Tante facce, stessa politica. Serve una reale alternativa!

 

A poche settimane dal voto per le elezioni politiche del 4 marzo il sistema paese resta dominato da una profonda crisi economica e dalle sue ripercussioni politiche e sociali. La legislatura che si era appena conclusa si era aperta sotto il segno del rinnovamento dopo la disastrosa esperienza del governo Berlusconi e del governo tecnico di Mario Monti. La sconfitta del centrodestra, l’affermazione del M5S, l’ingresso di decine di giovani deputati alle prime armi in Parlamento è sembrato a molti italiani un segnale di speranza e una ventata di ottimismo che avrebbe portato a significativi cambiamenti dal punto di vista delle masse popolari. Così non è stato.

A poche settimane dal suo ingresso in Parlamento il M5S era già dilaniato da profonde crisi, da rotture, scissioni e tradimenti. L’assenza di un chiaro riferimento di classe e il tentativo di voler superare corpi intermedi e tradizionali strumenti di rappresentanza ha prodotto come risultato un partito politico senza linea politica, senza strutture democratiche e dominato dall’oscura figura di una società di consulenza via web, la Casaleggio Associati. In un contesto dominato dallo sgretolamento delle forze politiche tradizionali, il M5S non è riuscito a rappresentare una reale alternativa politica per la gente comune. La sua opposizione è stata assolutamente assente del punto di vista sociale e delle mobilitazioni. Il M5S non ha indetto né organizzato scioperi o manifestazioni per protestare contro l’introduzione del Jobs Act o della Buona Scuola. Inoltre, nel generale clima di paura per il peggioramento delle condizioni di vita, di chiusura verso i migranti e di arretramento delle coscienze il M5S ha scelto di allinearsi con gli umori più retrogradi e di alimentare le paure e i timori su cui si fonda la guerra tra poveri.

Il Partito Democratico, uscito sconfitto dalla tornata elettorale del 2013 che doveva sancirne il trionfo, è stato costretto ad un cambio di passo. La tradizionale leadership proveniente dai democratici di sinistra e quindi dal Partito Comunista è stata soppiantata da un gruppo di ambiziosi quarantenni capitanati da Matteo Renzi senza nessun legame con la storia del movimento operaio italiano. La conquista del PD da parte di Matteo Renzi ha portato alla definita affermazione di una linea politica totalmente ostile agli interessi della classe lavoratrice. Al tradizionale tentativo di mediare tra gli interessi della grande borghesia e della classe lavoratrice italiana si è sostituito la difesa pura e semplice degli interessi materiale di un pezzo di borghesia italiana, quella maggiormente esposta sul mercato internazionale. La costituzione del primo governo Renzi ha palesato questo cambio di passo con l’introduzione di duri attacchi nei confronti della classe lavoratrice e dello smantellamento di tradizionali strumenti di difesa della stessa. Tra questi l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori che era stato conquistato dalla classe lavoratrice italiana grazie al ciclo di lotte 1968-1977. Ovviamente non si può imputare al solo Renzi la perdita di questo importante strumento di difesa degli interessi dei lavoratori, la cancellazione dell’articolo 18 è stata resa possibile da uno sconvolgimento dei rapporti di forza tra le classi avvenuto negli ultimi decenni, il PD ha però l’indubbio “merito” storico di aver “normalizzato” tale situazione di sconfitta.

Oltre a ciò il governo Renzi ha portato avanti un duro e odioso attacco nei confronti della scuola pubblica italiana, degli studenti e degli insegnanti. L’introduzione della Buona Scuola rappresenta anche in questo caso la traduzione in linguaggio giuridico di una grave sconfitta storica subita dal movimento studentesco e dalle organizzazioni della classe lavoratrice negli ultimi decenni. L’obbligo del lavoro gratuito previsto dalla riforma renziana è forse il più odioso dei regali avvelenati che dobbiamo al governo del partito democratico. Non pago di aver azzerato i diritti dei futuri lavoratori il governo Renzi si è scagliato contro i diritti dei lavoratori. Dietro la retorica trionfalista del Jobs Act e del contratto a tutele crescenti si nasconde un’amara realtà, la realtà della negazione sistematica dei diritti della classe lavoratrice, la realtà di un precariato divenuto oramai condizione esistenziale per centinaia di migliaia di lavoratori non soltanto giovani, la realtà di contratti spazzatura rinnovati di settimana in settimana, la realtà di una contrattazione collettiva nazionale divenuta ormai carta straccia.

Sul versante della politica interna il Partito Democratico ha dimostrato di poter andare oltre le speranze e le aspettative delle forze di centrodestra, il decreto Orlando-Minniti istituzionalizza la negazione sistematica dei diritti elementari per alcune categorie di cittadini. L’introduzione del DASPO urbano per i senza tetto è un’odiosa misura classista che ricorda le workhouse dell’Inghilterra Vittoriana. L’abolizione del secondo grado di giudizio nei processi legati all’immigrazione è una misura dal sapore fortemente razzista che palesa l’esistenza di una giustizia che fa della negazione dei diritti fonda-mentali dell’uomo la sua principale caratteristica.

Sul versante della politica estera i governi Renzi e Gentiloni hanno dimostrato anche in questo ambito di essere i fedeli esecutori degli interessi della borghesia italiana; gli accordi presi con i clan libici per trattenere nelle carceri del paese migranti subsahariani e la recente decisione di inviare truppe italiane in Niger dimostra come la difesa dei diritti dell’uo-mo sia l’ultima delle preoccupazioni di una classe politica che vive delle prebende e delle grandi donazioni di grandi gruppi economici come l’Eni, principale sponsor dell’operazione in Niger. Il tentativo di Renzi e Gentiloni di stravolgere in senso presidenzialista la costituzione è stato, come è noto, bocciato clamorosamente da milioni di italiani che non si sono lasciati abbindolare dalla propaganda governativa e dalle grida isteriche della Confindustria. Si è trattato di una coraggiosa e spontanea risposta popolare all’arroganza governativa. L’esito del referendum ha dimostrato al governo e alla grande borghesia che lo sostiene l’enorme distacco che esiste tra la gente comune e i palazzi del potere.

Questa vittoria assolutamente spontanea, popolare e dal basso ha visto i goffi tentativi di politici di ogni orientamento di cavalcarne lo slancio. Tra questi non ultima la componente di Bersani e d’Alema, usci-ta subito dopo dal Partito Democratico nel tentativo di ricostruirsi una verginità politica. L’impossibilità per il PD di accreditarsi come una genuina forza di sinistra ha creato lo spazio per la nascita di una nuova forza politica Liberi e Uguali. Nonostante i tentativi dei loro promotori di presentarsi come una forza nuova in rottura con il neoliberismo questa formazione è composta dai principali esponenti di governo della sinistra degli ultimi anni. Il tentativo di ricostruire la sinistra italiana attorno a personalità come D’Alema, Bersani e Grasso, che si sono nelle legislature passate compromessi in ogni modo con politiche antipopolari, non potrà che sfociare in un’ulteriore disfatta.

In questo contesto l’iniziativa lanciata dal centro sociale napoletano Ex-OPG Je so’ Pazz, rappresenta un coraggioso e audace tentativo di ricostruire attorno ad un programma antiliberista un principio di rappresentanza politica per i giovani e i lavoratori e per dare un messaggio di speranza e resistenza alle centinaia di migliaia di lavoratori, giovani e precari esclusi dalla politica tradizionale. La lista Potere al Popolo ha già prodotto nelle ultime settimane un importante numero di assemblee territoriali che hanno coinvolto migliaia di giovani e lavoratori. Come è emerso con chiarezza nelle varie assemblee che si sono tenute l’obiettivo dei partecipanti non è soltanto quello di partecipare alla competizione elettorale, ma prima di tutto quello di lavorare collettivamente alla nascita di un raggruppamento politico nuovo in grado di dare voce agli esclusi. Per questo motivo Resistenze Internazionali ha deciso di aderire e di sostenere questo progetto per contribuire con le proprie forze alla nascita di un’organizzazione politica nuova in grado di dare rappresentanza agli oppressi anche e soprattutto dopo la scadenza elettorale del 4 marzo.