Editoriale : I lavoratori non hanno alleati in Parlamento

L’elezione dei presidenti di Senato e Camera, rispettivamente seconda e terza carica dello stato è avvenuta grazie ad una convergenza dei voti del Movimento Cinque Stelle, della Lega e di Forza Italia sulle figure di Roberto Fico ed Elisabetta Casellati. Il semplice fatto che Roberto Fico, che fino a pochi mesi fa tuonava contro la “casta”, gli “inciuci” e gli accordi al ribasso, sia stato eletto con i voti di Forza Italia e Lega è un’indicazione chiara della rapida marcia verso l’istituzionalizzazione che è in atto nel M5S. Il fatto poi che il M5S sia stato disposto a votare per Elisabetta Casellati, berlusconiana di ferro, sostenitrice delle leggi ad personam, nonché integralista cattolica (laurea in teologia, battaglia contro equiparazione famiglie “tradizionali” e LGBT, ecc…) alla presidenza del Senato dimostra da un lato l’ambizione smisurata dei dirigenti del M5S che sono pronti ad ingoiare rospi di ogni forma e dimensione pur di poter pesare nella partite politiche più importanti, dall’altro l’avvenuta trasformazione del M5S da un movimento populista e “antisistema” in una forza politica tradizionale.

Oltre a ciò, questa nuova “convergenza” dimostra in maniera inequivocabile la distanza che esiste nel M5S tra gli attivisti e i vertici, tra i meetup e il centro di comando del movimento e sottolinea come tutti gli strumenti di “democrazia liquida” di cui si è dotato negli anni il M5S (piattaforma Rousseau, riunione in streaming, ecc…) siano soltanto lo specchietto per le allodole che camuffa la dittatura dei vertici e la totale assenza di democrazia all’interno del M5S. Sotto questo punto di vista il M5S non è diverso dalle altre formazioni politiche tradizionali rappresentate in parlamento. L’accordo tra M5S, Lega e Forza Italia per l’elezione dei presidenti di Camera e Senato non configura necessariamente un nuovo patto di legislatura per la costruzione di un governo. Segna però uno spartiacque, un punto di non ritorno, un momento di passaggio che rende possibili scenari fino a ieri ritenuti impossibili. In questo sta la forza simbolica dell’accordo per l’elezione dei presidenti di Camera e Senato. Oggi è possibile immaginare la nascita di un governo a maggioranza M5S grazie ai voti di condannati in via definitiva, dei deputati di Berlusconi. Quanta acqua è passata sotto i ponti da quando nelle piazze si urlava “onestà!” ingiuriando lo psiconano!

Il M5S ha costruito in dieci anni la sua credibilità, la sua autorevolezza e il suo radicamento attorno a parole d’ordine chiare, spiegando come i propri esponenti fossero indisponibili a sottoscrivere accordi al ribasso con altre forze politiche. A contribuire poi al successo elettorale del movimento c’è stata l’assunzione di slogan semplici e la promessa che, una volta al governo, i suoi rappresentanti si sarebbero adoperati per risolvere i problemi del mondo del lavoro a partire dalla disoccupazione endemica che colpisce i giovani ed alcune aree del paese. Se il M5S dovesse andare al governo con forze tradizionali e applicare politiche antisociali questo vedrebbe i suoi consensi fortemente ridimensionati. In questa situazioni non possiamo escludere una crescita futura delle forze di estrema destra e addirittura un ritorno al potere del PD.

Milioni di italiani hanno votato il movimento di Grillo, Di Maio e Casaleggio. Non lo hanno fatto per assistere allo spettacolo di un presidente della Camera che si reca al lavoro in autobus scortato però, come prevede la legge, dalle autovetture d’ordinanza. Non hanno votato il M5S neanche solo per assistere ad una riduzione dei compensi, sicuramente elevati, di alcune decine di commessi di Camera e Senato. Hanno votato il M5S convinti che questo avrebbe fornito le risposte ai problemi dei giovani e dei lavoratori. Il M5S verrà giudicato per la sua capacità di portare a casa risultati concreti e di mantenere quella “verginità politica” che fino ad oggi gli ha garantito il vento in poppa.

Sotto questo punto di vista, la simpatia che genera un Roberto Fico è strettamente connessa alle aspettative che milioni di italiani ripongono nel suo movimento. Questa si trasformerà nel suo contrario non appena il movimento dimostrerà di non essere in grado di portare a casa le promesse fatte in campagna elettorale e di essere disposto a lottare nel fango con le altre forze politiche tradizionali per le presidenze delle commissioni parlamentari, per le cariche di ministro, vice-ministro e sottosegretario. Ci troviamo in una situazione politica fluida, instabile e in costante evoluzione. Ad oggi ogni compagine di governo resta ancora possibile. Non possiamo escludere nessuna delle ipotesi in campo. Il lungo balletto delle consultazioni ufficiali e ufficiose durerà verosimilmente mesi e non è detto che porterà alla nascita di un nuovo governo. Dalle consultazioni potrebbe uscire un governo sostenuto dalle forze di destra e dal M5S, ma non possiamo neppure escludere l’ipotesi di una nuova grande coalizione con il PD, di un governo di scopo o addirittura di nuove elezioni.

In questi mesi intanto, continueranno a governare silenziosamente Paolo Gentiloni e il suo governo. Quest’ultimo, anche se formalmente dimissionario, continuerà a varare e approvare politiche di massacro sociale ai danni dei ceti popolari, tra queste: la legge di bilancio, e la manovra correttiva richiesta dall’UE. Oltre a ciò, continuerà a prendere decisioni di politica estera sconsiderate e prive di senso come l’espulsione dei diplomatici russi per compiacere gli alleati atlantici di fronte alla barbarie della Russia di Putin. Per inciso, non ricordiamo lo sdegno di Gentiloni di fronte al massacro delle popolazioni Kurde di Afrin da parte del sultano ottomano o di fronte al bombardamento delle popolazioni yemenite da parte dell’alleato saudita.

Dal punto di vista di un’ipotetica maggioranza di governo la prospettiva di un governo, Lega, M5S e Forza Italia sembra una delle ipotesi più plausibili. Molti economisti e commentatori politici spiegano però quanto poco credibile sia immaginare di poter mediare tra due programmi economici apparentemente diversi e inconciliabili. Ma è davvero così?  Lega e Forza Italia invocano la Flat Tax al 15%, una misura economica profondamente classista che riduce le tasse soltanto alle imprese (i redditi e le pensioni di lavoratori e pensionati poveri sono già tassati al 15%). Dall’altra parte, il M5S invoca il reddito di cittadinanza per i disoccupati. Queste ricette economiche sono però solo apparentemente in contraddizione. Il reddito di cittadinanza così come è stato pensato dai “tecnici” del M5S non è altro che una misura di avviamento al lavoro coatto.

Uno strumento che consente da un lato di poter far pressione al ribasso sui salari degli occupati dall’altro che costringe milioni di giovani, di donne e di disoccupati ad accettare lavori sottopagati e ultraprecari dietro la costante minaccia del ritiro del reddito di cittadinanza. Il modello al quale guarda il M5S è quello della Germania dove il “reddito di cittadinanza” significa che ci sono milioni di lavoratori tedeschi costretti ad accettare minijobs a tempo pieno da 400 euro al mese (tra questi anche la professione di ballerina di lapdance) pur di non perdere il tanto agognato reddito.

Si tratta in sostanza di una misura pienamente compatibile con una visione economica neoliberista orientata alla massimizzazione dei profitti attraverso una gigantesca detassazione di questi, allo smantellamento dello stato sociale, alla distruzione dei Contratti Collettivi Nazionali, al superamento del sindacato, una visione economica e sociale ostile al mondo del lavoro che accomuna, senza eccezioni, tutte le forze politiche rappresentante in parlamento. Al posto del reddito di cittadinanza occorre rivendicare lavoro per tutti attraverso la distribuzione generalizzata del lavoro disponibile e l’introduzione della settimana lavorativa di 32 ore. Oltre a ciò sono necessarie misure reali per lottare contro la povertà e dare un reddito, reale, vale a dire non inferiore ai 1200 euro al mese, a chi è disoccupato, sottoccupato o impossibilitato a lavorare.

Dietro alla fraseologia battagliera dei vari Salvini, Di Maio, Renzi e Berlusconi si nascondono programmi economici che variano nelle sfumature, ma non nella sostanza. Comprendere questa cosa significa, per i giovani e per i lavoratori, abbandonare le illusioni sulla possibilità di poter incidere grazie ai propri rappresentanti nei processi decisionali. Significa comprendere che occorre lavorare da oggi per prepararci a lottare contro gli attacchi anti-popolari, che saranno sicuramente lanciati da qualsiasi governo emerga dalle consultazioni, e alla costruzione di una proposta politica indipendente in grado di rappresentare le decine di milioni di lavoratori e cittadini poveri esclusi dalla vita e dalla rappresentanza politica.

Resistenze Internazionali lavora con tutte le proprie forze e le proprie energie alla costruzione di una nuova organizzazione politica anticapitalista. Una soggettività politica nuova, costruita in maniera inclusiva e dal basso capace di dare voce, forza e organizzazione al 99% della popolazione che non ha rappresentanti o amici nei palazzi del potere.