, 2013).

Conclusione

La terziarizzazione del conflitto in Germania è andata a braccetto con una crescita delle giornate lavorative perse per addetto e una diminuzione del numero dei partecipanti agli scioperi. Le vertenze sindacali sono diventate più frammentate. Una tendenza contraria si sta sviluppando invece in Gran Bretagna e in Irlanda. In questi paesi infatti la combattività è diminuita, mentre è cresciuta la partecipazione. In altri paesi OCSE con una tendenza alla terziarizzazione del conflitto questi due fattori hanno seguito trend diversi. In molti casi ciò può essere spiegato come conseguenza di un alto numero di scioperi politici. In Germania nel biennio 2008-2009 la partnership sociale ha funzionato ancora. C’è stato un basso numero di vertenze e la crisi è stata contrastata con un accordo a tre tra Governo, organizzazioni imprenditoriali e sindacati, che comprendeva un’estensione del part-time e alcune misure di intervento pubblico. Al contrario in molti paesi dell’Europa meridionale, così come in Belgio, in Francia e in Irlanda riforme e programmi di austerità hanno prodotto molte manifestazioni, inclusi scioperi di massa. Tuttavia il generale declino delle iniziative di sciopero è andato avanti. Abbiamo scoperto un crescente allineamento degli scioperi, la le differenze da paese a paese esistono ancora. La terziarizzazione del conflitto rende le conseguenze delle vertenze sindacali più tangibili per i cittadini. Mentre in Germania questo fenomeno è stato trainato da scioperi ‘economici’ (vertenze tra aziende e sindacati), all’estero è stato la conseguenza di scioperi politici. Se il numero di giornate lavorative perse e di vertenze cresce ancora la Germania potrebbe perdere un importante vantaggio competitivo.

 

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