Automazione e intelligenza artificiale: che fine farà il lavoro?

Analisi e prospettive sul futuro del lavoro nell’era dell’automazione, dove i robot stanno pian piano sostituendo molti operai in tutti i settori: dalla produzione agricola e industriale fino alla medicina, alla cultura e al giornalismo.

Secondo diversi studi sull’automazione dell’Università di Oxford che hanno analizzato 702 diversi tipi di lavoro come campione [1,  2], nei prossimi 30 anni le macchine minaccerebbero circa il 50% dei posti di lavoro negli Stati Uniti e l’85% nel resto del mondo. Già nel 1961, in un articolo apparso sul Time il 24 Febbraio, si cominciava a fare strada l’ìdea che l’automazione stesse togliendo posti di lavoro, che l’industria non stesse più creando più posti di lavoro di quanti ne togliesse, come invece accadeva un tempo.

A giudicare dai segnali provienti da tutto il mondo è chiaro che l’automazione sta prendendo sempre più piede, spesso sostituendosi completamente all’uomo nella produzione di beni e recentemente anche servizi. Alcuni esempi?

Agricoltura: Già dal 2011 negli Stati Uniti la Dorhout R&D sta lavorando a gruppi di robot-contadini in grado di ottimizzare la semina e la fertilizzazione nei campi agricoli. Come affermano gli stessi autori “in questo modo sarà possibile ridurre i costi aumentare la produttività di ogni singolo centimetro di terreno”.

Giornalismo: Sempre in America il Washington Post ha utilizzato dei bots per scrivere articoli sulle Olimpiadi di Rio del 2016 e la Automated insights ha lanciato sul mercato un intelligenza artificale in grado di produrre articoli giornalistici, che secondo uno studio, sembrerebbo difficilmente riconoscibili da quelli scritti da un essere umano.

Industria: In Cina nella regione del Guangdong, un piano industriale del valore di circa 150 milioni di dollari chiamato con molta poca fantasia “Robot Replace Human”, mira a sostuire l’80% della forza lavoro con i robot. Nel 2014 sono state automatizzate 500 fabbriche mandando a casa 30mila lavoratori. Guangzhou, il capoluogo della regione con oltre 14 milioni di abitanti, ha annunciato che l’80% della manodopera verrà sostituita da macchine entro il 2020. Sempre in Cina la Foxconn, la fabbrica elettronica che produce la maggior parte dei componenti sul mercato a clienti come Apple, HP e Dell, ha recentemente rimpiazzato 60.000 lavoratori automatizzando completamente un impianto industriale. Si, sessantamila.

Medicina: Nel campo dell’assistenza sanitaria numerose aziende stanno investendo nei cosidetti “robot sociali” e assistenziali, così da poter garantire una più capillare assistenza sanitaria. Dato l’invecchiamento della popolazione in Europa si scommette molto sulla cura degli anziani, ma la social robotics si estende anche al campo delle cure psicologiche, promuovendo ad esempio robot cuccioli, come PARO, che possano aiutare nella cura della depressione. In Inghilterra ad esempio sono stati recentemente stanziati 1 milione di pound per l’ECR (Centro Ricerca Robotica di Edinburgh). Gli studi che portano avanti i centri di ricerca di questo tipo mirano a migliorare l’interazione tra paziente e robot, per fare in modo tale che questa sia più naturale possibile, come se ciò potesse bastare per sostiture la presenza fisica ed emotiva di un essere umano. Peccato inoltre che ci si scordi sempre di specificare il costo che un operazione del genere comporterebbe sia in fase di creazione che di mantenimento, proprio in questa fase della storia umana dove le risorse stanno diventando un bene sempre più prezioso.

Cultura: In Francia al Museo della Grande Guerra, vengono utilizzati dei robot mobili per attrarre visitatori. Ancor più inquetante, a Tokyo, dei posticci robot umanoidi si sostuiscono alle guide museali. Iroshi Isiguro, direttore dell’Intelligent Robotics Laboratory, giustifica tale scelta dicendo che “non gli smartphone ma gli umanoidi sono la migliore forma di interazione per un essere umano, e in futuro la tecnologia assomiglierà sempre più all’uomo”.

In Italia, come in tutto il resto del mondo, il fascino dell’automazione ha generato ingenti investimenti sia nel pubblico che nel privato. L’IIT (l’Istituto Italiano di Tecnologia) ad esempio, presunto fiore all’occhiello della ricerca robotica italiana, riceve per legge 100 milioni all’anno (una cifra enorme e sproporzionata per la ricerca in Italia guardano ad esempio il fatto che nel 2015 la vicina Università di Genova nella sua totalità ne ha ricevuti 162). Ma quali sono i prodotti tangibili di centri di ricerca come questo nel campo della robotica? Migliorano davvero le nostre condizioni di vita? E i ricercatori che fanno questo tipo di ricerca si fanno questa domanda?

Come afferma Annamaria Testa in un articolo di Internazionale “Ogni tanto, l’interesse collettivo si accende attorno a un fatto suggestivo, e poi torna a spegnersi. Francamente, non so se questo succede perché non riusciamo a renderci conto dell’enormità del cambiamento. O perché stiamo rimuovendo il problema.”.

Secondo alcuni comunque l’affermazione che l’automazione cancellerà una grande mole di posti di lavoro è incompleta. Esistono in effetti alcuni esempi in cui l’automazione ha sì tolto posti di lavoro, ma ne ha anche creati di nuovi, meno faticosi e più specializzati. L’aumento di produttività inoltre comporta spesso l’impiego di più lavoratori giovani. Si parla anche di automazione parziale, dove in realtà il lavoro umano viene solo aiutato dal robot.

I timori per l’Intelligenza Artificiale

Prima dell’avvento delle reti neurali nell’intelligenza artificiale, il paradosso di Polanyi secondo cui noi conosciamo tacitamente molte cose che apprendiamo, faceva credere che non fosse pensabile automatizzare tutta una serie di processi, perchè non saremmo stati in grado di codificarli in una serie di istruzioni esplicite da fare eseguire ad una macchina (un algoritmo). Ma ormai anche l’apprendimento artificiale funziona tramite la riproposizione di un’esperienza, senza l’esplicita descrizione della stessa. La nozione viene immagazzinata all’interno delle reti neurali codificata in maniera implicita, acquisendo la capacità di riprodurre quasi qualsiasi azione proposta, limitazione meccanica permettendo. Come mostrato in una recente puntata di Report questa tecnologia è già utilizzata in molti campi come ad esempio il riconoscimento di volti, la valutazione dell’affidabilità di credito o il targeting pubblicitario come fa Facebook o Trenitalia.

Quasi tutti i giganti della tecnologia, tra cui Google, Microsoft, Facebook, Amazon e Baidu, fanno a gara per assicurarsi i migliori esperti di intelligenza artificiale e robotica. Acquistano tutte le nascenti startup e investono montagne di soldi nella ricerca. Una produzione industriale flessibile, la scrittura automatica di giornali, le diagnosi mediche automatizzate, le macchine che si guidano da sole, sono tutte applicazioni dell’intelligenza artificiale. Immaginate che implicazioni potrebbe avere il fatto che un pugno di aziende detenga il controllo su tecnologie di questo tipo. Poter decidere con un click di far pendere più per un verso che per un altro l’informazione, il traffico o la situazione sanitaria.

Il punto cruciale sta proprio nelle capacità di apprendimento, ed alcune aziende stanno già utlizzando subdolamente questa capacità per disfarsi dei “costosi” umani. Una compagnia di San Francisco offre un software per la progettazione manageriale indirizzato alle grandi compagnie che dovrebbe eliminare le posizioni manageriali di media importanza. Quando è incaricato di un nuovo progetto il software per prima cosa decide quali lavori automatizzare e precisamente dove occorrono effettivamente professionisti umani. Aiuta quindi a mettere insieme una squadra di liberi professionisti tramite internet, il software distribuisce quindi compiti agli umani e controlla la qualità del lavoro, monitorando le prestazioni individuali fino al termine del progetto. Ok. Non sembra così male. Mentre questa macchina elimina un lavoro, ne crea per i liberi professionisti. Giusto? Appena i liberi professionisti completano i loro compiti però, gli algoritmi di apprendimento li monitorano e raccolgono dati sul loro lavoro e di che tipo di compiti si trattasse. Quindi, ciò che sta realmente accadendo è che i liberi professionisti stanno insegnando ad un macchina come sostituirli. In media, il software riduce i costi del 50% nel primo anno, e di un altro 25% nel secondo anno. Questo è solo un esempio tra molti (fonte: Kurzgesagt).

Futuro senza lavoro

Se davvero il futuro sta andando in questa direzione, guardando ancora più avanti, possiamo davvero immaginarci un futuro senza lavoro, dominato dalla disoccupazione, la realtà virtuale e nel migliore dei casi la meditazione e l’arte? Yuval Noah Harari, in un articolo del TheGuardian, si pone questo interessante quesito ipotizzando nel 2050 la nascita di una nuova classe, la “useless class” o classe inutile. Questa classa sarà determinata tra l’altro anche dall’incapacità dell’essere umano di adattarsi ad una tale velocità di cambiamento, che sembra dover accellerare in futuro. L’uomo sarà impegnato in quelli che sono chiamati “Deep-Play”, giochi profondi, ovvero dei giochi così investiti di significato da diventare realtà, un po’ come è stato Pokemon Go ad esempio o la religione in alcuni casi. Il tutto immerso in un mondo di cui non è più davvero protagonista, ma solo una creatura che si intrattiene nel tempo che gli è concesso sulla terra.

Quale futuro vogliamo?

I cambiamenti in atto sono tantissimi, ma non sembra che tutti ne siano consapevoli. Una delle sfide più grosse è sicuramente quella di far rendere conto a tutti delle trasformazioni in atto, permettere ai lavoratori di crearsi una coscienza di classe per poter combattere le sfide del prossimo futuro. Dovremmo tutti porci alcune domande su qual è il futuro che vogliamo e lottare per realizzarlo. A tal proposito ripropongo 5 importanti domande che Annamaria Testa ha pubblicato nel suo articolo:

1) A proposito di perdita di posti di lavoro: siamo certi che l’opinione pubblica e gli stati siano pronti ad adottare serenamente l’idea di un salario universale? Se questo non succedesse, qual è il piano b?

 2) Se i lavori ripetitivi andranno ai robot, non varrebbe la pena cominciare subito a proteggere e a valorizzare il lavoro intellettuale e creativo invece che svenderlo (anche in rete) come si sta facendo adesso?

 3) In futuro avremo abbastanza lavori qualificati da far svolgere agli esseri umani? Nella Cina manifatturiera (e progressivamente robotizzata) questo è già un problema.

 4) Con i robot non avranno a che fare i nostri pronipoti, ma i ragazzini che oggi vanno in prima elementare. Che cosa è opportuno insegnare, di nuovo o di antico? A comporre stringhe di codice? Gestire grandi quantità di tempo libero senza uscire di testa? Capire che cosa rende “umano” un essere umano? Conoscere la storia e ad apprezzare la poesia? A non fare la guerra?

 5) Alcuni signori non qualunque come Noam Chomsky, Stephen Hawking, Steve Wozniak ed Elon Musk si dichiarano preoccupati per il proliferare di armi guidate dall’intelligenza artificiale, per la loro possibile diffusione sul mercato nero e per il fatto che possano finire nelle mani dei terroristi, accrescendo enormemente l’instabilità globale. Qualche idea in proposito?

La straordinaria crescita delle forze produttive alla quale abbiamo assistito ha permesso al genere umano di raggiungere un livello di sviluppo in grado di garantire un’esistenza dignitosa a tutti gli abitanti del pianeta. Esistono le condizioni per liberarci dal fardello del lavoro salariato e sviluppare appieno tutte le nostre possibilità e potenzialità individuali e collettive. Se posta al servizio di una società basata sulla difesa degli interessi di tutti, la tecnologia è la migliore garanzia per raggiungere nuove vette. Per questo bisogna rompere con il capitalismo, attraverso la rivoluzione e costruire una società nuova, una società socialista.

 

(Immagine di copertina tratta dal video di Kurzgesagt: The Rise of the Machines – Why Automation is Different this Time)