Rileggendo ‘Stato e Rivoluzione’

Ha quasi 100 anni, ma… Rileggendo Stato e Rivoluzione

Tutte le chiacchiere secondo cui le condizioni storiche non sarebbero ancora ‘mature’ per il socialismo, non sono che il prodotto dell’ignoranza o di una deliberata mistificazione. Le premesse oggettive della rivoluzione proletaria non solo sono mature, ma hanno addirittura cominciato a marcire. Senza una rivoluzione socialista – e nella prossima fase storica – una catastrofe minaccia tutta la civiltà umana. Tutto dipende dal proletariato, cioè fondamentalmente, dalla sua avanguardia rivoluzionaria. La crisi storica dell’umanità si riduce alla crisi della direzione rivoluzionaria. 

L. Trotsky, Programma di Transizione, 1938

Stato e Rivoluzione è un opuscolo di divulgazione scritto tra l’agosto e il settembre del 1917 dal principale teorico e dirigente della rivoluzione Russa, Vladimir Lenin. Per chiarezza esplicativa, densità di contenuti, profondità di pensiero e importanza storica quest’opera, nel moderno pensiero politico, è seconda solo al Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels. In essa è contenuta la versione compiuta della teoria marxista dello Stato e dei compiti del proletariato durante la rivoluzione. Stato e Rivoluzione appartiene a quella categoria di opere intramontabili, quelle opere teoriche la cui importanza e validità si rafforza con il passare degli anni. La genesi di quest’opera è interessante, perchè permette di capire il contesto sociale nella quale venne alla luce. Fu scritta da Lenin in una piccola casetta al confine con la Finlandia, dove l’autore era stato costretto a trovare rifugio. Il fallimento delle manifestazioni armate del Luglio 1917, che Trotsky definì un’insurrezione a metà, aveva permesso alla borghesia democratica, guidata dal troudoviko Kerensky e dal menscevico Tsereteli, di preparare la distruzione della Pietrogrado rossa e operaia in combutta con le forze monarchiche. Queste ultime, dopo essere state rovesciate dalla Rivoluzione di Febbraio riposero le proprie speranze sull’intervento militare di due generali, Krasnov e Kornilov. La sconfitta delle giornate di Luglio aveva galvanizzato la borghesia russa, che si preparava a distruggere l’eredità della Rivoluzione di Febbraio. In pochi giorni vennero distrutte molte tipografie operaie, venne ripristinato il controllo padronale sulla produzione, alcuni agitatori bolscevichi vennero linciati nelle piazze, il partito di Lenin, così potente fino a poche settimane prima, venne messo fuori legge, Trotsky fu arrestato e Lenin, accusato di essere un agente della monarchia tedesca degli Hohenzollern, fu costretto ad abbandonare il quartiere operaio di Vyborg e a cercare rifugio in Finlandia.

In quei giorni di forzata clandestinità, di fronte alla violenza della ‘frusta della controrivoluzione’, Lenin sentì la necessità di approfondire la teoria marxista dello Stato che Engels aveva formulato nelle sue due maggiori opere, L’Origine della famiglia, della proprietà privata dello Stato e L’Antidühring. Questa esigenza nasceva dall’esperienza della Rivoluzione di Febbraio. Come scrisse nella prefazione alla prima edizione: ‘La questione dell’atteggiamento della rivoluzione socialista del proletariato nei confronti dello Stato acquista quindi un significato non solamente politico pratico, ma assume un carattere di scottante attualità, perché si tratta di far comprendere alle masse che cosa dovranno fare per liberarsi, in un avvenire prossimo, dal giogo del capitale’. Nel fuoco della rivoluzione alcune quesioni di teoria rivoluzionaria assunsero un’importanza pratica gigantesca. Il partito menscevico e quello socialista rivoluzionario, che agivano come ala sinistra della borghesia, definivano lo Stato formatosi dopo la caduta dello zar Nicola II nel febbraio 1917 come uno ‘Stato popolare’, l’espressione più matura della democrazia rivoluzionaria. Secondo questa visione, le masse operaie e contadine in agitazione e le minoranze nazionali oppresse avrebbero dovuto subordinare i loro ‘egoistici’ interessi di parte alla difesa di questo nuovo Stato. Rovesciando l’illusione di uno Stato ‘neutro’, Lenin preparava il rovesciamento di questo Stato. La tragica esperienza dei governi di coalizione tra il partito Socialista Rivoluzionario, il partito Menscevico e il partito dei Cadetti aveva dimostrato l’impossibilità di portare a termine i compiti della rivoluzione democratica e della riforma agraria. Preso atto di questa situazione, Lenin si avvicinò alla teoria della rivoluzione permanente, cercò di ricollegare il marxismo con l’esperienza concreta della rivoluzione russa, da questo tentativo nacque Stato e Rivoluzione. Si imponeva un ritorno alla dottrina marxista dello Stato, una riaffermazione della natura dello stato come prodotto dell’antagonismo inconciliabile tra le classi. Lenin sentiva l’esigenza di fornire una chiave di interpretazione diversa, un ritorno alle origini del pensiero marxista, reso necessario dall’esperienza russa e dal passaggio nel campo della borghesia della maggioranza del gruppo dirigente della II Internazionale da Kautsky e Scheidemann, a Guesde, Longuet e Vandervelde. La sua polemica contro la socialdemocrazia internazionale, dal 1914 fino a quel momento, era mossa dalla volontà di trasformare la guerra imperialista in guerra civile all’interno dei paesi belligeranti, di fare la guerra al ‘nemico in casa nostra’.

Con la morte di Engels e sotto la spinta di una lunga serie di vittorie elettorali, la socialdemocrazia tedesca, vero e proprio faro della socialdemocrazia internazionale, aveva cominciato per bocca dei suoi massimi dirigenti, Bernstein e Kautsky, a inseguire un percorso di revisione teorica del marxismo. Alla fine di questo processo degenerativo, la socialdemocrazia tedesca aveva partorito una versione gradualista e riformista del marxismo. Visione contro la quale Lenin si scaglia sin dalle prime righe di questo suo scritto: ‘Tutti i socialsciovinisti, non ridete, sono oggi ‘marxisti’. E gli scienziati borghesi tedeschi sino a ieri specializzati nello sterminio del marxismo, parlano sempre più spesso di un Marx ‘nazionaltedesco’ che avrebbe educato i sindacati operai, così magnificamente organizzati per condurre una guerra di rapina’. In questa opera, rispolverando la vera dottrina di Marx ed Engels sullo Stato, Lenin restituisce al marxismo il suo carattere concreto e rivoluzionario. Lo Stato come dimostrò Engels nel 1884 è al contempo il prodotto e la migliore manifestazione degli antagonismi inconciliabili tra le classi. Esso nasce nel momento in cui gli antagonismi tra classi sociali diventano inconciliabili, per controllarli, contenerli, frenarli. La nascita dello Stato diventa necessità storica nel momento in cui un determinato grado di sviluppo economico legato alla divisione in classi della società impone alla classe dominante di organizzare lo sfruttamento del lavoro, conservare le condizioni della produzione e mantenere tale la classe sfruttata. Dunque esso non è mai stato né mai potrà essere un arbitro imparziale nel conflitto di classe, ma lo strumento con il quale una classe dominante legittima la sua dominazione sul resto della società. Un complesso organismo al servizio degli interessi materiali delle classi dominanti, uno strumento di dominio e di oppressione di una parte della società sull’altra. Esso si struttura grazie ai ‘distaccamenti speciali di uomini armati’, le forze di polizia, l’esercito, la gendarmeria che hanno il monopolio dell’uso della violenza ‘legittima’. L’uso della violenza ‘legittima’ grazie agli strumenti di tutela che lo stato classista si dà, leggi, tribunali, apparato giudiziario, garantisce alla classe dominante il mantenimento dello status quo.

Nato all’interno del conflitto di classe per frenarlo, lo Stato è sempre espressione della classe economicamente dominante. Lo stato schiavista, lo stato feudale, lo stato borghese si riducono quindi ad apparati, sovrastrutture giuridiche che le classi dominanti, i cittadini padroni di schiavi, l’aristocrazia latifondista e la moderna borghesia industriale e bancaria si sono dati per legittimare il proprio dominio all’interno della società e per contenere il conflitto sociale, la lotta degli sfruttati contro gli sfruttatori. Secondo Lenin lo Stato moderno, forza repressiva particolare della borghesia contro il proletariato, vale a dire di una minoranza di sfruttatori contro la stragrande maggioranza dei lavoratori e dei ceti popolari dovrà essere soppresso dal proletariato durante la rivoluzione. Lenin spiega anche che mentre la nostra società è fondata sulla dittatura di una minoranza e dunque, inevitabilmente, sulla repressione, la ‘dittatura del proletariato’, uno dei concetti più controversi del marxismo, che tanto spaventa i sinceri democratici, rappresenterebbe il dominio della maggioranza di un popolo su una piccola èlite di sfruttatori. Rendendo superfluo tale dispiegamento di forza.

L’esperienza della Comune di Parigi permise a Marx e Engels di modificare la loro teoria sullo Stato. L’ultimo cambiamento che essi apportarono al Manifesto si deve proprio sull’esperienza rivoluzionaria dei comunardi. Nell’ultima prefazione alla nuova edizione, firmata dai due autori il 24 giugno 1872 si legge : ‘(…) La Comune ha fornito la prova che la classe operaia non può impossessarsi puramente e semplicemente di una macchina statale già pronta e metterla in moto per i suoi propri fini…’ L’esperienza della Comune – secondo i due rivoluzionari tedeschi – dimostrò che lo Stato borghese non può essere ‘sostituito’ dallo Stato proletario attraverso una progressivo cambiamento della sua natura, ma dev’essere distrutto con un atto di violenza, la rivoluzione. La Comune di Parigi fu una forma speciale di semi-Stato rivoluzionario, una nuova forma di potere politico transitorio, caratterizzata dall’abolizione dell’esercito permanente e dall’armamento del popolo, dalla revocabilità dei rappresentanti nelle assemblee elettive, rappresentanti retribuiti con un salario che non superiore a un normale salario operaio. Grazie all’analisi dell’esperienza storica della Comune Lenin, sviluppando il pensiero di Marx ed Engels, arrivò a concludere che il proletariato organizzato in classe dominante, non sopprime lo Stato all’atto della rivoluzione, ma ha bisogno di uno Stato socialista per reprimere la resistenza degli sfruttatori, per impedire la loro riorganizzazione e organizzare in un nuovo regime economico la massa dei lavoratori e dei ceti popolari.

Se lo Stato è strumento della dominazione di classe e della violenza diretta contro gli sfruttati, questi non possono affidarsi a esso per difendere i propri interessi, né per costruire il socialismo. Lenin mostra come la socialdemocrazia abbia opportunisticamente distorto il concetto marxista di ‘estinzione dello Stato’ (contro l’idea degli anarchici che la rivoluzione avrebbe dovuto immediatamente sciogliere lo Stato e sostituirlo con una ‘federazione di comuni’) per giustificare invece l’idea che sia possibile ‘influenzare’ le politiche di uno Stato al servizio di industriali e banchieri in uno Stato al servizio dei lavoratori. Lenin mostra come – quando Marx ed Engels parlano di una progressiva  ‘estinzione dello Stato’ si riferiscono non allo Stato borghese, ma allo Stato sorto da una rivoluzione e destinato a poco a poco a estnguersi attraverso una progressiva cessione di sovranità a organismi di autogoverno locale dei lavoratori. Riconoscendo tuttavia – a differenza degli anarchici – che una società senza Stato potrà nascere soltanto quando le basi materiali della sua divisione in classi sociali siano state erose, ponendo le basi di una società caratterizzata dall’abbondanza.

Stato e Rivoluzione dunque è una riflessione su come organizzare Stato dopo la vittoria della rivoluzione socialista da parte di un uomo che sta per guidare una rivoluzione socialista in Russia. Il frutto dell’esigenza di produrre un analisi teorica all’altezza dei compiti storici concreti che si ponevano di fronte alle masse operaie e contadine in lotta per il rovesciamento del capitalismo, che trapela in ogni  pagina. Tuttavia non si tratta di uno scritto per ‘addetti ai lavori’, ma di un testo eminentemente’pratico’ e carico di passione rivoluzionaria e di impaziente attesa che arrivi il momento dell’azione.  Come Lenin scrive nel poscritto alla prima edizione: ‘Il presente opuscolo fu scritto nell’agosto settembre 1917. Avevo già preparato il piano di un VII capitolo: L’esperienza delle rivoluzioni russe del 1905 e del 1917, ma all’infuori del titolo non ho avuto tempo di scriverne una sola riga; ne fui ‘impedito’ dalla crisi politica, vigilia della Rivoluzione d’ottobre del 1917. Non c’è che da rallegrarsi di un tale ‘impedimento’. Ma la seconda parte di questo opuscolo (l’esperienza delle rivoluzioni del 1905 e del 1917) dovrà certamente essere rinviata a molto più tardi; è più piacevole e più utile fare ‘l’esperienza di una rivoluzione’ che non scrivere su di essa’.

In questo numero della rivista dedicato in gran parte al tema dello Stato abbiamo scelto di pubblicare questo articolo, che è allo stesso tempo una breve guida e un invito alla lettura di uno di quei libri che cambiano la nostra visione del mondo e della vita. Riscoprire le basi della teoria marxista dello Stato, nel momento di massima crisi di una sinistra che. proprio sul terreno dei rapporti con lo Stato. ha fallito, inseguendo la ‘borghesia avanzata’, la magistratura progressista, la ‘Costituzione più bella del mondo’, è per noi di fondamentale importanza. Perciò, consapevoli che senza teoria rivoluzionaria non è possibile costruire un movimento rivoluzionario, pensiamo che valga ancora la pena di leggere un testo nonostante i suoi ormai quasi cento anni di età.

di Giuliano Brunetti