OTTOBRE 1917 Cento anni dall’assalto al cielo

 

Sono passati esattamente cento anni da quando le masse popolari di Pietrogrado, sotto la guida del partito bolscevico di Lenin e Trotsky lanciarono la vittoriosa insurrezione che depose il governo provvisorio e avviò la costruzione di una società socialista.

Il 7 novembre del 1917 le guardie rosse e il Comitato Militare Rivoluzionario occuparono le stazioni ferroviarie, le poste, il telegrafo e i ministeri. Cinsero d’assedio il Palazzo d’Inverno, sede del governo e arrestarono i ministri guerrafondai del governo Kerensky. Quella sera il Secondo Congresso Panrusso dei Soviet votò il passaggio del potere politico nelle mani di un nuovo governo basato su principi socialisti. Il nuovo governo, chiamato Consiglio dei Commissari del Popolo aveva il compito di porre fine alla barbarie della prima guerra mondiale, di riconvertire la produzione industriale, di distribuire la terra ai contadini e di avviare la costruzione di una società socialista.

L’insurrezione d’ottobre era la naturale conclusione di una lunga crisi rivoluzionaria che si era aperta con la rivoluzione di febbraio e la semi-insurrezione di luglio. Dopo le giornate del 3 e 4 luglio, nelle quali i lavoratori della capitale, scesero in piazza per richiedere il passaggio del potere ai Soviet, i consigli operai, una spietata repressione si era abbattuta contro il partito bolscevico e contro tutte le organizzazioni operaie.

Il 5 luglio, le truppe controrivoluzionarie occupavano la capitale lanciando una dura repressione contro i lavoratori e i bolscevichi della capitale. Ufficiali controrivoluzionari, provocatori ed esponenti del partito antisemita Centoneri si sfogarono con violenza, linciando chiunque assomigliasse ad un operaio e istigando alla violenza contro ebrei e militanti operai. La controrivoluzione tentò il suo colpo di mano con l’organizzazione del colpo di stato del generale Kornilov, intenzionato, con la sua divisione selvaggia composta da montanari del Caucaso, a riportare l’ordine nella capitale rivoluzionaria. Il fallimento del putsch di Kornilov, gettò le basi per una trasformazione della situazione che permise ai bolscevichi di porre concretamente la questione della presa del potere.

La rabbia che si espresse durante le giornate del 3 e 4 luglio, covava tra le classi popolari da diversi anni, ma venne portata all’esplosione da alcune decisioni della classe dominante. Tra queste, le dimissioni dei ministri Cadetti del governo, l’offensiva del 18 giugno lanciata dal governo provvisorio e la minaccia di inviare al fronte i reggimenti rivoluzionari della capitale.I bolscevichi, dimostrando notevole lungimiranza e intelligenza politica colsero immediatamente le potenzialità rivoluzionarie che si aprivano in quelle ore decisive così come i pericoli che sarebbero derivati da un’azione estemporanea.

Le masse erano in ebollizione, chiedevano al Soviet della capitale di prendere il potere. Il Soviet, dominato dai partiti menscevichi e socialisti rivoluzionari, gli stessi partiti che componevano il governo provvisorio, voleva tutto tranne che un passaggio del potere al Soviet stesso, poichè ciò avrebbe minato l’autorità del governo provvisorio e creato una situazione di indubbia instabilità. La contraddizione insita in questa situazione è sintetizzata dal famoso aneddoto di quell’operaio inviperito delle officine Putilov che agitando il pugno sotto il naso di un ministro rivoluzionario gli urla: «Prendi il potere, figlio di un cane perché te lo stiamo dando!». In realtà i ministri e i capi del Soviet non soltanto non volevano prendere il potere, ma temporeggiavano in attesa dell’arrivo delle truppe leali al governo.

Dopo le giornate di luglio, Lenin ed il partito giunsero alla conclusione che era necessario avviare i preparativi per la conquista del potere. Nella lettera al Comitato Centrale e ai Comitati di Pietrogrado e di Mosca del POSDR (Partito Operaio Socialdemocratico Russo) del 12 settembre Lenin scriveva : «I bolscevichi, avendo ottenuto la maggioranza nei Soviet dei deputati degli operai e dei soldati delle due capitali, possono e devono prendere il potere statale nelle proprie mani. Possono farlo, perché la maggioranza attiva degli elementi rivoluzionari popolari delle due capitali basta a trascinare le masse, a vincere la resistenza dell’avversario, a schiacciarlo, a conquistare il potere e a conservarlo[1]». Ottenuta la maggioranza nei Soviet, il partito disponeva ora di quella legittimazione per la conquista del potere che era mancata durante le giornate di luglio.

Durante le giornate di luglio, il partito bolscevico si mostrò titubante all’idea di un’insurrezione, adducendo come motivazione un piano della borghesia per provocare e indebolire il proletariato addossandogli la responsabilità di un fiasco al fronte. Nonostante ciò, la pressione delle masse fu tale da giustificare un cambio di posizione. La notte del 3 luglio, il Comitato Centrale del partito e quello di Pietrogrado decisero di appoggiare il movimento e di porsi alla sua testa con lo scopo di assicurarsene il “carattere pacifico e organizzato”, dopo aver concluso che la fase rivoluzionaria era troppo delicata per lasciare il proletariato “orfano” di una guida politica.

Nel valutare l’importanza delle giornate di luglio subito dopo la conclusione, Lenin scriveva : «Una manifestazione antigovernativa: questa sarebbe la definizione più esatta degli avvenimenti. Ma il fondo della questione consiste nel fatto che non si tratta di una manifestazione consueta, è molto più di una manifestazione e molto meno di una rivoluzione». Continuando nella sua analisi di quanto era avvenuto il leader bolscevico scriveva : «Per vincere serve una chiara comprensione della situazione e delle forze necessaria in vista dell’insurrezione […] Occorre […] concentrare le proprie forze, riorganizzarle e prepararci al passaggio del potere al proletariato sostenuto dai contadini poveri, in vista dell’applicazione del programma del nostro partito»[2]. L’insurrezione armata era quindi posta all’ordine del giorno. Questo significava un cambiamento di tattica incredibilmente audace. Lenin, che aveva sottostimato il potenziale rivoluzionario delle masse, traeva lucidamento le conseguenze del suo errore.

Pochi giorni dopo, Kornilov, pur contando su un solo corpo di cavalleria, con una potenza di fuoco pari a quella di un reggimento di fanteria, ordinava alle sue truppe di marciare sulla capitale. Ma Kerensky, che sospettava che Kornilov lo volesse scalzare, ne ordinò la rimozione e invitò tutte le “forze democratiche”, bolscevichi inclusi, a unirsi contro il generale. Le truppe di Kornilov furono fermate da una mobilitazione che aprì enormi spazi ai bolscevichi, i quali dichiararono di battersi per sconfiggere Kornilov, non per sostenere il governo. La classe operaia organizzata attraverso i suoi comitati di fabbrica, giocò un ruolo centralissimo durante il colpo di stato tentato da Kornilov contro la capitale. Appena arrivò, in città, la notizia che il generale stava marciando sulla città e senza aspettare gli appelli dei partiti di governo o di opposizione, i lavoratori della città si prepararono a difendere la capitale.

I ferrovieri si armarono e divelsero i binari; gli impiegati delle poste ostacolarono le comunicazioni; nelle grandi stazioni i Soviet avevano deviato i treni e con loro i reggimenti ancora fedeli a Kornilov. Le fabbriche fecero gli straordinari per produrre armi e munizioni. Un contingente di 40.000 guardie rosse mantenne l’ordine nei distretti operai, impedendo furti, proteggendo scioperanti e manifestati, spalleggiano e difendendo fisicamente i comitati di fabbrica. Il capo dei Cadetti, Milujkov, riassunse esattamente la situazione quando disse : «Per breve tempo, la scelta fu libera tra Kornilov e Lenin…Spinte da una specie di istinto le masse si pronunciarono per Lenin».

Ognuno si rese conto che i bolscevichi avevano salvato Pietrogrado da Kornilov; e il loro prestigio crebbe enormemente. Questa era la prima occasione in cui i partiti dei Soviet avevano collaborato, e di conseguenza cominciarono a manifestarsi forti correnti di opposizione in seno ai menscevichi e ai socialisti rivoluzionari, che volevano rompere con i Cadetti e agire d’accordo con i bolscevichi.

Nessuna delle contraddizioni che avevano generato la rivoluzione di febbraio era stata risolta dal governo provvisorio. Al fronte si continuava a morire e la situazione economica peggiorava giorno dopo giorno. In questo contesto le parole d’ordine del partito bolscevico che invocava la pace, il pane e la terra, la rimozione dei dieci ministri capitalisti e tutto il potere ai Soviet, furono fatte proprie dalle masse popolari che iniziarono a indirizzare la loro rabbia contro il governo provvisorio colpevole di aver tradito le speranze e le aspettative della rivoluzione di febbraio. Vennero quindi avviati i preparativi pratici per la vittoriosa insurrezione d’ottobre.

I compiti da affrontare dopo la vittoria della rivoluzione d’ottobre erano titanici, come titaniche erano le difficoltà che derivavano dal tentativo di costruire una società socialista in un paese fortemente arretrato. Un paese dominato dall’analfabetismo di massa, da enormi sacche di povertà urbana, un paese stremato dalla guerra e dalle serrate padronali. La composizione del nuovo governo rifletteva la comprensione di queste difficoltà.

A presiedere il nuovo governo venne scelto, Lenin, prestigioso capo bolscevico, che non aveva esitato a lottare per la vittoria della rivoluzione anche quando era rimasto in minoranza nel suo stesso partito. Seguivano poi i bolscevichi più prestigiosi; Trotsky, braccio e mente dell’insurrezione, fu messo alla testa del Commissariato del Popolo agli Esteri con il difficile compito di negoziare la pace con le potenze dell’alleanza. Nel primo governo sovietico figuravano poi altre figure di primo piano del partito come i bolscevichi Lunačarskij, Rykov e Antonov-Ovseenko. Il primo governo sovietico fu un governo plurale all’interno del quale partecipavano, con cariche importanti, anche ministri esponenti della sinistra del partito socialista rivoluzionario.

Il primo atto del nuovo governo fu quello di pubblicare un “Proclama a tutti i popoli e a tutti i governi dei paesi belligeranti” in questo testo si affermava in termini semplici e concisi la volontà del nuovo governo di porre fine alla guerra per la spartizione del mondo che le classi dominanti avevano lanciato a spese di decine di milioni di contadini e lavoratori poveri in tutto il mondo.

La rivoluzione d’ottobre fu un avvenimento epocale caratterizzato in tutto e per tutto dal dinamismo, dalla spontaneità e dalla creatività delle masse intenzionate a scrivere con le loro azioni la propria storia. Chi interpreta la Rivoluzione d’ottobre come un colpo di stato dovrebbe spiegare perché con l’eccezione di pochi allievi ufficiali, di tre reggimenti di cosacchi e del battaglione femminile della signora Botcharevae nessuno fu pronto a rischiare la propria vita per difendere il governo provvisorio.

Nonostante siano passati cento anni da questi eventi il ricordo della rivoluzione d’ottobre è vivo nella coscienza della classe dominante. Il terrore e la paura che eventi simili possano riprodursi spiega i fiumi di calunnie e menzogne che i pennivendoli della classe dominante stanno riversando in queste ore su quell’avvenimento.

Il compito dei rivoluzionari oggi è quello di restituire la dignità storica alla Rivoluzione Russa, di riappropriarsi di quell’esperienza abbandonando le calunnie e le mistificazioni dello stalinismo e della borghesia. Le contraddizioni che spinsero le masse all’assalto del cielo durante il fatidico 1917 sono ancora aperte. Riscoprire senza feticismi né nostalgie l’eredità lasciata dal partito bolscevico, da Lenin e da Trotsky, dall’esperienza della costruzione di un primo stato socialista, prima della degenerazione stalinista, permette a chi lotta oggi contro il capitalismo di disporre di formidabili strumenti di analisi e comprensione per le lotte che sono davanti a noi.

Giuliano Brunetti

[1] Lenin, Opere scelte in sei volumi Vol IV, Mosca, Editori Riuniti, 1970, p 396

[2] Liebman,M, Le Léninisme sous Lenin.Tome 1, Paris, La conquȇte du pouvoir, Bruxelles, Edition du Seuil, 1973, p 239