Mattarella dice ‘Nein’

 

“La designazione del ministro dell’economia costituisce sempre un messaggio immediato di fiducia o di allarme per gli operatori economici e finanziari, ho chiesto per quel ministero l’indicazione di un autorevole esponente politico della maggioranza, che non sia visto come sostenitore di una linea che potrebbe provocare l’uscita dell’Italia dall’euro.”

Sergio Mattarella 27/05/18
Dopo appena quattro giorni dall’ottenimento dell’incarico per formare il governo, l’avvocato Giuseppe Conte ha rassegnato le sue dimissioni da premier incaricato. A motivare questa decisione c’è il veto, posto dal presidente della repubblica Mattarella, alla nomina di Paolo Savona a ministro dell’economia. La decisione di porre Savona alla guida del ministero dell’economia è stata ottenuta dopo una lunga trattativa tra Lega e M5S. Attorno a quel nome era stata costruita una proposta di governo. Sembra quindi tramontata l’ipotesi di un governo giallo-verde. Come conseguenza delle dimissioni di Conte, Mattarella ha affidato a Cottarelli l’incarico di formare un governo. Cottarelli, ex commissario alla “spending review” (revisione della spesa) ha accettato.

Come ha dichiarato lo stesso Mattarella : “Ho condiviso e accettato tutte le proposte per i ministri tranne quella del ministro dell’economia”. Mattarella era quindi disposto ad avvallare la nascita del governo giallo-verde, con un Salvini alla testa della polizia, a condizione che in esso non vi fosse un ministro ipoteticamente anti-euro. Mattarella si è accodato al coro spaventato della stampa economica internazionale e delle diplomazie dei paesi europei. Dimostra quindi di essere un passacarte dell’Unione Europea, un italiano che in economia parla tedesco.

Paolo Savona, l’ex ministro mai insediatosi del governo giallo-verde, ha catalizzato su di sé le preoccupazioni delle cancellerie europee, delle borse e delle agenzie di rating come elemento in grado di mandare al diavolo l’UE. Ma è davvero così? Paolo Savona, che ha recentemente dichiarato che l’euro è stato un errore storico, è un ottantaduenne che ha alle spalle una lunghissima carriera politica come rappresentante dell’establishment e della grandi banche. E’ stato ministro nel governo Ciampi, amministratore della BNL, fondatore della Luiss, l’università privata della Confindustria, è sempre stato un convinto sostenitore delle regole di Maastricht. Non proprio un rivoluzionario…

Mattarella e il Partito Democratico sono riusciti nel non facile compito di trasformare un anziano rappresentante del mondo delle banche e dell’impresa in un pericolo per la tenuta della moneta unica in Europa. In questo modo hanno permesso e permetteranno a Salvini e Di Maio di presentarsi come dei riformatori “bloccati” da un presidente della repubblica filotedesco. E’ chiaro a questo punto che nelle elezioni politiche che si prospettano per questo autunno assisteremo ad una ulteriore e significativa crescita dei consensi per la Lega che potrà presentarsi come vittima del rigorismo presidenziale. Oltre a ciò il dibattito politico si radicalizzerà attorno ai temi dell’Unione Europea e della permanenza dell’Italia nella moneta unica.

La decisione di Matterella di bloccare la nomina di un ministro percepito come ostile ai mercati e alle politiche di massacro sociale è una decisione grave che avrà conseguenze politiche pesanti nei prossimi mesi. Oltre a segnare la strada per un inevitabile ritorno alle urne, questa decisione segna l’accresciuto ruolo di “arbitro del rigore dei conti pubblici” della presidenza della repubblica che con Napolitano e oggi Mattarella detiene il potere vero di condizionare le politiche economiche di ogni ipotetico governo. Questa situazione sottolinea il passaggio in atto da una repubblica parlamentare ad una repubblica presidenziale o quantomeno semipresidenziale.

Ma al di là del ruolo del presidente, è evidente come sia in atto uno scontro di potere all’interno della classe dominante italiana. Sintetizzando al massimo, da un lato c’è un settore di borghesia, alleata al ceto medio, che produce essenzialmente per il mercato interno e sentendosi schiacciata dalla globalizzazione, vuole svincolarsi dalle norme di Bruxelles. Dall’altro ci sono i grandi gruppi che esportano e che sono legati al capitale internazionale e guardano quindi ad una maggiore integrazione delle economie nazionali. Lo scontro in atto tra la presidenza della repubblica sostenuta dal PD da un lato e il fronte Lega-M5S dall’altro riflette in maniera distorta, sul terreno della lotta politica, questo conflitto.

Rompere con l’UE e con l’euro è giusto e necessario se questo significa rompere con le politiche di rapina sociale imposte a danno delle classi popolari. Detto questo, si può uscire dall’euro da destra o da sinistra. L’uscita dall’euro non può essere il nostro orizzonte strategico, ma un mezzo con il quale rompere le politiche antipopolari e costruire una società diversa. Con Salvini e Di Maio si prospetterebbe invece un’uscita dalla moneta unica da destra basata sulla prosecuzione su scala nazionale delle politiche neoliberiste, si pensi alla flat tax, su una svolta securitaria e su una mobilitazione reazionaria ostile al sindacato, ai migranti e alla sinistra.

Detto questo, è chiaro che non possiamo arruolarci attorno a Mattarella, a Cottarelli e al PD per difenderci dallo spread e dalle paure dei mercati.

Nell’accettare l’incarico per il governo tecnico l’ex supercommissario ai tagli ha dichiarato: ”Posso assicurarvi che un governo da me guidato assicurerebbe una gestione prudente dei conti pubblici […], è essenziale la nostra partecipazione alla zona dell’euro”. Questo governo, ammesso che si trovi una maggioranza disposta a sostenerlo, è pronto a fare il lavoro sporco. Cottarelli ha infatti dichiarato che non intende ricandidarsi e che chiederà agli ipotetici futuri ministri di fare altrettanto. Mattarella supremo garante dei conti pubblici ha tentato una forzatura che avrà l’effetto di un boomerang e che genererà una nuova ondata di malcontento e di discredito nei confronti delle istituzioni e dei partiti tradizionali.

Il nostro ruolo come militanti di Resistenze Internazionali e di Potere al Popolo è quello di costruire le condizioni per una risposta di massa dei lavoratori, dei giovani, dei migranti e dei cittadini ordinari all’austerità, al razzismo, alla negazione dei diritti per gli ultimi. Per fare questo occorre intervenire nelle contraddizioni del presente con un programma radicale e anticapitalista in grado di indicare la via per una rottura reale con l’Ue dei trattati, con l’austerity nostrana e con la mobilitazione reazionaria di destra che rischia di prendere ulteriormente forma nel prossimo periodo.

Giuliano Brunetti