Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso

 

Anche se la statistica è quella scienza secondo la quale se io ho mangiato un pollo e tu nessuno, risulta che ne abbiamo mangiato mezzo a testa, a volte può dare qualche indicazione interessante.
Il 28,9% delle cittadine e dei cittadini italiani è a rischio di povertà, secondo i dati ISTAT relativi al 2017. Anche se nell’anno precedente (il 2016) la percentuale era intorno al 30%, la tendenza è ben lontana dall’aver cambiato direzione.

Storicamente le rivoluzioni scoppiano quando le classi dominanti sono costrette a concedere qualcosa, entro i limiti del riformismo, alle classi subordinate. Ma quando cresce la miseria, quando crescono le afflizioni degli umiliati e oppressi crescono anche le pulsioni reazionarie e autoritarie: i penultimi contro gli ultimi. Lo spettro della miseria terrorizza i penultimi che hanno il terrore di sprofondare più in giù, verso il fondo della gerarchia sociale.

Al termine della guerra civile americana, nel 1865, furono i poor whites a formare la base di massa del Ku Klux Klan, erano terrorizzati dall’idea di essere accomunati agli ex schiavi e di piombare al fondo della gerarchia sociale. Qualcosa del genere avvenne in Italia all’inizio degli anni ’20 del XX secolo e in Germania all’inizio degli anni ’30.

Quello che si è orrendamente manifestato su una linea della metropolitana di Roma ci riporta a quei tempi. Una giovane rom viene picchiata da un energumeno in una linea della sotterranea della capitale di fronte alla figlia, una bambina di pochi anni. A difenderla interviene una giornalista della RAI che riceve una serie di irriferibili insulti sessisti e fascisti.

Più o meno negli stessi giorni della fine di novembre del 2018 a Modena si scatena la violenza dei padroni contro i lavoratori e le lavoratrici e contro i loro sindacati. Proprio come ai tempi di Crispi. Certo sotto il “tallone di ferro” del governo giallo-verde, questi episodi si moltiplicano e sulla nostra pelle cresce la repressione. Ma i fatti di Modena ci dicono che la resistenza è possibile e che l’opposizione proletaria non è affatto morta.

Quello che segna la differenza tra lo stato della lotta di classe in Italia e l’irrompere dei Gilets Jaunes sulla scena sociale e politica francese risiede proprio nella difficoltà che incontriamo, più nella Penisola che nell’Esagono, nell’unificare o persino nel coordinare le sparse lotte delle lavoratrici e dei lavoratori.

Tuttavia non si può non comprendere come l’esempio francese non possa che contagiare (positivamente e nel segno dello sviluppo della lotta di classe) anche il nostro paese. Certo, la situazione è estremamente difficile ed i tempi si preannunciano cupi. La destra vince ovunque ed estende la sua rete dall’Europa, agli Stati Uniti Uniti, dal Medio Oriente al Brasile.
Tuttavia la resistenza è possibile e chi lo nega tenta di ingannarci: ce lo mostra la Francia che pure ci è tanto vicina sia geograficamante che culturalmente.

E lo mostra, sotto la coltre del pessimismo della ragione, l’ottimismo della volontà. Per quanto soffino i venti dalla Vandea, i marxisti rivoluzionari non si arrenderanno mai. Non si arresero al Termidoro, non ci arrenderemo alla reazione. A patto, certo, di considerare seriamente il fatto che quando Annibale è alle porte, si tratta di serrare i ranghi e di costruire il fronte unico.

Dalle sconfitte si apprendono severe lezioni. Le uniche battaglie perdute sono quelle che non si combattono.

Nonostante tutte le contraddizioni si potrebbe affermare che in Italia c’è un combinato inesploso di rigurgiti fascisti e di nuove resistenze in embrione. Nonostante il dilagare di un razzismo becero e diffuso, sulla base dell’ignoranza e della superstizione, possiamo scorgere qualche, per ora timido, segno di riscossa.

di Bruno Demartinis