Sulla guerra commerciale di Trump

Le tensioni globali si stanno intensificando giorno dopo giorno, alimentate dalle folli politiche di leader folli

Steen Jakobsen, Saxo Bank

Nelle scorse settimane il presidente americano Donald Trump ha dato seguito alle sue reiterate minacce di introdurre dazi commerciali sui beni importanti dagli Stati Uniti. A inizio giugno Trump ha infatti alzato le tariffe doganali del 25% e del 10% sulle importazioni di acciaio e alluminio negli Stati Uniti provenienti dall’Ue. La stessa amministrazione ha introdotto dazi, per un totale di 34 miliardi di dollari, sui 818 prodotti cinesi.

Trump ha inoltre minacciato di introdurre ulteriori dazi del 25% su auto e camion importati. Questa decisione sarebbe un duro colpo per Germania per il Messico e il Giappone. Le importazioni statunitensi di acciaio e alluminio ammontano oggi a circa 45 miliardi di dollari, mentre il valore delle importazioni di veicoli è di 208 miliardi di dollari. Per i giganti automobilistici tedeschi Mercedes-Benz e BMW, gli Stati Uniti rappresentano circa il 15% delle vendite globali. Per il Giappone la posta in gioco è ancora più alta: una macchina su cinque che produce viene venduta negli Stati Uniti.

Dal punto di vista dell’amministrazione USA, queste decisioni sono in linea con l’impostazione protezionista di Donald Trump, un’impostazione politicamente orientata a vincere le elezioni di mid term che si terranno quest’anno.

Da un punto di vista più generale l’obiettivo di queste misure è quello di ridurre il deficit della bilancia commerciale statunitense, vale a dire il saldo tra le importazioni e le esportazioni. Gli Stati Uniti hanno una bilancia commerciale fortemente negativa: importano più di quello che esportano, comprano più di quello che vendono.

Questa situazione appare insostenibile a settori di elettorato americano che si sentono schiacciati dalla competizione internazionale con paesi che producono, e quindi esportano, a prezzi minori. Pur essendo in crescita e con un tasso di disoccupazione basso il sistema produttivo americano è penalizzato dalla stessa logica economica ultraliberista cha ha voluto e imposto a partire dalla fine degli anni 80’ al mondo intero.

La decisione di alzare i dazi sui beni importati dall’Ue ha creato il panico all’interno della Commissione Europea e dei principali paesi esportatori di merci dell’Unione. Rispondendo a questa decisione, il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker  ha dichiarato :  «saremo altrettanto stupidi degli americani». Alle dichiarazioni sono poi seguiti i fatti, l’Ue ha applicato dazi su circa 300 prodotti che vengono importati nel continente dagli Stati Uniti. I dazi interessano prodotti di vario tipo come il succo d’arancia, il bourbon e i jeans.

Sul versante asiatico, l’introduzione di dazi al 25% sui 818 prodotti cinesi, ha generato l’inevitabile reazione di Pechino che ha introdotto nuove tasse, per un totale di 3 miliardi di dollari, su 128 beni importati da Washington. Tra questi : frutta, soia carne di maiale ma anche whiskey, salmone, lavatrici e ruote per i Boeing.

A pagare le conseguenze della svolta protezionista dell’amministrazione americana non ci sono però solo Cina e Ue ma anche i partner storici di Washington nel continente: Messico e Canada. Anche nei confronti di questi paese, che fanno parte del trattato di libero scambio Nafta, sono stati introdotti dazi sulle importazioni di materie prime come alluminio e acciaio. Fonti vicino alla Casa Bianca fanno sapere che lo stesso Nafta, al momento sospeso, potrebbe essere revocato con l’uscita degli Stati Uniti dal trattato.

Secondo Trump, la guerra commerciale contro la Cina sarebbe un conflitto “facile da vincere”, il suo obiettivo è ridurre il surplus commerciale della Cina, che attualmente è superiore ai 350 miliardi di dollari. Quello che Trump finge di non capire è che una nuova guerra commerciale rischia di fare più danni che benefici soprattutto agli Stati Uniti. Non è un caso che importanti realtà economiche statunitense siano fortemente opposte alle politiche protezioniste del presidente e stiano tentando di modificarle.

L’amministratore delegato della Dell che produce computer e sistemi informatici ha usato il termine «MAD» per definire questa nuova guerra commerciale. Si tratta dell’acronimo della Mutually assured destruction, la distruzione reciproca assicurata, che nella dottrina strategica americana della guerra fredda rappresentava l’unico vero freno all’utilizzo delle armi atomiche nei conflitti contro l’Unione Sovietica, la Cina e i loro alleati.

La Cina vende negli Stati Uniti una quantità di prodotti quattro volte superiore a quella che acquista. Trump acccusa Pechino di “imbroglio” e di concorrenza sleale, in realtà, questa situazione riflette i profondi cambiamenti nell’economia capitalista globale e l’ascesa della Cina che oggi si trova al centro della catena di produzione globalizzata. Nella sua campagna elettorale del 2016, Trump aveva chiesto una riduzione di 100 miliardi di dollari nel deficit annuale con la Cina. Da allora ha raddoppiato le sue richieste, arrivando a chiedere una riduzione del deficit di 200 miliardi di dollari da raggiungere nei prossimi due anni.

I colloqui commerciali tra Stati Uniti e Cina si sono concentrati negli ultimi mesi su agricoltura ed energia, due settori in cui gli Stati Uniti vorrebbero aumentare le loro esportazioni verso la Cina. Lo scorso anno le esportazioni totali di prodotti agricoli negli Stati Uniti valevano 69 miliardi di dollari e le esportazioni di energia di 150 miliardi di dollari. Affinché la Cina possa chiudere un gap di 200 miliardi di dollari, dovrebbe importare l’equivalente di tutto quello che gli statuniti esportano in questi settori, il che è ovviamente impossibile.

La guerra commerciale in atto tra le due principali potenze mondiali fa parte della lotta di potere tra potenze imperialiste su scala  globale. In un contesto dominato dalle crescenti rivalità imperialiste, il commercio viene sempre più spesso utilizzato come una vera e

propria arma che può sostituire o anticipare l’azione militare. Le crescenti tensioni tra Stati Uniti e Cina sono in realtà molto più profonde e vanno al di là del commercio. In gioco c’è la supremazia mondiale nella produzione di tecnologia e sul versante militare e il controllo degli alleati nel pacifico a partire dalle Filippine, da Taiwan e dalla Malesia.

Nella battaglia ideologica che si sta svolgendo a fianco dei conflitti economici e geopolitici tra le due potenze, il gruppo dirigente del Partito Comunista cinese ritiene che il suo modello di “capitalismo di stato autoritario” sia superiore al modello occidentale di “capitalismo libero di mercato”. Questo convinzione si basa sulle prestazioni dell’economia Cinese dalla crisi globale del 2008. La Cina ha infatti mantenuto una crescita economica costante mentre il capitalismo occidentale è entrato in stagnazione. Questi “successi” cinesi, tuttavia, hanno portato ad un livello indebitamento senza precedenti che potrebbe innescare una grave crisi finanziaria.

 

Secondo stime dell’organizzazione mondiale del commercio, la guerra commerciale appena iniziata potrebbe portare ad una diminuzione della crescita mondiale pari all’1% o addirittura al 2% del PIL. A farne le spese sarebbe soprattutto l’Ue che, rispetto alla Cina, esporta una quota di PIL doppia, il 3,5% rispetto al 1,7%.

L’introduzione di queste misure e le imprevedibili conseguenze che queste potranno avere sul commercio mondiale in un mondo fortemente instabile e multipolare rischiano di ridisegnare completamente l’intero sistema economico mondiale. Una guerra commerciale potrebbe portare ad una contrazione dei flussi commerciali, quindi ad una nuova crisi di sovrapproduzione, quindi ad una nuova crisi bancaria. La particolarità di questa nuova crisi è che arriverebbe dopo un decennio di crisi interrotta. La crisi del 2007/2008 fu infatti preceduta da un periodo di crescita economica, oggi la situazione appare assai diversa.

E’ difficile prevedere se la decisione dell’amministrazione USA rappresenti una svolta strategica o se si tratta soltanto di manovre tattiche portate avanti per ragioni di politica interna.

Quello che è certo è che qualcosa sta cambiando a livello globale. Un’indagine della Banca Mondiale ha dimostrato che le prime sessanta economie del mondo hanno adottato più di 7.000 nuove misure protezionistiche dal 2008 ad oggi. Gli Stati Uniti e l’Unione europea sono in cima alla lista con l’adozione di oltre 1.000 misure ciascuna. La dottrina dell’ “America First” di Trump non è quindi che una nuova manifestazione di un processo che era già in corso.

Oggi, un settore importante di classe dominante statunitense sta voltando le spalle a tutte le scelte fatte in ogni ambito nei decenni precedenti. Il ritiro degli stati uniti dall’accordo sul clima di Parigi, il ritiro dall’accordo sul nucleare iraniano, la cancellazione del trattato di partenariato trans-pacifico (TPP) e la probabile cancellazione del Nafta sono emblematici di questa politica di rottura con le decisioni delle amministrazioni precedenti.

Più in generale è entrato in crisi il mito della globalizzazione liberista portato avanti trionfalmente dagli Stati Uniti degli ultimi decenni. La crisi di questo modello produce un ripiegamento protezionista da parte della prima economia del pianeta. Le conseguenze di questo ripiegamento sono imprevedibili. L’introduzione di dazi e di misure protezioniste ha un precedente storico, nelle decisioni prese nel 1930 dall’amministrazione americana. Com’è noto le politiche protezioniste e di ripiegamento interno portarono ad un inasprimento delle tensioni interimperialiste e dei conflitti economici, ad esempio con il Giappone, che si risolsero soltanto nel 1945 dopo la seconda guerra mondiale e le sue atroci barbarità.

Al caos del “libero mercato“ globalizzato che porta ad una corsa al ribasso e ad una competizione sfrenata tra popoli del mondo e alle tensioni geopolitiche che l’adozione di misure protezioniste porta con sé contrapponiamo una prospettiva diametralmente opposta. La prospettiva di una gestione socialista dell’economia e del commercio mondiale. La pianificazione democratica dell’economia e del commercio mondiale basata sulla proprietà, sul controllo e sulla gestione pubblica delle leve del credito e dei settori chiave dell’economia a livello mondiale è l’unica via per allontanare la spirale di crisi, di competizione al ribasso e di guerra commerciali (e non) tra i popoli. Questa è la prospettiva per la quale Resistenze Internazionali ed il Comitato per un’internazionale dei lavoratori si batte in Italia e nel mondo.

Elio Rosa