Che fine fanno i nostri soldi?

Come molti di voi anche quest’anno ho avuto a che fare con la dichiarazione dei redditi.
Per risparmiare i 60/70 euro richiesti dai vari CAF ho deciso di provare a fare la dichiarazione precompilata sul sito dell’Agenzia delle Entrate. Prima di tutto la beffa, per i precari come me e la maggior parte dei giovani lavoratori di oggi, per cui un contratto a tempo indeterminato è po’ come un UFO, di vedersi addebitare alcune centinaia o migliaia di euro tra tasse non pagate e acconti per l’anno successivo, “così l’anno prossimo non devi pagare di nuovo” dicono, e invece sono già due anni che pago, l’anno scorso 1.000 euro, quest’anno 750 euro, la mia ragazza invece, che ha avuto l’impudenza di fare due lavori la scorsa estate, deve pagare ben 2.000 euro.
Come si dice a Firenze, becchi e bastonati!
Dopo la beffa scopro un’interessante novità, l’Agenzia delle Entrate da quest’anno offre l’opportunità di vedere la destinazione delle tue imposte.
Nella tabella (FILE ALLEGATO) potete vedere in valore numerico e in percentuale dove va a finire l’IRPEF pagato per i redditi del 2016 (dichiarazione 2017); i dati sono presi dal bilancio dello Stato che potete trovare sul sito del Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Ci tengo a precisare che le percentuali che trovate in questa tabella sono rapportate alla spesa pubblica totale (830 miliardi nel 2015) e non al PIL (1.700 miliardi nel 2017), dopo vedremo l’importanza di questa precisazione.
Abbiamo in prima posizione la voce “previdenza e assistenza”, quindi pensioni, assegni di disoccupazione, invalidità civile ecc… poi abbiamo la sanità con il 19%, evidentemente non abbastanza dato che poi dobbiamo pagare anche ticket e medicinali, poi iniziano le note dolenti, a ricordarci chi sono i veri proprietari dello Stato italiano arriva la terza voce “interessi sul debito pubblico”, ebbene sì, l’11% delle nostre tasse va a pagare gli interessi di chi ha acquistato titoli di Stato; “dov’è il problema” direte voi, “anche le famiglie li hanno comprati”; e invece i detentori di titoli pubblici sono per il 65% banche e assicurazioni nazionali, per il 30% investitori stranieri e solo il 5% del debito è posseduto da privati cittadini.
In poche parole ogni anno il 10% di quello che paghiamo in tasse va alle banche, senza considerare i soldi che poi li diamo tra mutui e finanziamenti vari; in una condizione del genere è difficile pensare che lo Stato possa essere autonomo dai poteri economico-finanziari di questo paese.
Subito DOPO il debito troviamo “l’istruzione”, è risaputo infatti che un popolo ben istruito è il peggior nemico di qualunque governo, e al quinto posto, con l’8,8%, vediamo le spese per “Difesa, Ordine pubblico e sicurezza”, quindi spese militari, di polizia, carceri, tribunali etc.; qui tornano in mente i numeri che generalmente danno in televisione e sui giornali, in cui si dice che la spesa per difesa in Italia è del 1,2%; certo, peccato che (per questo la precisazione di cui sopra) si tratti di una percentuale basata sul PIL, questa invece è la percentuale di spesa pubblica che finisce per difesa e quant’altro nel bel paese che “ripudia la guerra”.
Andando a scalare troviamo alle ultime posizioni voci di spesa insignificanti nella vita dei lavoratori, come la “protezione dell’ambiente”, “cultura e sport” e infine “abitazioni e assetto del territorio”, così alla prossima alluvione e al prossimo terremoto ricordiamoci che anche se non abbiamo una casa e un lavoro possiamo stare tranquilli perché le banche hanno le tasche piene e i nostri incrociatori sono l’ultimo modello.
Nicola Bitozzi