VENEZUELA La rivoluzione ad un bivio

Rivoluzione o Controrivoluzione non esistono altre strade.

In queste ultime settimane in Venezuela stiamo assistendo ad un durissimo braccio di ferro tra il regime chavista e le opposizioni di destra raggruppate sotto la sigla del Mud. Il punto di partenza delle manifestazioni antigovernative è la crescente impopolarità del presidente Maduro in un contesto di gravissima crisi economica. La crisi economica che si è abbattuta sul paese ha ovviamente delle specificità, ma è fondamentalmente espressione della crisi capitalista mondiale iniziata nel 2008.

Il Venezuela paga il prezzo del rallentamento della crescita cinese che si traduce in minori esportazioni per quei paesi come il Brasile, l’Australia, il Cile e lo stesso Venezuela che negli scorsi anni hanno potuto beneficiare dell’insaziabile richieste di materie prime provenienti dalla Cina.

La crisi economica del Venezuela ha però un carattere particolare che la rende unica al mondo. Negli ultimi due anni il PIL si è infatti contratto del 18%, per il 2017 si prevede un ulteriore calo del 4%. A determinare questa situazione unica e disastrosa è il crollo del prezzo del petrolio. La fine della rendita petrolifera grazie alla quale Chavez e Maduro hanno finanziato negli ultimi anni le politiche al servizio della classe lavoratrice e dei ceti poveri ha portato allo sviluppo di questa recessione.

Per fronteggiare la crisi economica e per continuare a finanziare le politiche sociali e la vendita di beni di prima necessità a prezzi calmierati, Maduro e il PSUV hanno adottato una politica monetaria fortemente espansiva che ha prodotto, com’era facilmente prevedibile, un’inflazione record. Questa, secondo i dati della Banca Centrale del Venezuela, è cresciuta nel 2014 del 68% e nel 2015 del 180%. In questa situazione, l’aumento dei salari non riesce a stare al passo con l’aumento del prezzo dei beni.

L’iper-inflazione e il sabotaggio economico condotto dai capitalisti venezuelani e stranieri ha portato ad un diminuzione delle capacità del governo di importare generi alimentari e altri prodotti di base creando una situazione di penuria generalizzata dei supermercati statali.

La scarsità di prodotti ha alimentato la corruzione nel paese e ha creato le condizioni per lo sviluppo di un immenso mercato nero nel quale è possibile trovare quei prodotti che lo stato vende a prezzi calmierati. Di fronte al rifiuto dei capitalisti venezuelani di produrre alle condizioni della ‘rivoluzione bolivariana’ il governo Maduro parla di sabotaggio economico da parte della classe dominante del paese. Ha ragione a parlare di sabotaggio. La borghesia venezuelana e mondiale vuole strangolare la rivoluzione bolivariana e per fare questo ricorre a tutti gli strumenti di cui dispone. Il problema reale è che Maduro sembra sorprendersi del loro atteggiamento. La sorpresa di Maduro è preoccupante. Maduro deve capire che la borghesia è coerente con la difesa dei suoi interessi. Non può sorprendersi di questo. Sarebbe come invitare a cena una persona notoriamente ingorda e golosa e sorprendersi che questa mangi.

La disastrosa situazione economica e il logoramento dell’esperienza politica del chavismo si sono tradotti nel linguaggio inequivocabile delle sconfitte politiche per il PSUV, il partito di governo. Il 6 dicembre del 2015, la maggioranza parlamentare è passata al blocco delle forze della destra liberista pro-americana.

La sconfitta alle elezioni ha galvanizzato le opposizioni e ha creato una situazione di stallo istituzionale. Di fronte alla gravità della crisi il presidente ha tentato di mantenersi al potere e di trasferire i poteri presidenziali alla Corte Costituzionale controllata da militanti chavisti. Oltre a questo ha moltiplicato gli appelli alla difesa delle conquiste democratiche della rivoluzione adoperandosi per l’approvazione di una nuova costituzione ‘veramente operaia’ sullo spirito del ’99.

Ma se da un lato Maduro lancia appelli alla mobilitazione di massa contro le forze reazionarie, dall’altro lato moltiplica le concessioni alla classe dominante nazionale e internazionale. Concretamente, stiamo parlando della revoca parziale delle sovvenzione sul costo del carburante, della creazione di Zone Economiche Speciali, che consegnano la sovranità ai capitali stranieri su parti del territorio nazionale, della liberalizzazione dei prezzi di prodotti di prima necessità, del pagamento degli interessi sul debito estero e della svendita dell’Arco Minero ai colossi estrattivi mondiali.

Queste concessioni non servono a placano la fame della classe dominante. Anzi, rafforzano i nemici della rivoluzione indebolendo il governo e le forze progressiste del paese. Al posto di lanciare appelli propagandistici, il PSUV dovrebbe portare avanti un programma di rottura anticapitalista. Un programma che porti alla rapida nazionalizzazione del settore bancario e finanziario, che imponga il monopolio sul commercio estero. Che espropri e nazionalizzi i settori chiave dell’economia a partire dal settore agroalimentare, dall’industria petrolifera e da quella estrattiva. Senza queste misure la rivoluzione è destinata a soccombere.

Com’è evidente una situazione nella quale si alternano concessioni alla classe lavoratrice e alla borghesia non può durare in eterno. Nel definire un regime che, come quello di Maduro, prova a conciliare gli inconciliabili interessi delle classi sociali utilizziamo il concetto di bonapartismo.

Il termine ‘bonapartista’ venne coniato da Marx in riferimento al colpo di stato di Napoleone III del 1851. Marx utilizzò questo termine per descrivere quelle situazioni nelle quali una classe sociale ripone tutte le sue speranze in una figura carismatica in grado di elevarsi temporaneamente al di sopra del conflitto sociale in una situazione di grande instabilità. Una situazione nella quale nessuna classe sembra abbastanza potente o sicura per conquistare definitivamente il potere. Per Marx, questa situazione non poteva che essere una situazione instabile e transitoria prima o poi, lo sviluppo del conflitto sociale si sarebbe incaricato di risolvere tutte le contraddizioni portando alla definitiva affermazione politica degli esponenti politici della classe sociale che avrebbe trionfato nello scontro sociale.

Le manifestazioni di massa contro Maduro e la campagna di violenza e destabilizzazione contro la ‘rivoluzione bolivariana’ da parte dei ceti possidenti non hanno nulla di nuovo.
Già nel 1998, quando si apriva l’esperienza politica del chavismo, la classe dominante venezuelana tentava con ogni mezzo di difendere i propri privilegi e la propria rendita di posizione. L’elemento di novità sta nella significativa perdita di consensi per il PSUV e nel logoramento del sostegno alla rivoluzione da parte delle masse popolari.

Oggi la destra venezuelana ha conquistato una base e un sostegno attivo non soltanto tra i grandi capitalisti, ma anche in settori di piccola borghesia e in alcuni strati di popolazione povera. La rivoluzione è ad un bivio e sta affrontando un pericolo mortale. Il governo Maduro può scegliere di imboccare la strada delle concessioni al capitale straniero oppure scegliere di portare avanti le conquiste rivoluzionarie espropriando quella classe sociale che tifa per la morte della rivoluzione. In questa situazione non è più possibile temporeggiare. O si lancia un assalto frontale contro il potere economico della borghesia Venezuela o la rivoluzione verrà strangolata dal sabotaggio economico, da un colpo di stato o più semplicemente dal crollo di fiducia delle masse popolari.

Per essere sconfitta la borghesia deve essere privata del suo potere politico, per fare questo è necessario privarla del controllo sui settori chiave dell’economia, delle sue ricchezze, del suo stato. Nel ribadire il nostro sostegno alla difesa di tutte le conquiste ottenute dalle masse Venezuelane negli ultimi anni sentiamo il dovere di metterle in guardia. O la rivoluzione sconfiggerà i tentativi controrivoluzionari o sarà la controrivoluzione a sconfiggere la rivoluzione.

Tertium non datur, non esistono soluzioni intermedie.

Elio Rosa