Falsi Miti: Mahatma Gandhi

Tra i miti più consolidati del XX secolo c’è la figura di Gandhi, padre dell’India moderna, leader della non violenza e intramontabile guida spirituale. La figura di Gandhi, la grande anima, viene associata nell’immaginario collettivo alla figura di un santo, un uomo disinteressato che si è battuto con coraggio e determinazione per l’indipendenza del suo paese fino ad essere assassinato da un estremista indù poco dopo l’indipendenza.

Nessuno si sognerebbe mai di criticare Gandhi. Come potremmo criticare infatti la figura di quell’uomo gracile e profondo tutto teso alla lotta contro il colonialismo? Anche in questo caso, l’aurea mitologica costruita dall’ideologia dominante e dalla classe dominante indiana attorno a questo individuo ci impedisce di vedere la realtà.
Recenti studi stanno minando la lettura agiografica che fino ad oggi si è fatto della vita di Gandhi. Tra gli studi che hanno minato la figura di Gandhi ricordiamo “The South African Gandhi: Stretcher-Bearer of Empire” di Ashwin Desai e Goolam Vahed, due professori universitari Sudafricani. Dai loro studi emerge una figura assai diversa da quella che abbiamo conosciuto fino ad oggi. Dietro all’immagine dell’ometto debole e pio si nasconde una realtà assai diversa. La realtà di un individuo profondamente razzista che considerava i neri a malapena umani.

Questa consapevolezza storica si è ad esempio espressa nella protesta organizzata qualche mese fa da decine di professori universitari dell’università di Accra in Ghana. La protesta era volta ad ottenere la rimozione dal loro campus universitario, della statua di Gandhi, regalata pochi mesi prima dal ministero degli esteri indiano. A seguito delle loro proteste, e della presentazione di una petizione con mille firme, la statua è stata rimossa. L’appello dei professori universitari si concludeva con questa frase: «Meglio difendere la nostra dignità che piegarsi ai desideri della fiorente superpotenza Euroasiatica». All’appello i docenti avevano allegato citazioni in cui il Mahatma definiva gli indiani «infinitamente superiori» ai neri africani.
Tra il 1893 e il 1914, il futuro Gandhi, all’epoca un giovane avvocato, visse in Sudafrica, dove militò per i diritti degli indiani. In Sudafrica subì il razzismo dei bianchi e decise, dopo essere stato costretto ad abbandonare una carrozza di un treno perché non bianco, di fondare l’Indian National Congress. Secondo Gandhi, i sudafricani, che chiamava kaffir, il termine usato dai mercanti di schiavi arabi per indicare i non credenti, erano poco più che umani.
Il giovane avvocato si lamentava del fatto che gli indiani fossero incarcerati assieme ai prigionieri di colore con affermazioni di questo tipo: «Potevamo capire di non essere classificati come bianchi, ma essere messi allo stesso livello dei nativi mi è sembrato troppo da sopportare. I Kaffir sono di solito incivili, i condannati ancora di più. Sono fastidiosi, molto sporchi e vivono come animali».

Una delle sue prime battaglie fu quella di battersi per ottenere l’apertura di un terzo ingresso all’ufficio postale di Durban per evitare che gli indiani venissero assimilati ai sudafricani. Nel 1903 sostenne che «la razza bianca in Sudafrica doveva essere la razza predominante». Nei suoi scritti parla delle popolazioni autoctone come capaci esclusivamente di condurre un’esistenza «indolente e nuda». Coerente con questa impostazione, partecipò alla repressione della rivolta zulu del 1906 al comando di un’unità di barellieri indiani, i suoi servigi vennero ricompensati con una medaglia all’onore con la quale venne insignito a conclusione della sanguinosa repressione della rivolta dei nativi.
Il servilismo nei confronti della potenza coloniale e la volontà di accreditarsi come un valido alleato contro di essa lo spinsero ad accettare altri paradossi. Quando nell’estate del 1914 scoppiò la prima guerra mondiale, il padre della teoria della non violenza non ebbe dubbi sull’atteggiamento da prendere. Gli indiani avrebbero dovuto accettare l’appello dell’Inghilterra ad arruolarsi, il loro compito sarebbe stato quello di combattere, e morire, per la madre patria i cui interessi di principale potenza imperialista dell’epoca erano minacciati dalla Germania guglielmina.

Oltre ad essere un pacifista, tutto sommato abbastanza anomalo, Gandhi fu anche un conservatore e un convinto sostenitore della visione tradizionale della donna nella società indiana. Gandhi riteneva ad esempio che una donna stuprata perdesse la sua umanità dopo aver subito la violenza. È abbastanza noto l’aneddoto che racconta della reazione di Gandhi alle molestie fatte da un ragazzo a due donne davanti a lui. Per evitare che queste molestie si riproducessero Gandhi incoraggiò le due malcapitate a tagliarsi i capelli così da non attirare l’attenzione degli uomini. Oltre a ciò, appaiono assai discutibili alcune pratiche pseudo-sessuali alle quali si abbandonava un Gandhi più che maturo, come gli “abbracci notturni”, riconosciuti da lui stesso, ai danni, ad esempio di una sua nipote quattordicenne.
Ma uno degli aspetti più scioccanti del pensiero di Gandhi che cozzano fortemente con la visione idolatrata alla quale siamo abituati, è legata alla sua visione favorevole al mantenimento del sistema delle caste in India. Infatti, pur rivendicando la necessità di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni Dalit, la casta degli intoccabili, gli ultimi sul gradino della scala sociale nel sistema delle caste, Gandhi non si espresse mai apertamente contro il sistema stesso. Per Gandhi l’emancipazione delle popolazioni Dalit non andava presa in considerazione. Egli era favorevole al mantenimento del sistema delle caste.
Dietro alla figura del grande uomo appare quindi una realtà assai diversa, la realtà di un avvocato profondamente razzista intenzionato ad accreditarsi ad ogni costo presso la potenza coloniale. Un uomo misogino dagli atteggiamenti sessuali molto ambigui contrario all’emancipazione della casta degli intoccabili. Insomma un individuo profondamente reazionario.

La mitologia su Gandhi ha uno scopo preciso, dietro alle falsificazioni storiche si cela l’intento di magnificare un personaggio, di glorificarne il ruolo rendendolo unico responsabile della liberazione del suo paese. Sottolineando il ruolo del grande uomo nei processi storici si nega il ruolo delle masse negli stessi. Dietro alla mitizzazione di Gandhi, nel processo di indipendenza dell’India, c’è la rimozione del ruolo delle masse nelle dure battaglie che portarono in India, e nel resto del mondo coloniale, all’emancipazione delle potenze coloniali.
C’è poi un altro motivo a rendere Gandhi così popolare tra gli eroi della classe dominante, il suo pacifismo e la sua presunta non violenza. Come abbiamo visto Gandhi fu tutt’altro che non violento, viene però presentato come tale per spiegare come anche i più grandi sconvolgimenti nella storia possano ottenersi con mezzi pacifici e non violenti.
Dietro alla celebrazione della non violenza e del ruolo di Gandhi nella storia del suo paese si nasconde il terrore della classe dominante mondiale di un’esplosione di rivolta sociale anticapitalista che avrà come protagonista non un singolo avvocato, ma centinaia di migliaia di persone costrette a lottare per la propria emancipazione sociale con ogni mezzo necessario.

Elio Rosa