Editoriale Siamo davvero tutti in crisi?

Sono passati esattamente dieci anni dallo scoppio della crisi economica mondiale. Dieci anni nei quali la recessione è servita come occasione ai rappresentanti della classe dominante e ai loro politici per attaccare le nostre condizioni di vita, per ridurre i nostri salari, per peggiorare le nostre condizioni lavorative, per tagliare la spesa pubblica e gli investimenti nell’istruzione, nella sanità e nei servizi. In questi anni di magra ci hanno pazientemente spiegato come avessimo vissuto fino a ieri al di sopra delle nostre possibilità, come non potessimo permetterci nulla di quello che avevamo, come dovessimo rassegnarci a stringere la cinghia. La parola d’ordine era ed è rimasta quella dei tagli.

Mentre i lavoratori, i disoccupati e il ceto medio assistevano alla distruzione delle loro condizioni di vita, altri si arricchivano vergognosamente giocando in borsa, privatizzando aziende pubbliche o investendo all’estero capitali prodotti attraverso lo sfruttamento del lavoro in Italia. È il caso dell’imprenditore farmaceutico Stefano Pessina, il terzo uomo più ricco del paese, il cui patrimonio è raddoppiato negli ultimi tre anni grazie al pagamento in contanti (!) da parte dell’americana Wallgreens di 6,7 miliardi dollari per una quota del 45% della sua Alliance Boots.

Soltanto nel 2016, i grandi capitalisti italiani hanno fatto shopping all’estero per 9,4 miliardi di euro. Si pensi ad esempio all’acquisizione, per 5 miliardi e mezzo di euro di PartnerRe Ltd da parte dell’italiana EXOR SpA oppure all’acquisto per 800 milioni di euro di Carte Noire da parte della Luigi Lavazza SpA. Un altro esempio eclatante è stato l’acquisto da parte del gruppo Ferrovie dello Stato SpA di una quota di maggioranza delle ferrovie greche per un totale di 45 milioni di euro. Non ci si inganni l’Italia è un paese ricco, ma nel quale la ricchezza è concentrata tra le avide mani di un pugno di capitalisti.

Non serve essere degli economisti per capire che queste colossali somme di denaro potevano essere impiegate per venire in contro alle esigenze della gente comune e del territorio. I fondi investiti all’estero dalla grande borghesia italiana potevano essere destinati alla sanità pubblica, agli ospedali come quello di Loreto Mare dove si muore perché si aspetta per quattro ore il proprio ricovero, alla ricostruzione dei paesi come Amatrice che a un anno dal sisma sono ancora pieni di macerie, oppure alla messa in sicurezza delle scuole e degli edifici pubblici fatiscenti, per non parlare poi dell’introduzione di misure di sostegno al reddito e alla disoccupazione per i ceti popolari.

La retorica della crisi serve a convincere i lavoratori che non ci sono alternative alle politiche di regressione sociale, che occorre accettare passivamente tutto ciò perché non ci sono i mezzi per una politica diversa. Tuttavia, sono bastati venti minuti al Consiglio dei Ministri per approvare, lo scorso giugno, un decreto d’emergenza che ha rimpolpato con 12 miliardi di euro due banche a rischio fallimento: Veneto Banca e Banca popolare di Vicenza. Il precedente governo aveva destinato 4 miliardi e mezzo di fondi pubblici al salvataggio di Monte dei paschi di Siena. Come è quindi evidente non si tratta di non trovare i soldi necessari a introdurre delle politiche che possano aiutare le classi popolari, ma di scegliere consapevolmente di destinare fondi pubblici derivanti dalla tassazione generale a banche private e a operazioni speculative.

Ci dicono che siamo tutti sulla stessa barca, ma è una barca nella quale noi spaliamo il carbone mentre loro sorseggiano cocktails a bordo piscina. La retorica del paese in crisi, dell’unità tra lavoratori e speculatori nella difesa del supremo interesse nazionale è l’arma che serve ai parassiti per mantenere lo status quo. Nessuna reale redistribuzione delle ricchezze nel nostro paese potrà avvenire senza l’attivo coinvolgimento e la partecipazione di centinaia di migliaia di famiglie lavoratrici pronte a scendere in campo per difendere il sacrosanto diritto ad una vita dignitosa. Resistenze Internazionali si batte per questa prospettiva.