Ecco perchè il capitalismo non è più sostenibile

 

Innalzamento del livello globale dei mari di 10 centimetri, avanzamento della desertificazione, aumento dell’acidità dell’acqua marina con gravi conseguenze su flora e fauna, scomparsa delle barriere coralline, inquinamento delle falde acquifere e dell’aria, siccità, condizioni climatiche estreme di difficile gestione e previsione. Purtroppo non si tratta di uno scenario apocalittico tratto da un best seller di fantascienza, ma delle previsioni sulle conseguenze del riscaldamento globale da qui al 2030. Tra circa dieci anni, il mondo come lo conosciamo potrebbe cambiare completamente, diventando un ambiente ostile e pericoloso per miliardi di persone.

Ad affermarlo è il nuovo rapporto speciale pubblicato in ottobre dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC), il più importante organismo scientifico dedicato alla ricerca su come stia cambiando il clima della Terra. Il rapporto dice che agli attuali ritmi entro il 2030 l’aumento della temperatura media globale sarà superiore agli 1,5 °C ritenuti la soglia critica oltre la quale nessun ritorno alla situazione precedente è possibile.

Le conclusioni dell’IPCC sono il frutto di anni di lavoro, basato sulle ricerche di migliaia di scienziati. Il testo finale è stato scritto e rivisto da 91 scienziati provenienti da 40 diversi paesi. Tali catastrofiche previsioni non sono il frutto di una supposizione accreditata, ma comunque ipotetica, ma si basano sullo studio e l’osservazione di cambiamenti che sono già in atto da decenni e che negli ultimi cinque anni hanno iniziato a mostrare con sempre maggiore evidenza la loro portata. Inondazioni, alluvioni, frane, estrema siccità, temporali violenti, trombe d’aria, inverni particolarmente rigidi, incendi incontrollati; questi sono tutti fenomeni climatici estremi in forte aumento che provocano ogni anno milioni di profughi ambientali. Solo nel 2016 24,4 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni a causa di disastri ambientali.

Secondo l’ultimo rapporto della Banca Mondiale entro il 2050 ci saranno 143 milioni di profughi ambientali nel mondo. D’altronde non bisogna guardare troppo lontano per capire di cosa stiamo parlando. L’ondata di maltempo che ha colpito l’Italia nell’autunno del 2018 ha causato 37 morti su tutta la penisola. Sono stati registrati fenomeni atmosferici assolutamente anomali per il clima mediterraneo. Ricordiamo il caso della tromba d’aria nel golfo di Salerno, oltre che in Puglia e in Calabria, e delle forti precipitazioni che hanno causato alluvioni fatali in Sicilia e nel Nord Italia, oppure i fortissimi venti che hanno abbattuto migliaia di abeti nelle foreste del Trentino.

Osservando tale scenario sarebbe naturale pensare che un allarme di tale portata sia tra le principali preoccupazioni dei governi delle potenze a capitalismo avanzato, che sono da un lato i maggiori responsabili di questi fenomeni e dall’altro quelli che hanno i mezzi e le risorse per investire nella risoluzione del problema. Purtroppo non è così.

Perché se è vero che nel 2015 195 paesi del mondo hanno sottoscritto il famoso Accordo di Parigi sul Clima, con cui si sono impegnati a ridurre le emissioni dei gas a effetto serra responsabili del cambiamento climatico, è altrettanto vero che da allora le emissioni di CO2 da parte delle maggiori potenze economiche mondiali sono aumentate significativamente.

Nel solo 2018 la Cina ha registrato una crescita del 4,7% delle emissioni e da sola genera il 27% della CO2 mondiale; seguono USA (15% del totale), India, Russia, Giappone, Germania, Iran, Arabia Saudita, Corea del Sud e Canada. Inoltre gli Accordi sono stati da subito oggetto di critiche da parte della comunità scientifica internazionale poiché non prevedevano alcun vincolo temporale, né alcuna sanzione per i paesi che non avrebbero rispettato le generali indicazioni concordate.

Oltre a ciò dovrebbe destare grande preoccupazione il fenomeno dell’inquinamento insostenibile al quale la nostra società sta sottoponendo l’ambiente nel quale viviamo, che non riguarda soltanto il cambiamento climatico, ma anche l’inquinamento dovuto all’immissione nell’ambiente di grandi quantità di sostanze non riciclabili che hanno tempi di smaltimento di centinaia e persino migliaia di anni. Una sola bottiglietta di plastica ha un tempo di smaltimento di 5 mila anni. Plastica, scarti chimici industriali, sversamenti di petrolio negli oceani, utilizzo di diserbanti sempre più nocivi, incapacità di riciclare vecchi componenti hardware delle apparecchiature elettriche; siamo circondati da oggetti che l’avanzamento tecnologico nell’era del capitalismo 2.0 è stato in grado di produrre, ma non di smaltire.

La crisi economica mondiale scoppiata nel 2008 e mai finita, che ha colpito soprattutto l’Europa e gli Stati Uniti, ha avuto conseguenze politiche non indifferenti, portando al potere personaggi come Donald Trump, divenuto presidente della prima potenza capitalista al mondo nel 2016, e più recentemente Jair Bolsonaro alla presidenza del Brasile (stato che contiene la maggior parte della foresta Amazzonica). Entrambi hanno sostenuto la volontà di ritirarsi dagli Accordi di Parigi e di dare la priorità allo “sviluppo economico” a scapito dell’ambiente. Purtroppo tali prese di posizione non sono il frutto dei deliri di onnipotenza di individui slegati dalla volontà delle classi dominanti locali, ma ne sono la più viva espressione.

In un periodo caratterizzato da lotte economiche tra grandi potenze (si pensi ai tesi rapporti Cina-USA), tensioni interimperialiste, saturazione del mercato mondiale e crescita vertiginosa delle disuguaglianze sociali, i grandi produttori privati, i cui interessi sono ben difesi dalle odierne classi politiche di ogni colore, utilizzano ogni mezzo a loro disposizione per tentare di rinvigorire una crescita economica sempre più anemica e per mantenere alto il loro tasso di profitto. Questo meccanismo è alla base del grande paradosso di un sistema economico e sociale che non è in grado di autoregolarsi e di cambiare rotta avendo imboccato una strada pericolosa che ci sta portando all’autodistruzione.

Proprio perché nel sistema sociale in cui viviamo lo strumento più potente è il denaro, gli interessi di miliardi di persone, e la sopravvivenza stessa della specie umana, vengono messi nelle mani di individui inconsapevoli che non pensano che a costruire la loro fortuna personale in un mondo che nel mentre viene pericolosamente consumato. Un esempio esplicativo di questo fenomeno è il problema del settore energetico: quante volte a ognuno di noi è capitato di chiederci come mai viviamo in una società che sta pensando di mandare degli uomini su Marte, ma non riesce a sbarazzarsi delle emissioni dovute all’utilizzo di mezzi di trasporto a combustibili fossili?

La risposta è più semplice di quello che sembra: perché viviamo nel capitalismo. In un sistema sociale nel quale il profitto privato viene eretto a pilastro fondante dell’organizzazione sociale, le politiche energetiche, sociali, internazionali, ecc… che vengono portate avanti non prendono in considerazione gli interessi della collettività, ma di un determinato gruppo sociale, minoritario e prepotente. Uno dei maggiori limiti degli Accordi Parigi è il punto sull’utilizzo di petrolio, infatti i produttori di petrolio e gas, tanto le imprese quanto i paesi, si sono opposti e hanno ottenuto che non si specificasse una data per la decarbonizzazione dell’economia.

Un altro esempio lampante della prepotenza della lobby petrolifera è quello delle ricerche, finanziate con 60 milioni di dollari, condotte negli scorsi anni dall’americana Exxon Mobil, per dimostrare come il riscaldamento globale non fosse di matrice antropica. La strategia era chiaramente quella di manipolare l’opinione pubblica in modo da ostacolare il riconoscimento del consenso scientifico che si andava consolidando su queste tematiche.

Le tecnologie e l’avanzamento delle conoscenze scientifiche moderne, unite ad una produzione pianificata secondo le reali necessità della popolazione mondiale e non sottomessa alla ricerca di profitto dei singoli, permetterebbero nel giro di poco tempo di trovare soluzioni efficaci e sostenibili. Il gravissimo problema del cambiamento climatico e dell’inquinamento mondiale, e la totale incapacità da parte della classe dominante odierna di fronteggiarlo, sono la prova più immediata ed evidente di quanto il sistema sociale in cui viviamo sia diventato antiquato e anacronistico.

Il capitalismo non è in grado di stare al passo con i tempi, non è in grado di adattarsi all’enorme sviluppo tecnologico a cui stiamo assistendo. È chiaro che per affrontare il futuro potenzialmente straordinario che ci aspetta servono strumenti di organizzazione sociale molto più avanzati e razionali di quelli di cui l’umanità si è dotata finora.

E attenzione, poiché non si tratta di una scelta opzionale, ma dell’unica possibile: socialismo o barbarie.

Valerya Parkhomenko