Solidarietà agli operai della Bekaert di Figliene Valdarno

La vicenda della Bekaert dimostra che i lavoratori possono produrre anche senza padroni
Ormai tutti conosciamo la Bekaert, la multinazionale belga che di punto in bianco ha deciso di chiudere lo stabilimento di Figline Valdarno. I lavoratori a rischio sono 318, gli abitanti di Figline 17.000, da questi numeri si intuisce l’impatto socio-economico che potrebbe avere questa vicenda.
Ma cosa c’è dietro questa chiusura?
È davvero una follia dell’ultimo minuto o è un progetto a lungo termine drammaticamente portato a conclusione (o quasi)?
Resistenze Internazionali è vicina ai lavoratori in  lotta, per questo motivo siamo andati a conoscere Marcello, operaio della Bekaert. Marcello lavora nello stabilimento di Figline da 35 anni  ed è stato delegato sindacale Fiom per 20 anni, quindi conosce bene le dinamiche dell’azienda e la sua storia.
Figline è il centro direzionale e di ricerca e sviluppo per la produzione steal cord (un rinforzo per pneumatici) di Pirelli e i lavoratori del sito contribuiscono anche all’apertura di sedi in Romania, Brasile, Turchia e Cina.
“Un bel giorno leggendo i giornali scopriamo che Pirelli ha deciso di vendere” dice Marcello, purtroppo pratica sempre più comune anche in politica, quella di fare le comunicazioni in pubblico invece che ai diretti interessati e nelle sedi opportune.
Comunque sia Pirelli dice di aver già trovato quattro compratori interessati, in realtà, come spiega Marcello, aveva già deciso a chi vendere e non certo senza guadagno.
In pratica Bekaert era l’unico concorrente di Pirelli in Europa per quanto riguarda lo steal cord, vendendo a Bekaert si garantiva loro un monopolio di fatto ed in cambio Pirelli avrebbe ottenuto un 25% di sconto sull’acquisto del prodotto.
Questo per far capire le responsabilità che Pirelli ha nei confronti dei lavoratori Bekaert, abbandonandoli ad un destino già scritto (da Pirelli), per questo verrà fatta una manifestazione a Milano sotto il Pirellone a settembre.
Il piano industriale dei nuovi proprietari consisteva nello sviluppo di un nuovo prodotto ad alto contenuto tecnologico che i lavoratori del sito di Figline sono riusciti a sviluppare nell’arco di un anno al prezzo di turni più lunghi, gli straordinari e il lavoro anche nei festivi.
Invece di assumere personale l’azienda procede ad esternalizzare alcuni servizi (es. manutenzione) per riutilizzare il personale in produzione, con conseguente calo di produttività (dato dalla poca conoscenza dello stabilimento delle ditte esterne), i lavoratori inoltre vengono accusati di essere assenteisti, “Ci veniva detto che la produttività era bassa perché utilizzavamo troppo la 104 e facevamo troppe donazioni di sangue“, questo è il mito della produttività con unico fine il profitto, questo è il capitalismo, avere un parente disabile per l’azienda è un calo di produttività, un numero negativo che se possibile va eliminato.
Nel 2017 finalmente l’azienda decide di assumere, tramite agenzia di somministrazione ovviamente, 25 persone, ragazzi giovani da formare, ma una volta formati, dopo circa 1 anno, senza troppe spiegazioni decide semplicemente di non rinnovare il contratto a nessuno.
Immediata la reazione dei sindacati che chiedono un tavolo con l’azienda e il ministero, durante il quale l’azienda rassicura sulle prospettive e sulla quantità di lavoro da fare.
Il 18 giugno gli operai ricevono il premio di produzione pieno, anche grazie al fatto di aver rispettato una percentuale di assenze molto inferiore rispetto alla media nazionale (alla faccia degli assenteisti).
Il 22 giugno l’azienda dichiara la chiusura dello stabilimento per cessata attività.
Il mio capo reparto mi stava dando le consegne per il lavoro e riceve una chiamata dalla direzione, si allontana e torna dopo mezz’ora in lacrime, mi abbraccia e mi dice, “Marcello, ci hanno chiuso“.
Ovvio lo scalpore generale, le RSU invitano tutti ad uscire dallo stabilimento, dove trovano la direzione scortata dalla Polizia (quando si dice la buona fede), che leggendo quattro righe in sostanza distrugge la vita di 318 persone e rispettive famiglie.
Da qui parte lo sciopero e cominciano ad arrivare autorità locali che, ad una prima mediazione ufficiosa, propongono all’azienda di cambiare almeno la procedura di chiusura da cessata attività a qualsiasi altra cosa, questo perché il Job’s Act, come se non avesse fatto abbastanza con l’articolo 18, ha eliminato la possibilità di cassa integrazione per questo tipo di procedura, l’azienda risponde arrogantemente che potrebbero farlo ma non ne hanno l’intenzione.
Gli operai ad un certo punto smettono di scioperare e tra lo stupore dei vertici aziendali riprendono a lavorare (ovviamente senza far uscire nulla dallo stabilimento), dopotutto tanto assenteisti e sfaticati come sosteneva l’azienda non sono questi operai.
Continuare a lavorare è stata la nostra forza, ci ha dato più credibilità e visibilità all’esterno, inoltre, abbiamo rinunciato alle ferie per fare presidio all’azienda, mai vista tanta solidarietà dalle persone, qualcuno si fermava a portarci le paste, qualcuno il cocomero e tantissimi ci hanno fatto compagnia e ci sono stati vicini
I compagni di PaP (Potere al Popolo) sono stati con noi giorno e notte al presidio e questo ci ha fatto molto piacere
Al tavolo con il governo l’azienda propone (con l’assenso del governo) una mitigation, praticamente un tempo di chiusura allungato di tre mesi ma facendo firmare ai sindacati una non opposizione al licenziamento, FILM e UILM volevano vedere quanto l’azienda avrebbe pagato i lavoratori per andare via (chissà perché tutti pensano che gli operai non abbiano voglia di lavorare), con l’opposizione di FIOM e dei lavoratori si arriva a produrre una bozza di decreto per riattivare la cassa integrazione per cessata attività, quest’ultima promessa anche da Di Maio quando è andato davanti ai cancelli Bekaert, dicendo che l’avrebbe fatto prima della fine della procedura di chiusura, e su questa promessa i lavoratori hanno esposto un countdown sui cancelli (27 giorni ad oggi), da qui un osservazione di Marcello, nel famoso decreto dignità c’è una norma contro le delocalizzazioni, peccato che valga solo per chi ha ricevuto soldi pubblici, e non avendoli avuti, Bekaert può fare ciò che vuole!
I lavoratori hanno già dichiarato 20 ore di sciopero a settembre, una manifestazione a Milano (al Pirellone) e una a Roma (al ministero), hanno addirittura fatto una bozza di decreto per riattivare la cassa integrazione visto che il governo sembra impegnato a fare altro, questo non per non fare niente per un paio d’anni (come ha detto qualcuno), ma per avere il tempo di riavviare l’attività e fare un piano industriale serio.
Questa situazione dimostra il funzionamento del sistema capitalistico. Oggi anche le aziende in attivo possono chiudere improvvisamente, protette da istituzioni e poteri pubblici compiacenti. Fino a che la proprietà ed il controllo delle aziende non sarà tra le mani dei avoratori (gli unici veramente e direttamente interessati al lavoro e al territorio in cui vivono) ci troveremo di fronte a questi scenari e alle loro disastrose conseguenze sociali.
Oggi tocca ai lavoratori Bekaert, domani potrebbe toccare a noi, quindi rimbocchiamoci le maniche e lavoriamo per cambiare questo mondo e abbattere il capitalismo.
Nicola Bitozzi