EDITORIALE La crisi non accenna a finire: solo la lotta ci salverà

Ultimamente, complice anche l’ottimismo preelettorale, abbiamo assistito ad un moltiplicarsi delle dichiarazioni trionfalistiche di Gentiloni, Renzi e Padoan sull’uscita dell’Italia dalla crisi. I dati sulla crescita economica e sulla diminuzione dei posti di lavoro vengono sbandierati ai quattro venti come dimostrazione dei ‘successi’ del governo e soprattutto della fine della grave recessione. Ma è davvero così? In economia contano i fatti. Nel 2016 il paese è cresciuto dello 0.8. Una crescita dello 0.8 % sembrerebbe un buon punto di partenza ma bisogna tener presente che dall’inizio della grande recessione del 2007, l’Italia ha perso oltre il 7% del Pil. Il Pil dell’Italia oggi è fermo ai valori degli anni 90, l’Italia è in crisi da allora. Il problema della crescita anemica del sistema paese è un vecchio problema e rimanda alla prima repubblica. Negli ultimi vent’anni in fatti, il Pil dell’Italia è cresciuto a una media annuale dello 0.46%. Nell’ultimo quinquennio, la media è scesa allo 0.60% di ‘crescita’ annua.

Negli ultimi dieci anni di crisi la produzione industriale del paese si è ridotta di un quarto. Secondo autorevoli fonti del capitalismo internazionale, questo significa anche che serviranno all’Italia almeno vent’anni di politiche di ‘sacrifici’ per raggiungere i livelli di occupazione e produzione industriale precrisi. Vent’anni, l’equivalente di una generazione, un ergastolo.

Sul fronte dell’occupazione, si registra nel 2017 una crescita dello 0.2%, equivalente a 35.000 nuovi occupati. Il tasso di disoccupazione, un dato falso che non censisce i sottoccupati o chi lavora ad esempio una sola ora a settimana, non dice nulla sulla crescita del lavoro a chiamata. Nei primi tre mesi del 2017, i contratti a chiamata sono aumentati del 13,5%, nel secondo trimestre il numero dei lavoratori intermittenti è salito al +73,7%. Il tasso di disoccupazione ufficiale è all’11,7% di molto superiore al 9,5% dei livelli precrisi. L’abolizione dei buoni lavoro/voucher ha portato all’introduzione di nuovi perversi meccanismi di sfruttamento in un gioco di cattivo gusto per il quale vengono assunti lavoratori a tempo indeterminato ma con contratti a chiamata! Mentre imperversano i contratti a chiamata, i demansionamenti e l’attacco alla contrattazione collettiva, centinaia di migliaia di studenti vengono costretti con l’alternanza scuola lavoro a lavorare gratuitamente per potersi diplomare lasciando in questo modo alle aziende la libertà di licenziare i lavoratori sostituibili con studenti a rotazione che non verranno mai regolarizzati o retribuiti.

Sul fonte bancario si registra come moltissime banche godano ancora di pessima salute. Monte dei Paschi di Siena, già salvata con 20 miliardi di fondi pubblici e Unicredit sono risultate ultima e quart’ultima nella classifica delle banche europee più solide. I fallimenti di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza, che sono stati pagati con 17 miliardi di fondi pubblici, alimentano nuove preoccupazioni nel settore. La salute del sistema bancario italiano è motivo di preoccupazione per la classe dominante e per i suoi omologhi internazionali. Un fallimento del sistema creditizio avrebbe conseguenze incalcolabili e metterebbe in discussione la tenuta della zona euro. Intanto, com’era da aspettarsi, le erogazioni alle banche private stanno pesando ulteriormente sul debito pubblico che ha raggiunto il 132,6% del Pil, il secondo più alto dell’eurozona dopo quello greco.

L’emorragia di posti di lavoro continua mentre assistiamo sul fronte industriale alla continua svendita di quanto può essere venduto alle cordate internazionali. Nel solo settore alimentare l’Italia perde negli ultimi mesi Birra Peroni, Ferrarelle, i salumifici Rigamonti, Perugina, Garofalo ecc… Anche Ducati e Lamborghini fanno le valige. Sul versante della produzione siderurgica il governo si è impegnato a cedere Ilva, alla multinazionale Arcellor Mittal che presenta il suo conto: 4000 licenziamenti, perdita dell’anzianità per i lavoratori e riassunzione sotto il Jobs Act.

Di fronte a questa situazione il teatrino della politica tradizionale non può che far sorridere. Mentre i politici fingono di litigare sulla legge elettorale e su altre assurdità, il paese resta prigioniero di una crisi che è diventata una realtà quotidiana per molti. Soltanto la lotta ed un nuovo protagonismo sociale dei lavoratori, dei giovani e di tutti quelli che sono duramente colpiti da questa crisi può invertire la rotta.

Il movimento operaio, le organizzazioni sindacali e di sinistra, i collettivi e le strutture di movimento devono mettere in campo tutta la loro forza organizzata per arrestare l’assalto che la classe dominante ha lanciato contro di noi. Resistere, lottare, battersi, per i lavoratori, è e sarà una questione di mera sopravvivenza. Senza un’organizzazione che riesca ad organizzarci collettivamente e a metterci in contatto tra di noi resteremo però isolati nelle nostre lotte sui posti di lavoro, saremo alla mercè dell’arbitrio del padrone, non riusciremo a difenderci davanti ad uno sfratto, non saremo in grado di organizzarci contro un preside sceriffo, subiremo la repressione del decreto Minniti.

Resistenze Internazionali lotta per costruire un’organizzazione che difenda gli interessi dei lavoratori e della gente comune. Un’organizzazione che sappia unire attorno ad un programma ed una prospettiva di fondo giovani e lavoratori, che sappia dare voce e forza alla rabbia crescente della nostra gente di fronte alla crisi e alle difficoltà della vita sotto questo sistema economico.