Perché il ddl Pillon fa male ai bambini e alle vittime di abusi

La legge in discussione in Parlamento non va emendata, va rifiutata!

I fondamentalisti religiosi non sono certo entrati per la prima volta nel Parlamento Italiano con le elezioni del marzo 2018. Ma che a un neocatecumenale che crede nelle streghe e nel complotto “gender” (e che ovviamente è contrario all’aborto), venisse assegnata la redazione di una legge sulla famiglia, ebbene questa è una novità. Una novità che dobbiamo al governo di Lega e Movimento 5 Stelle.

Il senatore Simone Pillon è salito agli onori della cronaca quando, come primo gesto da neoeletto, accusò una scuola bresciana di insegnare la stregoneria agli alunni solo perché, nel corso di un progetto sulle fiabe, si parlava anche di streghe. Un’accusa, quella di stregoneria, che potrebbe far sorridere nel 2019, ma che in realtà ha provocato contro la curatrice del progetto un’ondata così violenta di minacce e insulti che è stata costretta a chiudere il suo profilo Facebook. Perché l’odio contro le donne che ha condotto migliaia di noi a morire sotto tortura all’inizio dell’epoca moderna –l’epoca da cui si origina quella in cui oggi viviamo – non è affatto scomparso, anzi.

Ed è scritta con l’odio e con un per nulla celato senso di possesso dell’uomo sulla donna e sui figli la  legge sulla famiglia che porta il nome del senatore leghista. Ogni punto del ddl Pillon rappresenta un pericolo per il diritto al divorzio e per tutto ciò che esso comporta: in primis, la protezione dei bambini e la salvezza per le persone che subiscono violenza.

La legge è ora ferma alle camere, troppo indigesta per il Movimento 5 Stelle e persino per parte della Lega. Come già ampiamente dimostrato, però, i grillini sono pronti a votare anche le leggi più estremiste, se messi alle strette. E di certo potrebbero farsi andare giù il ddl Pillon con qualche emendamento. Ma questa legge orribile non va emendata, va rifiutata.

 

Una legge “adultocentrica” che fa male ai bambini

 

Non c’è alcun dubbio che il divorzio per tantissimi bambini sia un evento infelice, ma si tende a dimenticare di quanto sia terribile vivere in una famiglia dilaniata da conflitti o, peggio, in cui si verificano abusi fisici, psicologici e sessuali. Il divorzio è anche una tutela per l’infanzia, per il diritto dei bambini a vivere in un contesto di serenità e libero dalla violenza.

A dispetto di ciò, il ddl Pillon introduce un concetto dal nome estremamente ingannevole: quello della “bigenitorialità perfetta”. Sembra un bel passo in avanti, vero? Cosa c’è infatti di più bello di avere due genitori che condividono perfettamente le responsabilità? Peccato che questo nome dall’apparenza così progressista in realtà nasconda una visione della famiglia adultocentrica, in cui i diritti dei bambini vengono in secondo piano rispetto a quelli dei genitori.

Secondo il decreto, in caso di affido condiviso i bambini dovranno passare la stessa quantità di tempo con entrambi i genitori. Questo significa che avranno due case tra cui dovranno dividersi equamente. Una simile soluzione privilegia le rivendicazioni di genitorialità degli adulti rispetto al diritto dei figli ad avere una quotidianità stabile.

Non solo, ma questo principio di “bigenitorialità perfetta” si applicherebbe anche ai neonati, teoricamente costretti a trascorrere 15 giorni al mese lontano dalla madre al cui seno si nutrono. E sarebbe valido anche in caso di violenza non “comprovata”. Che cosa questo significhi non è chiaro, visto che il testo non lo specifica. Vuole dire che un genitore non è considerato violento fino a che non arriva una condanna in un tribunale? Se sì, questo significa che i figli dovrebbero convivere con un genitore violento per anni, sempre poi che una condanna arrivi.

 

La falsa sindrome che aiuta i padri violenti

 

Anche se non la nomina mai direttamente, il ddl Pillon nei fatti assume come reale la cosiddetta PAS, la “sindrome da alienazione parentale”, una malattia inventata di sana pianta da un medico statunitense e rifiutata alla stragrande maggioranza della comunità scientifica internazionale, nonché dal sistema giuridico italiano. In sostanza, dice chi sostiene l’esistenza di questa “sindrome”, se un bambino non vuole vedere uno dei due genitori significa che è stato manipolato dall’altro. Questa sorta di “riprogrammazione” di un figlio da parte di un genitore “alienante” arriverebbe al punto che un bambino potrebbe credere di aver subito abusi da parte del genitore “alienato”. Inutile spiegare quanto questa idea sia pericolosa per le vittime di violenza – in genere donne e bambini – e vantaggiosa per i violenti – solitamente i padri.

Visto che potrebbero essere manipolati, i figli, con il ddl Pillon, smettono di avere alcuna credibilità nelle sedi in cui si decide di loro. Non possono essere ritenuti attendibili nei tribunali e in qualunque altro contesto perché potrebbero essere stati manipolati.

E il peggio deve ancora venire: se infatti una denuncia di violenza da parte di un genitore nei confronti dell’altro non conduce a una condanna da parte di quest’ultimo – come accade spesso sia per la difficoltà di dimostrare, ad esempio, le violenze psicologiche, e sia per il trattamento tenero che i tribunali ancora oggi riservano agli uomini abusanti – il genitore che ha denunciato può essere accusato di alienazione, e punito con la perdita della responsabilità genitoriale. I figli possono quindi essere forzatamente trasferiti nella casa del genitore denunciato o in una casa famiglia dove dovrebbero seguire un “programma per il pieno recupero della bigenitorialità”. Denunciare le violenze diventerebbe, quindi, estremamente rischioso.

 

La violenza? È tale solo se è “sistematica”

 

Lo sanno benissimo le operatrici dei centri anti-violenza: raramente all’interno di una coppia o di una famiglia gli abusi sono continui. Molto più spesso ai periodi di violenza si alternano delle “lune di miele” in cui tutto sembra andare bene. Si tratta, naturalmente, di una strategia portata avanti dalle persone abusanti per tenere insieme la coppia e colpevolizzare la vittima. All’interno del ddl Pillon si stabilisce invece che le violenze, per essere considerate tali, devono essere “sistematiche”. Se tuo marito ti picchia e picchia i figli di tanto in tanto, insomma, non è un violento. Lo è solo se lo fa continuamente.

 

Mediazione obbligatoria e costosissima

 

Poteva il senatore Pillon esimersi dal fare un grande favore a se stesso, evitando di dragare soldi dalle tasche delle già impoverite famiglie italiane? No. Divorziare nel nostro paese è già un processo lungo e costoso. Ma il ddl Pillon peggiora le cose, introducendo il passaggio obbligatorio della mediazione familiare, naturalmente a pagamento. Lo stesso Pillon è un mediatore familiare, figura che con la nuova legge avrà un suo ordine professionale e un ruolo di sistema nel diritto familiare italiano.

Una coppia con figli minori che vuole separarsi deve quindi secondo la nuova legge rivolgersi a un mediatore, un soggetto privato a pagamento, anche nel caso di consenso sul futuro dei figli. Di fronte al mediatore la coppia deve redigere un dettagliatissimo “piano genitoriale”, in cui si decide lo sport che i figli devono praticare, le persone che devono frequentare, e via dicendo. Come se la vita di una persona in pieno sviluppo fosse il progetto per costruire un nuovo garage. Ogni modifica al piano deve essere concordata e siglata davanti al mediatore, sempre a pagamento. Alle spese già molto alte di un divorzio si aggiungerebbero quindi migliaia di euro in più per la mediazione. Un potente dissuasore per la parte più economicamente debole della coppia – nella stragrande maggioranza dei casi le donne – per cui il divorzio potrebbe essere troppo costoso, ma anche in generale per le coppie in difficoltà economiche.

Come se non bastasse, la mediazione è obbligatoria anche nei casi di violenza – cosa esplicitamente proibita dalla Convenzione di Istanbul sulla violenza di genere, siglata dall’Italia – e tutto ciò che emerge durante il processo è riservato. Significa che se durante la mediazione emergono violenze e abusi, il mediatore non può parlarne in tribunale.

 

Sparisce l’assegno di mantenimento

 

L’assegno di mantenimento dei figli è un punto critico per molti padri divorziati. Citiamo nello specifico i padri, perché sono di solito loro che devono pagarlo, dato che sono quasi sempre la parte economicamente più forte della ex coppia – e come potrebbe essere diversamente quando meno di una donna italiana su 2 lavora e il 30% delle lavoratrici lascia il lavoro dopo la gravidanza a causa della mancanza di asili e sostegno alla cura (fonte Istat)?

In Italia, è evidente, c’è un enorme problema di disparità di genere nel lavoro e nella ricchezza, problema ancora più acuto all’interno delle famiglie. Il lavoro di cura ricade quasi interamente sulle donne e la ricchezza invece è in larga parte in mano agli uomini. Gli uomini italiani sono più ricchi del 25% rispetto alle donne, il doppio della Francia (fonte Bankitalia). Le donne spesso lasciano il lavoro – o sono costrette a farlo dal mobbing – per assumersi quel lavoro di cura che lo stato ha gettato loro sulle spalle, rifiutando di costruire asili nido a sufficienza, di occuparsi degli anziani, dei disabili, ecc. Oppure lavorano part-time.

Molti padri lavoratori, magari precari o con i bassi stipendi che tutti conosciamo, possono avere difficoltà a pagare un assegno di mantenimento per i figli – mantenimento che per la donna sola sarebbe però impossibile. Ma invece di spingere sul welfare il ddl Pillon cosa fa? Penalizza le donne, costrette a rendicontare ogni spesa per i figli. Invece di un assegno stabilito da un giudice, il mantenimento si limita alle spese vive, con tanto di scontrini e ricevute da mostrare al partner per ricevere il rimborso. Fatto che non può che aumentare in modo esponenziale i conflitti e le contestazioni da parte di quegli uomini, e sono tanti, che rifiutano di pagare il mantenimento per pura vendetta contro la ex moglie.

 

La casa coniugale e l’obbligo di affitto

 

Anche in materia di casa – tema più che mai dolente di questi tempi – il ddl Pillon fa malissimo. Stabilisce infatti che il genitore che resta nella casa coniugale sia obbligato a versare un affitto a quello che l’ha lasciata. Altro sostanzioso deterrente per la parte meno ricca della coppia.

 

Valentina Fornelli