Riflessioni a margine della visione di “Sulla mia pelle”

Recentemente è uscito nelle sale cinematografiche il film “Sulla mia pelle”, del regista Alessio Cremonini. La pellicola, selezionata come film d’apertura alla sezione orizzonti della mostra del cinema di Venezia, tratta della tragica vicenda di Stefano Cucchi, dell’ultima sua settimana di vita. Com’è noto Cucchi era un ragazzo di 31 anni, con problemi di tossico-dipendenza. Fu arrestato perché trovato in possesso di droga e una volta in caserma fu massacrato di botte dai carabinieri.

Dopo alcuni giorni morì nell’ospedale del carcere come conseguenza delle violenze subite, senza essere aiutato da nessuno, benché molti immaginassero ciò che il ragazzo aveva subito. Il film è molto toccante e intenso, riesce a raccontare perfettamente la vicenda dell’assassinio di Stefano e la tragedia  che ha vissuto la sua famiglia. Il merito principale di questo film è di aver raccontato la verità, senza veli e censure di alcun tipo: il film infatti denuncia con forza un sistema basato sulla repressione e fondato sulla violenza contro i più deboli. Cucchi era una persona fragile e malata, soffriva di attacchi epilettici.

L’aspetto più grave della vicenda tuttavia è il fatto che nessuno abbia pagato per questo crimine atroce: come accade sempre le forze dell’ordine non vengono mai punite quando commettono violenze ed abusi. Questo non significa che tutti i poliziotti siano dei fascisti e dei brutali assassini, alcuni sono delle ottime persone che odiano la tortura e non commettono abusi. Purtroppo però il problema non sono le ‘mele marce’ all’interno di un sistema sano, è il sistema stesso ad essere marcio fin dalle fondamenta: se il sistema fosse sano infatti le forze dell’ordine responsabili di torture e omicidi verrebbero allontanate e arrestate, invece spesso fascisti, sadici e assassini non solo non vengono rimossi ma sono i primi a fare carriera dentro la polizia e i carabinieri.

Viceversa i poliziotti che denunciano le violenze e gli abusi dei loro colleghi vengono allontanati dalle forze dell’ordine, o comunque tenuti ai margini. Il problema non è quindi la ‘bontà’ del singolo poliziotto ma il sistema. Lo Stato borghese è una macchina repressiva al servizio delle classi dominanti, di conseguenza nel sistema capitalistico la prima funzione della polizia non è proteggere i cittadini ma reprimere studenti e lavoratori che lottano per i loro diritti, come dimostra ancora una volta il G8 di Genova. Quando la borghesia si sente minacciata utilizza la violenza poliziesca contro coloro che minacciano il suo sistema. Inoltre in questa società repressiva la polizia tende sempre a reprimere le persone più deboli, coloro che come Cucchi sono ai margini della società.

Lottiamo per un sistema in cui le forze dell’ordine non siano al servizio del capitalismo e della sua repressione ma proteggano davvero i cittadini. Un sistema in cui il carcere non sia una discarica sociale in cui rinchiudere gli emarginati e nemmeno uno strumento di tortura. Per realizzare un progetto che possa finalmente mettere fine, o comunque limitare il più possibile, alle violenze di polizia e carabinieri occorre una rivoluzione socialista, che abbatta questo sistema marcio fondato sulla repressione e sulla violenza. E’ necessario abbattere lo Stato borghese ed edificare uno Stato Socialista. E’ l’unica via per rendere giustizia a Cucchi e a tutte le vittime delle forze dell’ordine.

Massimo Amadori