4 MARZO 2018 Trionfano la destra e il M5S

 

Le elezioni generali del 4 marzo hanno generato un terremoto nel panorama politico italiano. Il Partito Democratico, Renzi e tutto il governo hanno subito una sconfitta umiliante mentre Forza Italia ha visto i suoi consensi significativamente ridotti. I risultati di questa tornata elettorale segnano il trionfo delle forze populiste a scapito delle forze “moderate” e di governo.

Con un’affluenza del 73%, oltre il 50% dei voti è andato ai partiti anti-establishment. Questa situazione riflette un chiaro rifiuto della politica tradizionale e un forte desiderio di cambiamento dopo anni di corruzione, austerità e massacro sociale contro la gente comune. Il trionfo del M5S va letto per quello che è: un gigantesco rifiuto della politica tradizionale e dello stato di cose presente.

I risultati elettorali sono una fotografia sbiadita e in controluce dei rapporti di forza e del livello di coscienza della gente comune in un momento determinato. Il risultato di un’elezione non modifica lo stato di cose, ma si limita a registrarlo. Sotto questo punto di vista il trionfo delle idee di destra e lo sfarinamento della sinistra è un fenomeno in corso da alcuni anni.

Il crollo del voto per il PD, il principale partito della coalizione uscente è stato però senza precedenti. Alla Camera il PD con il 18,7% dei voti è arrivato poco sopra il risultato della Lega, ben lontano dal 40% delle elezioni europee di 4 anni fa. A seguito di una sconfitta così schiacciante, Renzi è stato costretto ad annunciare le sue dimissioni da leader precisando però di essere intenzionato a rassegnarle soltanto allo scadere del processo di formazione di un nuovo governo (vale a dire in un futuro ancora da definire).

La scissione dal PD, Liberi e Uguali (LeU), che avrebbe dovuto rappresentare la nuova alternativa “di sinistra”, ha superato di poco la soglia del 3%. Alla vigilia delle elezioni, Grasso, leader di LeU, ha mostrato la vera natura del suo partito annunciando la volontà di formare una coalizione post-elettorale con il PD. Con il 32% dei voti ottenuti a livello nazionale, il Movimento Cinque Stelle è di gran lunga l’organizzazione politica più importante del paese. Al Sud ha ottenuto cifre da record: il 40% dei voti in Puglia e in Sicilia e addirittura il 50% in alcune zone della Campania.

Nonostante il suo successo, il M5S non sarà in grado di formare un governo di maggioranza da solo. Di Maio, leader del M5S, ha passato gli ultimi mesi a corteggiare il mondo degli affari e della finanza tentando di presentarsi, senza grande successo, come un credibile governante del paese e il M5S come un partito capitalista affidabile. Ha dichiarato di essere aperto all’idea di alleanze con altri partiti, modificato la sua posizione sull’euro, sull’Unione Europea e svariate altre questioni.

Fino a che punto sarà in grado di percorrere la strada della governabilità è una questione aperta, in quanto il percorso intrapreso è sempre più lontano dalle origini del M5S, un movimento nato in totale opposizione alla “casta” politica e ai partiti tradizionali. Se il M5S dovesse decidere di entrare in coalizione con una delle altre forze politiche, molto probabilmente si troverebbe a remare nella direzione del proprio declino e subirebbe la scissione di un pezzo più radicale che tenterebbe di tornare alle sue origini anti-establishment.

Il centrodestra è emerso come la coalizione più grande, ma con il 37% dei voti è comunque privo di una reale maggioranza parlamentare. Il cambiamento significativo è che la Lega, che ha basato la propria campagna elettorale sulla paura dell’immigrazione e sulla guerra tra poveri, è ora il più grande partito del centrodestra e guida la coalizione con Fratelli d’Italia che ha triplicato i propri voti. La campagna elettorale è stata dominata dalla questione dell’immigrazione rispetto alla quale i principali partiti hanno assunto una posizione di chiusura. E’ stata principalmente la Lega a beneficiare della strumentalizzazione della questione migratoria. A livello nazionale rispetto alle elezioni del 2013 la Lega ha quadruplicato la propria percentuale di voti, passando dal 4,1 % al 17,4 %.

Per la prima volta dalla sua nascita anche l’organizzazione neofascista CasaPound si è presentata alle elezioni ottenendo lo 0,9 % dei voti. Si tratta di un risultato di cui il portavoce Di Stefano si è dichiarato non soddisfatto, ma che non può rassicurare visto l’evidente sdoganamento di quella formazione e tenendo contro del fatto che si è presentata anche la lista “Italia agli italiani” (formata da Forza Nuova e Fiamma Tricolore) ottenendo lo 0,4 %. L’attentato di Macerata in cui il militante neofascista Traini ha ferito gravemente 6 immigrati, avvenuto nel corso della campagna elettorale, così come l’omicidio di Idy Diene, l’ambulante senegalese ucciso il 5 marzo senza nessun motivo da un uomo che voleva suicidarsi, hanno mostrato il pericolo rappresentato dalle politiche di odio portate avanti dalla destra populista. In questo quadro di spostamento a destra del paese e di sostegno dato da settori significativa di classe lavoratrice al Nord e al Sud del paese a M5S e Lega è necessario lottare con forza per un antirazzismo di classe.

La neonata lista di sinistra Potere al Popolo, pur non essendo riuscita a raggiungere la soglia del 3%, ha ottenuto più di 370 mila voti a livello nazionale. Per un movimento formatosi soltanto tre mesi fa, che non dispone di grandi risorse e che non ha avuto una grande copertura mediatica si tratta di un risultato modesto, ma importante nella fase nella quale ci troviamo. Potere al Popolo è un movimento nato dal basso attraverso centinaia di assemblee locali tenutesi in oltre 100 città del paese che hanno attirato e attivato decine di migliaia di persone, soprattutto giovani. Potere al Popolo rappresenta il tentativo di ricostruire una sinistra popolare e anticapitalista nel nostro paese, per questo motivo Resistenze Internazionali (CWI Italia) ha aderito alla lista, partecipando alla campagna elettorale ed esprimendo un candidato alla Camera in Liguria. In questa fase l’obiettivo deve essere quello di costruire dal basso una rete di militanti politici, sociali e sindacali in grado di rispondere con forza alla propaganda razzista, alle aggressioni neofasciste e al nuovo attacco che, finita la campagna elettorale, le forze politiche della classe dominante scaglieranno contro le condizioni di vita della classe lavoratrice (manovra correttiva di Bruxelles, legge di bilancio, ecc…).

I 370 mila voti che Potere al Popolo ha ottenuto con una campagna elettorale autofinanziata, senza nomi di richiamo, lottando in controtendenza contro una deriva razzista e anti-popolare di tutte le forze politiche, rappresentano un ottimo punto di partenza dal quale ripartire per dare peso, voce e rappresentanza politica alla nostra gente. Se Potere al Popolo riuscirà a organizzare politicamente anche soltanto un elettore su dieci di quelli che ci hanno votato, per la prima volta riuscirà a dar vita ad una forza politica organizzata armata di un programma all’altezza della crisi e in grado di intervenire sui rapporti di forza. Per far questo sarà necessario l’attivo coinvolgimento dal basso delle centinaia di militanti e attivisti di base che si sono attivati o riattivati in questa campagna elettorale.

In questa fase iniziale è ancora difficile prevedere lo sviluppo della situazione. Potremmo assistere alla nascista di una coalizione di destra “centrista” dominata dalla Lega, oppure a una coalizione tra M5S e Lega, PD / M5S o M5S / Alleanza FI, una “grande coalizione”, un governo tecnico, un governo provvisorio con lo scopo di cambiare (ancora una volta) la legge elettorale, o forse nuove elezioni. Tutti questi scenari sono possibili, ma quello che è certo è che nessun governo sarà in grado di risolvere i problemi che affliggono i lavoratori e la gente comune. La crisi economica, politica e sociale del capitalismo italiano continuerà e la costruzione di un’alternativa anticapitalista attraverso la lotta è l’unica soluzione per uscirne.