Difendiamo il valore legale del titolo di studio per l’università pubblica e popolare

Da qualche settimana si è ripreso a parlare di abolizione del valore legale del titolo di studio. Questa proposta, tutt’altro che nuova visto che faceva parte del piano per la rinascita democratica della Logia P2 di Licio Gelli, viene presentata come la condizione per svecchiare l’università italiana, per contrastare lo strapotere dei baroni, per introdurre merito e competenza in un sistema vecchio dove dominano clientelismo e raccomandazioni.

Insomma la solita retorica stantia di sempre. La stessa retorica con la quale hanno provato ad impacchettare la riforma Gelmini e le altre “riforme meritocratiche” che si sono abbattute negli anni come scuri sull’istruzione pubblica del nostro paese.

Il valore legale del titolo di studio è il riconoscimento statale (testo unico delle leggi sull’istruzione superiore, R.D. 31.8.1933, n.1592, art. 167) di tutte le lauree di tutti gli atenei d’Italia come aventi pari valore.

In parole povere; il valore legale del titolo di studio rappresenta la garanzia per tutti i laureati italiani di veder loro riconosciuti gli stessi diritti, da Trento a Caltanissetta, ad esempio per quanto riguarda l’accesso ad un concorso pubblico per titoli.  Significa in sostanza che un laureato in un’università statale del meridione ha, almeno sulla carta, gli stessi diritti di un laureato alla Bocconi o alla Luiss.

Com’è evidente ad ogni studente universitario la realtà è assai diversa. L’introduzione nell’istruzione pubblica delle riforme neoliberiste a partire dall’inizio degli anni 90’ e l’applicazione del dogma della competitività europea hanno portato ad un ulteriore approfondimento della distanza tra università di seria A  e di serie B.

Il neoliberismo in salsa italiana e europea con l’adesione alla convenzione di Lisbona per il riconoscimento dei titoli europei e alla dichiarazione di Bologna per la creazione di uno “spazio europeo dell’educazione superiore”  ha già portato ad una situazione di profondi squilibri nel nostro paese. Una situazione per la quale vengono sotto finanziati gli atenei più bisognosi a esclusivo beneficio di quelli più prestigiosi.

L’applicazione di questa logica nefasta e privatrizzatrice ha portato negli anni ad una significativa riduzione dell’offerta formativa. Gli atenei sono stati costretti a sopprimere insegnamenti, e in alcuni casi veri e propri corsi di studio, perché poco appetibili per le logiche dell’economia capitalistica.

Negli ultimi due decenni, abbiamo assistito alla cancellazione o all’accorpamento di insegnamenti fondamentali il cui peso è stato ridotto perché non direttamente monetizzabili o spendibili sul mercato del lavoro. E’ il caso dell’insegnamento delle lingue morte:  greco, latino e sanscrito, dei corsi specialistici in storia e filosofia e più in generale delle materie umanistiche. La spietata logica che è stata introdotta per il finanziamento della didattica e della ricerca nelle università è semplice quanto brutale : trovate qualche ente che vi finanzi o chiudete!

Le Università si finanziano in maniera diversa. Oltre alle tasse di iscrizione, che possono variare enormemente da ateneo o ateneo, le università possono fare appello a donazioni private.  Gli atenei più “prestigiosi” organizzano ad esempio convegni internazionali finanziati da grandi banche con la partecipazione di rappresentanti di colossi dell’industria. E’ il caso della normale di Pisa, della Luiss l’università confindustriale o della Bocconi.  Questi atenei possono trasformarsi in fondazioni di diritto privato con tutte le conseguenze che ne derivano. Le università meno prestigiose, vale a dire quelle frequentate dal 95% degli studenti universitari, dipendono per il loro finanziamento quasi esclusivamente dai trasferimenti previsti dal MIUR grazie al Fondo di finanziamento ordinario (FFO).

Il FFO prevede trasferimenti basati su due diversi criteri : uno quota base basata sulla spesa storica, vale a dire riferita a quella dell’anno precedente e uno quota di riequilibrio basata su costi standard per ogni studente, risultati della ricerca e interventi perequativi a favore delle università più bisognose.

Il problema è che dal 1995 ad oggi la quota base è stata sistematicamente ridotta a favore della quota di riequilibrio. A partire dal 2009, ad esempio, è stato previsto che una quota pari a non meno del 7% del FFO debba essere utilizzata per : “innalzare il livello qualitativo delle università statali” premiando quindi le università che già riescono ad attrarre finanziamenti, docenti e ricercatori e lasciando senza risorse le università con meno risorse. Questa politica che parrebbe insensata in realtà persegue una logica ben precisa: privare gli atenei meno ricchi dell’ossigeno per vivere costringendoli in questo modo a chiudere e concentrando in questo modo le risorse pubbliche sulle, poche, università private inaccessibili a più.

In un simile contesto caratterizzato dal sottofinanziamento delle università pubbliche e da una significativa diminuzione del numero di studenti universitari negli anni è chiaro come l’abolizione del valore legale del titolo di studi rappresenterebbe la pietra tombale sull’università pubblica italiana nonché la garanzia dell’impossibilità per i figli delle classi popolari di accedere all’istruzione superiore.

Per questo motivo questo nuovo attacco va fermato. Al tempo stesso è necessario costruire una grande mobilitazione degli studenti universitari per rifiutare categoricamente l’ulteriore privatizzazione dell’università pubblica, per difendere un modello di istruzione superiore che sia popolare, quindi accessibile a tutti, di qualità finanziata pubblicamente e al servizio della conoscenza.

Un modello di istruzione superiore dove a contare siano le voci e gli interessi di studenti e lavoratori, un modello incompatibile con le logiche di mercato dell’economia capitalista.

Elio Rosa