BOLSCEVISMO E RIVOLUZIONE SESSUALE

Un aspetto spesso trascurato della rivoluzione d’Ottobre del 1917 è senza dubbio la rivoluzione sessuale che si verificò nella Russia rivoluzionaria dei primi anni: i bolscevichi infatti erano convinti che la rivoluzione socialista dovesse eliminare qualsiasi tipo di oppressione, di discriminazione e di violenza, fra queste anche l’oppressione della donna da parte dell’uomo e l’oppressione degli omosessuali. I rivoluzionari russi credevano fermamente che non si potesse parlare di socialismo senza la piena emancipazione femminile e la piena libertà sessuale.

Nei primissimi mesi ed anni che seguirono la rivoluzione bolscevica il nuovo stato sovietico promosse leggi che furono in fatto di diritti della donna e di diritti civili le più progressive della storia umana, impensabili nell’Europa di inizio ‘900 e tutt’oggi insuperate. Immediatamente dopo la rivoluzione fu riformato il diritto di famiglia in senso egualitario: fu introdotto il matrimonio civile, l’assoluta eguaglianza fra uomini e donne, abrogata la potestà maritale, i figli ‘illegittimi’ vennero riconosciuti a tutti gli effetti. Fu inoltre legalizzato il divorzio, depenalizzata la prostituzione e nel 1920 legalizzato persino l’aborto, che divenne libero e gratuito. Nei primi anni ’20 nessun paese al mondo garantiva tali diritti alle donne, che in occidente furono conquistati solo in seguito a grandi lotte nella seconda metà del ‘900.

A questo proposito basti pensare che in Italia fino agli anni ’80 era lecito il ‘delitto d’onore’ e il diritto di famiglia fascista, estremamente discriminatorio nei confronti della donna, fu abolito solo negli anni ’70. Per la prima volta nella storia la Russia sovietica promosse nelle scuole l’educazione in comune, e non più separata, fra bambini e bambine e fra ragazzi e ragazze. Su iniziativa della commissaria del popolo all’assistenza sociale, la bolscevica Alexandra Kollontaj, di fatto la prima ministra donna della storia, si cercò di porre fine all’oppressione della donna dentro le mura domestiche, socializzando il lavoro domestico per liberare la donne dalla schiavitù dentro le mura di casa; in particolare furono costruite mense e lavanderie collettive gratuite. I bolscevichi cercarono insomma di distruggere la famiglia patriarcale per porre finalmente fine all’oppressione della donna.

In tema di diritti civili i rivoluzionari russi furono ugualmente all’avanguardia per i loro tempi: immediatamente dopo la rivoluzione bolscevica l’omosessualità fu legalizzata per la prima volta nella storia. Il codice penale zarista, discriminatorio nei confronti dei gay, fu abolito e nel 1922 il nuovo codice penale sovietico cancellò definitivamente il reato di omosessualità e ogni discriminazione su base razziale, religiosa e di orientamento sessuale. La portata rivoluzionaria di tali misure si può ben comprendere se si pensa che nei paesi capitalisti in quel periodo l’omosessualità era ovunque sanzionata per legge. Nella ‘democratica’ Inghilterra fino al 1967 esisteva il reato di omosessualità, che prevedeva carcere e lavori forzati per i gay. Nella Russia dei primi anni ’20 era invece possibile persino essere transessuali, attuare interventi chirurgici per cambiare sesso e cambiare il proprio genere sessuale nei documenti; il commissario sovietico degli esteri dal 1918 al 1930, il bolscevico Cicerin, era apertamente gay.

In tutto il mondo, fino agli anni ’90, la scienza medica ufficiale considerava l’omosessualità come una malattia, nella Russia bolscevica invece sin dai primi anni ’20 tantissime personalità del mondo scientifico affermavano che l’omosessualità non era una malattia ma un comportamento naturale come l’eterosessualità. Per iniziativa della Kollontaj il commissariato sovietico per la pubblica assistenza si associò con la lega mondiale per la riforma sessuale, con sede a Berlino, diretta da Magnus Hirhfeld, medico tedesco e pioniere dei diritti degli omosessuali in Europa occidentale. I bolscevichi incoraggiarono inoltre dibattiti sull’amore libero, sulla sessualità e sulla monogamia: le opinioni su tali questioni erano molto diverse fra gli stessi bolscevichi (Lenin per esempio era un po’ più conservatore mentre la Kollontaj più libertaria), tuttavia tutti i rivoluzionari erano d’accordo sul fatto che lo stato dovesse lasciare ai cittadini la piena libertà sessuale, intervenendo solo in caso di violenze.

Fra la fine degli anni ’20 e gli anni ’30 la controrivoluzione stalinista distrusse completamente tutti questi diritti ottenuti grazie alla rivoluzione: lo stato sovietico cominciò a contrastare ogni forma di liberazione sessuale e a considerare la famiglia tradizionale e patriarcale come cellula della società. La donna ritornò ad essere schiava del marito e del lavoro domestico e fu incoraggiata a fare tanti figli per il proprio paese e per ‘il proletariato’. Fu quello che Trotsky chiamò il ‘termidoro domestico’. Nel 1936 l’aborto divenne un crimine nella legislazione sovietica, punito con il carcere, nel 1929 l’omosessualità tornò ad essere una patologia per i medici sovietici e nel 1933 fu reinserito nel codice penale la norma zarista che criminalizzava l’omosessualità, con pene detentive fino ad otto anni: migliaia di omosessuali furono deportati nei gulag negli anni ’30 e’40 e di questi centinaia furono sterminati. Anche sulla questione dei diritti della donna e dei diritti civili delle persone LGBT la distanza fra bolscevismo e stalinismo non potrebbe essere più grande.

Massimo Amadori