Editoriale Il governo nazionalizzi l’Ilva

Le recenti elezioni umbre hanno dimostrato quando fosse vuota e vana la speranza che le destre potessero essere sconfitte con una manovra di palazzo, con un rimpasto di governo e con nuova maggioranza. La caduta del primo governo Conte e l’estromissione di Salvini dal governo e dal Viminale avevano spinto non pochi commentatori politici, per la verità assai miopi, a parlare di “suicidio” del leader leghista. Anche molti lavoratori e militanti politici e sindacali avevano accolto con entusiasmo la nascita di un governo senza la Lega e senza l’odiato Salvini. Dal canto nostro avevamo capito come questa estemporanea cacciata di Salvini dal governo lo avrebbe rafforzato creando le condizioni per un suo trionfo in un prossimo futuro. Pensavamo che la nascita di un governo tra il M5s e il Pd avrebbe continuato a scavare il baratro tra gente comune e una sinistra giustamente percepita come attaccata alla poltrona e come guardiana, protettrice di un ordine economico e sociale neoliberista nemico dei ceti popolari. Non ci siamo sbagliati.

In un articolo intitolato “Instabilità economia e disgregazione del sistema politico sono inevitabili” pubblicato sul nostro sito a fine Agosto scrivevamo, riferendoci alla nascita di un governo Conte con Pd e M5S, : “…un’alleanza di questo tipo rappresenterebbe un vero e proprio suicidio politico innanzitutto per il M5S che passere definitivamente da forza “antisistema” a ancora di salvataggio pronta a tutto pur di mantenere le proprie cariche e per garantire la stabilità del sistema. Un accordo di legislatura tra il M5S e il PD sarebbe il miglior regalo che si possa immaginare per la Lega e per il blocco sovranista che potrebbe così presentarsi come forza di opposizione e andare all’incasso alle prossime elezioni”.

Purtroppo, è successo esattamente quello che avevamo previsto, la nascita del governo Conte bis ha ulteriormente rafforzato il blocco reazionario sovranista Salvini/Meloni. Il blocco che ha trionfato alle elezioni umbre sconfiggendo la raccogliticcia alleanza elettorale tra PD e M5s. Il risultato umbro assume una forte valenza simbolica perché ottenuto in una di quelle regioni cosiddette “rosse”, per la verità non più rossa da decenni, piagata dagli scandali e dalla corruzione che ha visto come protagonisti amministratori e vertici del PD. Il risultato umbro fa parlare di sé perché rischia di essere replicato, in una regione assai più importante per peso economico e demografico:  l’Emilia Romagna.

Le elezioni regionali in Emilia Romagna rischiano di segnare il de profundis per la malconcia compagine governativa. Puntando su Bonaccini e sull’attuale gestione amministrativa dell’Emilia Romagna PD e M5s si condannano ad una sconfitta praticamente certa. Il modello Bonaccini è un modello di amministrazione liberista, repressivo e antipopolare. Si tratta di un modello fondamentalmente di destra. Per quale motivo un lavoratore o un giovane disoccupato dovrebbero votare per una forza come il PD nominalmente di sinistra ma che applica però politiche di destra quando fuori c’è una destra così forte ?

Quella che appare come l’inarrestabile crescita dei consensi per le forze di destra e di estrema destra si spiega con l’enorme distanza che esiste tra i lavoratori e le classi dirigenti alle quali quel che resta della malandata sinistra italiana viene assimilata. Sono anni ormai che nel tentativo di racimolare i consensi della destra le forze di sinistra si lanciano in un’improbabile rincorsa delle peggiori politiche della destra del neoliberismo e del razzismo ottenendo come unico risultato quelle di legittimarle tra larghi strati della popolazione e di scavarsi la fossa da sola.

La stessa parabola di Renzi è a questo titolo emblematica. L’ex premier si è infatti impossessato del principale partito di centro sinistra italiano per diventare premier. Il Pd è stato poi utilizzato per portare avanti una politica di destra: Job Act, Buona Scuola, accordo con i clan libici ecc.. non appena si è trovato in crisi di consenso il Pd è stato abbandonato dallo stesso Renzi che ha così concluso la opera al servizio delle destre.

E’ In questo difficile contesto politico che è arrivata la decisione del gruppo Arcelor-Mittal di recedere dal contratto firmato con il governo italiano e di abbandonare l’Italia e i suoi impianti produttivi. Le conseguenze di una chiusura dello stabilimento di Taranto sarebbero davvero gravi non soltanto per la città di Taranto ma per tutto l’indotto e per tutti gli impianti che dipendono direttamente o indirettamente dalla produzione tarantina, primo su tutti, lo stabilimento dell’Ilva di Cornigliano a Genova.

La sconsiderata decisione dei vertici del gruppo di abbandonare il nostro paese sarebbe in realtà maturata parecchi mesi fa all’interno della strategia globale del primo gruppo siderurgico al mondo intenzionato a estromettere dal mercato la concorrenza e ad acquistare il portafoglio clienti dei concorrenti.

Di fronte a un comportamento così palesemente ostile agli interessi dei lavoratori, dei cittadini e dell’ambiente non può esserci strada diversa della nazionalizzazione immediata e senza alcuna forma di indennizzo dell’interno comparto siderurgico. La nazionalizzazione è l’unico modo per salvare, migliaia di posti di lavoro, in una città e una regione che è piagata da una forte disoccupazione, ma anche per garantire il rispetto della normativa in materia ambientale. La riconversione, la bonifica e la messa in sicurezza del sito non possono più attendere. Ne va della vita e del lavoro di decine di migliaia di persone nel nostro paese.

Non si può di certo accusare il gigante franco-indiano di essere stato ambiguo o poco chiaro per quanto riguarda le sue intenzioni. I dirigenti del primo gruppo siderurgico al mondo portano avanti i loro interessi che coincidono semplicemente con la massimizzazione del profitto per loro e per i loro azionisti. Nella ricerca del loro profitto si sono comportano in modo coerente e razionale.

Ad apparire invece francamente irragionevole e strampalata è la pretesa de governo di poter convincere Arcelor-Mittal a desistere dai suoi piani di abbandono dell’Italia semplicemente reintroducendo lo scudo penale. Ovvero l’immunità penale per il gruppo. Una proposta di questo tipo è offensiva per i lavoratori del gruppo e per le migliaia di famiglie che vivendo a ridosso dell’Ilva si ammalano a causa delle polveri sottili prodotte dal gigantesco impianto. Con lo scudo penale lo Stato in sostanza azzererebbe ogni forma di responsabilità nei confronti della multinazionale che potrebbe quindi continuare a produrre acciaio in condizioni pessime avvelenando lavoratori e famiglie senza spendere un centesimo in bonifica e messa a norma degli impianti. Un governo che accettasse una cosa del genere sarebbe un governo totalmente succube agli interessi delle multinazionali e dei grandi gruppi industriali stranieri, un governo antipopolare che meriterebbe di essere spedito a casa seduta stante.

La nazionalizzazione è sicuramente la via maestra per rispondere a questa crisi. Ma non esistono formule magiche. Affinché sia realmente utile ed efficace questa nazionalizzazione deve portare ad un controllo dei lavoratori sulla loro fabbrica e sull’intero comparto. Soltanto in questo modo, dando la fabbrica nelle mani di chi vive e lavora a ridosso degli impianti, si potrà fare in modo di salvaguardare ambiente e lavoro.

L’unica soluzione per continuare a produrre acciaio in Italia è quindi quella della nazionalizzazione senza indennizzo del gruppo Ilva sotto il controllo dei lavoratori. La nazionalizzazione del settore siderurgico e della fabbrica di Taranto, che vale da sola quasi l’1,5% del Pil nazionale deve essere effettuata senza indugi.

Di fronte ad un tale livello arroganza padronale avremmo potuto aspettarci un atteggiamento un po’ più battagliero da parte delle forze politiche, soprattutto di quelle d’opposizione che oggi hanno il vento in poppa. Invece niente. Salvini sempre così agguerrito quando si tratta di difendere “l’italianità, la patria e la nazione” e rimasto stranamente afono limitandosi a dichiarare che la nazionalizzazione sarebbe un errore in quanto “farebbe fuggire gli investitori stranieri”. Dimostrano in questo modo di essere più liberista dei liberisti. Davvero singolare il sovranismo della destra italiana!

Questa nuova crisi industriale arriva in un momento di grande confusione e scoraggiamento per la maggioranza della classe lavoratrice italiana. Sono passati ormai undici anni dall’inizio della grande crisi e non si intravede l’uscita del tunnel anzi, autorevoli economisti e le stesse stime della Bce prevedono la possibilità di una nuova grande recessione nel prossimo periodo. Insomma, il peggio non è ancora passato. In questo contesto perdere anche la siderurgia significa condannare l’Italia a perdere quel poco di industria pesante che rimane nel paese. Per questo motivo oggi la battaglia deve essere per la nazionalizzazione senza indennizzo del gruppo Ilva posto sotto il controllo dei lavoratori. Chiunque voglia lavorare per questa prospettiva ha il compito di costruire un fronte politico e sociale di lotta con il quale fare pressione sul governo per tale prospettiva.