Cos’è stato il ’68?

 

“Du passé, faisons table rase” (del passato facciamo tabula rasa), recita un verso dell’Internazionale, nella versione originale di Eugéne Pottier, che ne scrisse i versi nel 1871, dalla clandestinità poco dopo la feroce repressione borghese de La Commune. Liberiamoci dalle catene della tradizione, dal dogmatismo e dal principio d’autorità: ecco, la psicologia e l’antropologia del ’68 nascono in questo contesto culturale e le conseguenze politiche e sociali declinate sul piano della lotta di classe non tarderanno a farsi sentire.

Non riesco a fare a meno di paragonare la contestazione generale e globale del 1968, e per l’Italia del decennio successivo, all’età dell’Illuminismo. L’Illuminismo ha infatti partorito dal suo grembo la Rivoluzione Francese e il 1793, gettando le basi per la rivoluzione socialista.

Aggiungo un’altra costante storica: le rivoluzioni non nascono dalle crisi, ma al contrario dalle fasi di ascesa economica. A cui si aggiungono la crisi politica delle classi dominanti, la pressione dal basso verso l’alto e la consapevolezza della necessità di fare tavola rasa del passato e di farla finita con ogni forma di sfruttamento e di oppressione. Le radici della rivolta del ’68 sono qui. Ma c’è un’altra costante storica: le mobilitazioni giovanili e studentesche spesso hanno anticipato la discesa sul campo della lotta del proletariato nel XIX e XX secolo: il ’68 non fa eccezione.  «Non fidatevi di chi ha più di trent’anni», si diceva allora, riprendendo un’analoga espressione di Lenin e dei marxisti rivoluzionari russi.

Il 1968 è stato tutto questo, ma il 1968 comincia un po’ prima. In Cina, tra il 1966 e il 1967, era esplosa la rivoluzione culturale, un movimento di massa reale che poi la frazione burocratica vincente, quella di Mao Zedong, riuscì a volgere a suo vantaggio, ingenerando non poche illusioni tra i giovani proletari d’occidente. Negli Stati Uniti nel 1967 cominciavano, le occupazioni dei Campus, la contestazione della guerra del Vietnam e il distacco dal partito democratico, il cui congresso federale venne contestato da studentesse e studenti, anche perché – non dimentichiamolo – fu proprio il presidente John Fitzgerald Kennedy, un altro «santo subito», a innescare la guerra in Indocina che venne poi proseguita da Richard Nixon in una escalation di terrore. Tuttavia le giovani e i giovani statunitensi si stavano ribellando.

Nel 1967, il regime militare boliviano alleato alla repubblica stellata del Nord America assassinava Ernesto Che Guevara. El guerrillero héroico, che lascia Cuba per andare a combattere prima in Africa e successivamente in Bolivia. Ma il Che stava contestando il manuale sovietico di economia politica, mentre leggeva la «Rivoluzione Tradita» di Lev Davidović Trotsky. Lascia Cuba in nome degli ideali internazionalisti e trova la morte.

L’epopea di questo grandissimo compagno sta a pieno titolo tra i miti fondativi di quella stagione straordinaria. Noi mettevamo tutto in discussione, a partire da noi stessi: i ruoli, i generi, i sessi, la famiglia, la scuola, i partiti tradizionali della sinistra e le burocrazie sindacali.

In Italia il movimento degli studenti comincia con l’occupazione della Sapienza di Roma l’8 febbraio 1967 per protestare contro le ipotesi di riforma del ministro democristiano Luigi Gui (che nei primi anni ’70 sarebbe stato coinvolto nello scandalo Lockheed). Un po’ in tutta Italia gli studenti scendono in campo per protestare contro la guerra del Vietnam e sono brutalmente caricati dalla polizia. Il 27 novembre, con qualche mese di anticipo sul maggio francese viene occupato Palazzo Campana, la sede universitaria torinese. La strada era aperta e la cara vecchia talpa della rivoluzione aveva scavato bene. Si occupavano gli atenei e le scuole secondarie di secondo grado, la società civile era scossa da un brivido. I ceti medi e l’intellettualità si schieravano con la contestazione, con le\i giovani, con il proletariato. Nascevano «Medicina Democratica», «Magistratura Democratica» e «Psichiatria Democratica» e la piccola borghesia intellettuale sceglieva il campo della rivoluzione.

Nei mesi d’agosto e di settembre esplodeva la rivolta antiburocratica in Cecoslovacchia e in Polonia e una nuova «primavera dei popoli», simile a quella del 1848, si dispiegava in Europa. Scendeva di nuovo in campo la speranza. Ma la speranza venne stroncata poco dopo dai cingolati dei carri armati sovietici, tuttavia ovunque si occupavano le facoltà universitarie e le scuole secondarie di secondo grado.

Per dirla con Antonio Gramsci, è una rivoluzione intellettuale e morale, che parte dalla gioventù studentesca, ma che presto coinvolgerà anche il proletariato di fabbrica in Francia come in Italia e un po’ ovunque in Europa e in America. In quel frangente venne occupato anche l’Ateneo di Belgrado.

La lotta si radicalizza soprattutto in Italia, in Germania e in Francia. Ma in Francia sboccia un fiore di maggio, mentre in Italia un lungo sessantotto si estende per quasi un decennio e lambisce la fine degli anni ’70 del secolo passato, mentre in Francia e soprattutto a Parigi, la capitale della rivoluzione in  occidente, la rivolta coinvolge da subito la classe operaia, suscitando un imponente movimento rivoluzionario, che costringe De Gaulle a mettere in stato di pre-allerta il corpo scelto dei paracadutisti verso la fine del mese di maggio di quell’anno straordinario.

Ma il ’68, nel mondo e in Italia comincia, come abbiamo visto, prima. In Europa persistevano dittature fasciste o semi-fasciste nella Spagna franchista e nel Portogallo salazarista. In Grecia il 21 aprile del 1967 i colonnelli prendono il potere distruggendo le organizzazioni di classe, vietando la musica beat e tutti i segni di quella modernità liberatoria che si stava affermando al di là e al di qua dell’Atlantico. Infatti la rivolta esplodeva anche negli Stati Uniti e in America Latina.

Il gigante nordamericano dal 1965 aveva cominciato a bombardare con accanimento il Vietnam; nei campus americani però, soprattutto nel 1967, crescono le occupazioni, la contestazione dei modelli culturali e didattici e cresce il rifiuto della guerra imperialista.

Ma torniamo in Italia. Qui assistiamo al coniugarsi della contestazione del potere dei baroni e della solidarietà internazionalista. L’Università cominciava ad assumere caratteri di massa: i 268 mila iscritti del 1965 sono saliti a 402 mila nel ’67. L’inadeguatezza delle strutture scatena un crac che è generazionale, sociale, culturale e anche di genere. Infatti per la prima volta anche le ragazze escono di casa e partecipano alle occupazioni e cominciano a cambiare i rapporti di genere. Soltanto i filistei piccolo borghesi nella loro volgarità riducono tutto alle “orge” nelle aule universitarie.
In realtà si discuteva, si scopriva Marcuse e la scuola di Francoforte, si cominciava a leggere Marx, si organizzavano contro corsi e gruppi di studio autogestiti.

L’autoritarismo dei baroni non poteva più reggere. Non era più concepibile l’arroganza di un professore come il critico letterario Giovanni Getto che faceva gli esami in uno stanzino con il parquet di legno obbligando studentesse e studenti a mettere le pattìne: chi le perdeva cercando di superare i fili elettrici veniva bocciato senza tanti complimenti.

Le occupazioni intanto continuavano in tutta Italia: Milano, Roma, Pisa, Firenze, Palermo.
Gli studenti pisani, che avevano fondato Il Potere Operaio, preparano una bozza per una radicale riforma dell’università. Ma comincia anche la repressione. A Torino vengono arrestati tredici esponenti del movimento degli studenti già alla fine del 1967.

Il primo marzo del 1968 gli studenti reagiscono a Valle Giulia alle cariche della polizia. Smettono di fuggire e cominciano a difendersi. Pier Paolo Pasolini, che era allora vicino al Partito Comunista Italiano reagisce con una poesia, “Il PCI ai giovani”, una lirica stilisticamente brutta, di cui si ricordano solo i versi in cui in cui il poeta solidarizzava con i poliziotti, figli dei contadini del sud, ma che era in realtà un po’ più complessa e che venne pubblicata in parte dell’Espresso il 16 giugno di quell’anno. Certo, a partire da quel primo marzo, il movimento cominciò ad usare la forza e successivamente, negli successivi, quando il contesto storico si era – almeno parzialmente – modificato ci furono derive “sostituzioniste”. I gruppi armati si sostituivano alle masse e conducevano per proprio conto la lotta armata contro lo Stato.

Ma nel ’68 e negli anni immediatamente successivi porsi il problema della forza significava anche porsi il problema del potere. Il movimento coinvolge da subito anche le liceali e i liceali. Già il 16 marzo del 1966 i redattori della “Zanzara”, il giornale studentesco del prestigioso liceo classico Parini di Milano vengono incriminati per stampa oscena per aver pubblicato un’inchiesta sul comportamento sessuale degli studenti. La cosa evidentemente scandalizzava la “maggioranza” silenziosa e l’Italietta democristiana e clericale della metà degli anni ‘ 60. Ma davvero i tempi stavano cambiando. Riappropriarsi della propria sessualità, avrebbe condotto a rivendicare il diritto a riprendere in mano la totalità della propria vita mettendo in discussione l’alienazione capitalista e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla donna. Il 5 marzo del 1968 il Parini fu occupato dagli studenti segnando l’inizio del coinvolgimento nella lotta dei liceali.

Nel maggio la Francia è in rivolta e da subito gli studenti si incontrano con la classe operaia. Gli scioperi coinvolgono 10 milioni di lavoratori e a Parigi si fanno le barricate. Una rivoluzione socialista in Occidente sembra possibile. Il PCF e i socialisti francesi fanno però i pompieri e gettano acqua sul fuoco. In questo modo De Gaulle potrà riprendere in mano le leve del potere.

Intanto in Italia, dopo che il 3 maggio il segretario del Pci Luigi Longo aveva aperto parzialmente al movimento degli studenti, l’8 giugno Giorgio Amendola leader dell’ala destra del partito chiuderà ogni forma di dialogo. Queste vicende contribuiranno a segnare il rifiuto studentesco nei confronti dei partiti tradizionali del movimento operaio e il rafforzamento delle organizzazioni di estrema sinistra.

La sincronizzazione cronologica tra la mobilitazione studentesca e il movimento di scioperi che si era realizzata in Francia già a maggio comincia in Italia nel 1969: si sciopera, si occupano le fabbriche e si formano, ancora una volta dopo il biennio rosso del 1919-1920, i consigli di fabbrica.

Ma questa è un’altra storia. I protagonisti del Sessantotto, quelli che non avevano capitolato, si sentivano esuli ed estranei già negli anni del craxismo e dell’Italia da bere. Molti tra quanti furono protagonisti di quella stagione sia in Italia che in Francia passarono dall’altra parte della barricata approdando in Francia al pensiero unico neoliberista e saltando in Italia sul carro dei vincitori.

Le contraddizioni tuttavia, lungi dal chiudersi, si sono approfondite almeno sul piano della struttura economica delle società occidentali. Ciò che per adesso ancora manca è non solo la coscienza di classe, ma anche semplicemente la consapevolezza del fatto che ora più che mai l’alternativa è tra socialismo e barbarie.

di Bruno Demartinis