8 MARZO 2018 Il capitalismo opprime le donne. Lottiamo per il socialismo!

All’inizio del nuovo millennio, negli USA e in gran parte dell’Europa, si dichiarava che l’uguaglianza di genere fosse ormai a portata di mano. Le giovani donne non avevano più bisogno del femminismo perché il capitalismo offriva loro un futuro brillante basato su una prosperità crescente.

Oggi quell’illusione è stata distrutta. In tutto il mondo il mito del progresso capitalista, il mito dei giovani che avrebbero avuto migliori opportunità rispetto a quelle offerte alla generazione dei loro genitori, è stato sfatato dalle conseguenze della crisi economica del 2008. I giovani della classe lavoratrice e anche della classe media affrontano un mondo che non è in grado di soddisfare le loro aspettative, un mondo dominato dalla disoccupazione di massa, dal lavoro precario a basso salario, dai tagli ai servizi pubblici, dalle case troppo costose. A causa dell’aumento di guerre e conflitti milioni di persone sono costrette a rischiare la vita lasciando la propria casa. Per quello che riguarda le donne si aggiunge a questa situazione la discriminazione di genere radicata nella società. Discriminazione che prima di tutto ha ripercussioni sulle condizioni materiali delle donne, quelle stesse che permetterebbero loro di essere pienamente emancipate. In media le donne oggi guadagnano fra il 10% e il 30% in meno degli uomini.

Nel mondo neo-coloniale, dove i salari in generale sono miseri, le donne sono più sfruttate degli uomini. A volte sono costrette a lavorare 12 ore al giorno nei campi, nei mercati, nelle fabbriche. In molti posti le donne e i loro figli sonno trattati come schiavi dei tempi moderni.

In alcuni paesi non solo non vediamo estinguersi in modo automatico e graduale la discriminazione di genere, ma le azioni dei governi la stanno aggravando. In Russia, per esempio, dove si stima che una donna muore ogni 40 minuti a causa della violenza di genere, la violenza domestica è stata parzialmente decriminalizzata. L’austerità ha inciso direttamente sulla violenza che subiscono le donne e la loro possibilità di resistere. In Gran Bretagna, per esempio, più di 30 case rifugio sono state chiuse per mancanza di finanziamenti e molte di quelle che rimangono aperte rischiano la chiusura o nel migliore dei casi il taglio drastico dei fondi. Allo stesso tempo, il costo elevato dell’alloggio lascia le donne che vogliano sfuggire dalla violenza senza un posto dove andare. Oggi, come nel passato, un miglioramento automatico dei diritti delle donne non è possibile, bisogna lottare per ottenerlo!

L’8 marzo è più importante che mai

È perciò chiaro che, da un secolo dopo la prima giornata internazionale delle donne, l’8 marzo sia più importante che mai. Questa giornata sta tornando ad essere un evento importante nella lotta globale contro l’oppressione di genere. Quest’anno, per esempio, le giovani donne dello Stato spagnolo parteciperanno, insieme agli studenti maschi, ad uno sciopero organizzato dal Sindicato de Estudiantes, nel quale Izquierda Revolucionaria (sezione del CWI nello Stato spagnolo) svolge un ruolo determinante.

L’elezione del misogino Trump come presidente degli USA ha assestato il colpo decisivo alla favola di un percorso lineare verso l’uguaglianza di genere. Tuttavia la risposta è stata forte: dal primo giorno della sua presidenza milioni di persone si sono unite nella battaglia contro ogni forma di oppressione. Le manifestazioni delle donne dell’anno scorso sono state le più partecipate dal 2003. Anche quest’anno 2,5 milioni di persone hanno partecipato a manifestazioni in tutto il paese per difendere i diritti delle donne. In tutto il mondo vediamo lo sviluppo di importanti movimenti di lotta delle donne.

Alcuni di questi movimenti sono nati come reazione contro l’oppressione che le donne subiscono da secoli – il movimento contro lo stupro in India, per esempio, e il movimento Ni Una Menos contro la violenza di genere, che ha mobilitato centinaia di migliaia di donne e uomini in Argentina e altrove. Altri movimenti sono nati per resistere ai nuovi attacchi portati avanti da governi reazionari contro i diritti delle donne – è il caso della Polonia che nel 2016 ha visto il tentativo da parte del governo di vietare completamente il diritto all’aborto. Altri movimenti si spingono oltre, lottando non solo in difesa dei diritti già conquistati, ma anche per migliorarli.

Sin dalla sua nascita lo Stato irlandese, intrecciato con la Chiesa cattolica, ha preso una posizione fortemente reazionaria rispetto al diritto delle donne di controllare il proprio corpo, incluso l’imposizione di un divieto sul diritto all’aborto. La tragica morte di Savita Halappanavar, a cui era stato rifiutato un aborto nel 2012, ha portato a un’ondata di proteste e l’opinione pubblica si è chiaramente schierata a favore del diritto all’aborto. Il Partito Socialista (CWI) in Irlanda ha giocato un ruolo chiave nel mobilitare e organizzare quell’ondata, insieme alla campagna socialista femminista ROSA, lanciata dalla nostra organizzazione belga. Adesso, sotto la pressione del movimento, i politici sono stati costretti a cambiare registro. Una commissione parlamentare ha ribadito la necessità di permettere l’accesso senza restrizioni all’aborto fino alla 12 settimana di gravidanza, e il 25 maggio si terrà un referendum sull’abrogazione del divieto costituzionale attualmente in vigore.

#metoo

Il 2017 è anche stato l’anno del movimento #metoo. Iniziato a Hollywood dagli attori che hanno denunciato le molestie sessuali perpetrate dal magnate dei film Harvey Weinstein e da altri, il movimento si è esteso a tutto il mondo. Tutte le istituzioni capitaliste, i media, le grandi imprese, i parlamenti, sono stati inondati da una valanga di denunce. Questo sfogo, avvenuto principalmente tramite i social media, segnala la diffusione delle molestie sessuali e la volontà di combatterle.

Si è palesata solo una parte ridotta della violenze subite quotidianamente da tante donne, soprattutto le più oppresse come e quelle che lavorano dei settori più precari e le donne di colore. Ovviamente questo non significa che ogni denuncia fatta via #metoo sia provata; ogni uomo denunciato deve avere il diritto a un’udienza giusta prima di essere giudicato colpevole. Ma non c’è dubbio che #metoo abbia dimostrato la colpevolezza del sistema capitalistico che permette l’abuso sessista nei confronti delle donne.

Non sorprende inoltre che tante delle denunce sono state fatte contro uomini che si trovano in una posizione potere con cui possono esercitare pressione sulle vittime e ricattarle. Il capitalismo si basa sul potere di una minoranza della società – soprattutto miliardari, proprietari delle grandi imprese e delle banche – che esercitano un enorme potere sfruttando la stragrande maggioranza della popolazione.

Viviamo in un mondo dove 8 persone possiedono più della metà della ricchezza mondiale. E’ inevitabile che in queata società, fra quelli che detengono il potere ci saranno sempre persone che cercheranno di sfruttare la loro posizione per molestare donne e uomini che hanno meno potere, specialmente sul posto di lavoro. Questo non significa ovviamente che i lavoratori non si comportano così. Il sessismo è intrecciato al sistema capitalistico e riguarda ogni fascia della società.

Il dominio maschile è legato alla società di classe

L’oppressione di genere è fortemente radicata, ma non è innata o immutabile: per la maggior parte della storia umana questa non esisteva. Il dominio maschile (il patriacarto)  è intrinsecamente legato alle strutture e alle disuguaglianze prodotte dalla società divise in classi sociali che nacquero intorno a 10.000 anni fa. La crescita del dominio maschile è legata allo sviluppo della famiglia come istituzione funzionale alle divisioni di classe e di ricchezza.

Per quello che riguarda il capitalismo, uno dei ruoli più importanti che svolge la famiglia è quello di prendersi cura della prossima generazione e di curare i malati, i disabili e le persone anziane. In alcuni paesi europei questo fardello è stato parzialmente alleviato nella seconda metà del ventesimo secolo attraverso le conquiste ottenute dalla classe lavoratrice – sistemi sanitari nazionali, asili nido, case di riposo ecc…

Il femminismo socialista lotta per la parità di genere. Vogliamo lanciare una lotta determinata per ottenere servizi pubblici universali adeguatamente finanziati, un lavoro ben pagato, una giornata lavorativa più breve, per alleviare il carico di lavoro che pesa sulle famiglie e per permettere a tutti/e la possibilità di godersi la vita.

La lotta per la liberazione delle donne fa parte della lotta di classe, nella quale la lotta femminista contro l’oppressione di genere è legata a quella della classe lavoratrice per porre fine a ogni disuguaglianza e oppressione.

Il femminismo capitalista non offre soluzioni

Non siamo d’accordo con il femminismo capitalista perchè questo non assume una posizione di classe rispetto alla liberazione delle donne. In poche parole, le donne della classe lavoratrice hanno più in comune con gli uomini della loro classe che con Angela Merkel, Theresa May, Hillary Clinton o Sheikh Hasina Wazed in Bangladesh. Ovviamente questo non significa che solo le donne della classe lavoratrice sono oppresse. Le donne di ogni fascia della società subiscono l’oppressione di genere, la violenza e le molestie sessuali. Per porre fine a quell’oppressione e raggiungere una vera parità fra uomo e donna è necessario il rovesciamento dell’assetto esistente in ogni sfera: economica, sociale, familiare e domestica.

Il punto di partenza per tale rovesciamento deve passare attraverso una rottura col sistema che Merkel, May, Clinton ecc. difendono – il capitalismo – e deve portare al controllo democratico della produzione da parte della classe lavoratrice. La classe lavoratrice costituisce la forza in grado di effetuare tale rottura.

Il ruolo del movimento della classe lavoratrice

Noi non riteniamo ovviamente che bisogna aspettare la fine del capitalismo per lottare contro il sessismo. Anzi, è fondamentale lottare adesso contro ogni forma di oppressione di genere. Il modo più efficace per fare questo è attraverso una lotta unitaria del movimento della classe lavoratrice. Recentemente a Londra i traghettatori hanno scioperato per contestare il mobbing da parte dei padroni e le molestie sessuali ai danni di una segretaria. I lavoratori, a maggioranza maschile, hanno vinto la lotta.

Chiaramente il movimento operaio non è immune dal sessismo. E’ di vitale importanza che i socialisti contrastino ogni comportamento sessista nel corso della lotta per l’uguaglianza di genere. La classe operaia dispone della forza potenziale in grado di abbattere questo sistema capitalista marcio e sessista, ma questo rovesciamento sarà possibile soltanto sulla base di una lotta unitaria di donne e uomini della classe lavoratrice. Questa unità si costruisce non ignorando o minimizzando il sessismo, ma combattendolo coscientemente.

Cento anni fa in Russia, l’8 marzo del 1917, uno sciopero e una manifestazione delle lavoratrici innescarono gli eventi rivoluzionari che portarono nell’ottobre del 1917, sotto la direzione del partito bolscevico, alla presa del potere da parte della classe lavoratrice per la prima volta nella storia dell’umanità. Più tardi la degenerazione stalinista dell’Unione Sovietica portò alla distruzione di molte delle conquiste guadagnate dalle donne dopo la rivoluzione. Ciononostante l’ugualianza di genere, incluso il diritto al voto e al divorzio e la decriminalizzazione dell’omosessualità,  vennero implementati in Russia molti anni prima rispetto resto del mondo capitalista. La rivoluzione portò anche al diritto all’aborto e alla creazione di asili nido, lavanderie e ristoranti gratuiti.

Oggi, come un secolo fa, il movimento per i diritti delle donne si intreccierà nuovamente con la lotta per un mondo socialista.