Quarant’anni fa il movimento del ’77

Limiti e potenzialità di un movimento rivoluzionario

Sono passati esattamente quarant’anni da quel fatidico settembre del 1977 in cui decine di migliaia di ragazzi e ragazze dei movimenti studenteschi di sinistra si incontrarono a Bologna per tirare le somme di un anno denso di lotte e di lezioni per il movimento operaio e giovanile. Il fatto che quel convegno si sia concluso con una enorme rissa fra gli attivisti rende bene l’idea del settarismo e dell’estremismo di questo movimento, settarismo ed estremismo che furono in gran parte le ragioni della sua sconfitta come avremo modo di vedere.

Al di là dei suoi limiti e delle sue contraddizioni però il movimento del ’77 fu senza dubbio un’espressione genuina della radicalità della classe operaia e degli studenti italiani di quel periodo, un grande movimento di lotta che contestava il sistema capitalistico e lo stato borghese e che dimostra l’enorme potenzialità rivoluzionaria che esisteva in Italia dal ’68 al ’78, potenzialità che fu completamente dissipata dalle direzioni riformiste ed estremiste del movimento operaio. La sconfitta del ’77 segna per i giovani e la classe operaia italiana un periodo di enorme arretramento della coscienza di classe e di riflusso delle lotte, culminato nelle tristemente celebre ‘Marcia del 40.000’ del 1980, che vide diverse migliaia di tecnici e di impiegati della FIAT mobilitarsi contro gli scioperi operai.

Non si può comprendere fino in fondo il movimento del ’77 senza contestualizzarlo nel periodo di lotte operaie e studentesche cominciato in Italia con il ’68 e protrattosi poi nel corso di tutti gli anni ’70. Si trattò di un movimento popolare senza precedenti dal dopoguerra che vide scioperi operai prolungati, occupazioni di fabbriche e Università e formazione di consigli democratici di studenti e lavoratori, eletti nel luogo di studio e di lavoro. Si trattava insomma di una vera e propria situazione pre-rivoluzionaria. A questa eccezionale mobilitazione i dirigenti della sinistra e del movimento dei lavoratori risposero invitando il movimento alla moderazione, in particolare il PCI stalinista di Berlinguer sconfessò il movimento e ricercò alleanze con la DC, il principale partito della borghesia italiana. Tale politica culminò nel famoso compromesso storico fra Partito Comunista e Democrazia Cristiana alla fine degli anni ’70. Il fatto che nel momento di massima radicalità della classe operaia italiana, quando insomma fare la rivoluzione era possibile, il PCI attuò una politica di compromesso con il nemico di classe rende bene l’idea della degenerazione burocratica di questo partito stalinista e riformista.

Il fatto che il popolo italiano si stesse radicalizzando a sinistra in questo periodo è confermato dalle statistiche e dai dati elettorali. Dal ’68 al ’77 gli iscritti al sindacato crescono dal 34% a oltre il 52% della forza lavoro, nello stesso periodo oltre 1 milione di persone richiese la tessera del PCI, che nelle elezioni politiche del ’76 raggiunse il suo massimo storico con il 34% di voti. Se al consenso del PCI aggiungiamo quello del PSI e di Democrazia Proletaria possiamo affermare che circa la metà del popolo italiano votava a sinistra. Questa enorme potenzialità fu purtroppo sprecata dalla politica opportunista del PCI.

Nel 1973 una grave crisi economica colpì il nostro paese, la crisi fu dovuta in gran parte all’aumento del prezzo del petrolio seguito alla guerre arabo-israeliana del Kippur. I governi democristiani decisero di fare pagare la crisi ai ceti popolari, implementando a partire dal 1974/1975 misure di austerità che colpirono soprattutto i poveri e i lavoratori. Queste misure impopolari innescarono una ripresa delle lotte operaie, sopratutto dop il ’76 quando Andreotti, appoggiato anche dal PCI, fu nominato presidente del consiglio e portò avanti una politica di ‘lacrime e sangue’ diretta contro i lavoratori. A questa politica la classe operaia italiana rispose con scioperi prolungati nelle grandi città industriali del nord Italia, come Milano e Torino, scioperi che chiedevano la fine delle politiche di austerità e del taglio dei salari.

In quel frangente il PCI, alleato della DC, non solo sconfessò il movimento e intimò gli operai a riprendere il lavoro, ma si prodigò addirittura per convincere gli operai ad accettare senza fiatare le misure di austerità, nel nome dell’Unità nazionale e della responsabilità. Il segretario generale della CIGL e dirigente del PCI Luciano Lama in seguito agli scioperi operai fece le seguenti dichiarazioni:’’Se vogliamo essere coerenti con l’obbiettivo di far diminuire la disoccupazione è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati deve passare in secondo piano’’. Oppure frasi del tipo:’’Le aziende hanno il diritto di licenziare’’. Più che le dichiarazioni di un dirigente comunista sembrano discorsi di un esponente della Democrazia Cristiana.

Se la maggioranza delle responsabilità della sconfitta del movimento ricadono sul PCI è però vero che anche la sinistra extraparlamentare commise gravissimi errori. Si trattava di movimenti e partiti a sinistra del PCI della più varia estrazione ideologica (anarchici,autonomi,operaisti,maoisti ecc) divisi fra di loro ma uniti dal rigetto della politica riformista e opportunista del PCI.

Questi movimenti intendevano abbattere il capitalismo e fare la rivoluzione, ma tuttavia non seppero trovare una tattica giusta per raggiungere i loro obiettivi e finirono per cedere al settarismo e all’estremismo. Invece di spiegare pazientemente ai lavoratori gli errori del PCI e di lavorare con la base delle organizzazioni riformiste del movimento operaio per conquistare le masse ad un programma rivoluzionario questi giovani praticarono una politica di scontro frontale e suicida con l’apparato dello stato e con lo stesso PCI. Con questo estremismo si attirarono l’antipatia della masse operaie e furono completamente isolati dal movimento. Il PCI a sua volta rifiutò qualsiasi dialogo con questi studenti, definiti ‘teppaglia fascista’ dallo stesso Berlinguer, che non esitava a paragonare i giovani rivoluzionari agli squadristi fascisti. Questo portò a scontri fratricidi fra i lavoratori del PCI e gli studenti dell’estrema sinistra. Il caso più celebre furono gli scontri avvenuti il 17 Febbraio del ‘77 fra il servizio d’ordine del PCI e gli studenti dell’autonomia operaia che avevano occupato l’Università della Sapienza di Roma.

Gli autonomi ebbero la meglio sul PCI ma i dirigenti ‘comunisti’ non fecero fatica a strumentalizzare questi eventi per presentare i giovani del movimento come una banda di violenti teppisti. Ad ogni modo, malgrado gli errori estremisti del movimento, nella prima metà del ’77 gli studenti solidarizzarono con le lotte operaie occupando le università. Questo movimento rivoluzionario fu contrastato dallo stato con estrema violenza: il ministro degli interni Cossiga inviò la celere a manganellare gli studenti nelle università, inoltre mandò provocatori violenti fra le stesse fila degli studenti per poter poi giustificare un massiccio intervento della polizia, che in diversi casi non esitò a sparare contro gli studenti, uccidendone diversi. A Bologna furono persino inviati i carri armati e l’esercito contro gli studenti di sinistra, seguendo l’esempio delle dittature militari in America Latina e del regime maoista cinese. Il caso più noto di questa brutale repressione furono gli scontri avvenuti a Bologna l’11 Marzo del ’77, scontri in cui trovò la morte lo studente di Lotta Continua Francesco Lo Russo, assassinato da un carabiniere.

Al tempo stesso lo stato implementò la strategia della tensione, piano criminale che consisteva nell’appoggio dello stato ai gruppi terroristici di estrema destra, che organizzavano attentati contro civili innocenti, protetti dai servizi segreti. Questi atti criminali avevano lo scopo di creare nel paese una tensione continua, che potesse poi giustificare davanti all’opinione pubblica una svolta autoritaria. Quando si parla del ’77 come di un movimento violento bisognerebbe anche dire che, se è vero che a volte alcuni gruppi di studenti hanno compiuto atti violenti è altrettanto vero che la maggioranza della violenza degli anni ‘di piombo’ fu messa in atto dalla stato per mezzo della polizia e dei fascisti, che non si fermarono nemmeno davanti a stragi e massacri di massa di persone innocenti pur di combattere il movimento rivoluzionario. Il fatto che il PCI berlingueriano appoggiasse attivamente questa repressione è scandaloso e criminale. Resta il fatto che la logica frontale di scontro violento con gli apparati dello stato portato avanti dagli autonomi e da diverse frange del movimento studentesco non portò a nulla, se non ad un inasprimento della repressione.

Con il già citato convegno di Bologna del Settembre del ’77, sfociato in una rissa fra studenti, si chiude questa grande stagione di lotte, densa di insegnamenti. Tantissimi di quei giovani che volevano cambiare il mondo reagirono alla sconfitta di quel movimento  con estremo cinismo, ritirandosi nel privato e rifiutando l’attività politica; altri presero invece la via del terrorismo aggregandosi alle brigare rosse o ad altre organizzazioni terroriste di estrema sinistra, percorrendo una strada sbagliata e suicida.

Il movimento del ’77 dimostra come opportunismo ed estremismo sono due facce di una stessa medaglia, da rifuggire come la peste. L’estremismo spesso è una reazione genuina alle pratiche del riformismo della sinistra tradizionale, può essere dunque compreso  ma non certo giustificato. Per fare la rivoluzione serve un partito marxista rivoluzionario di massa, radicato fra i giovani e i lavoratori, che cerchi di unire le lotte di tutti i militanti contro ogni settarismo e che rifiuti tanto il riformismo quanto le pratiche estremiste di terrorismo individuale e di culto della violenza. E’ l’unica strada che abbiamo per vincere. Non esistono scorciatoie!

Massimo Amadori