Giampaolo Pansa e la sua “storia” della resistenza

Giampaolo Pansa è stato un bravo giornalista, ma non era affatto uno storico. Il metodo storiografico presuppone che le fonti utilizzate vengano sempre citate e che i fatti raccontati vadano contestualizzati. Nei suoi libri sulla resistenza questo non viene fatto. Le fonti non sono citate e viene dato spazio alle falsità della propaganda neofascista contro i partigiani. Certo, aspetti controversi della resistenza ci sono stati e non possono essere negati. Su questi aspetti gli storici hanno scritto molto. La storiografia è ricca di opere sulla resistenza che trattano anche i suoi aspetti controversi, come le vendette dei partigiani nel dopoguerra. Per esempio il testo Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella resistenza, di Claudio Pavone.

Oggi gran parte della storiografia considera la resistenza anche come una guerra civile e non presenta i partigiani come “eroi senza macchia”. Nei libri di Pansa viene proposta una forma di revisionismo storico che mette sullo stesso piano partigiani e nazifascisti, oppressi e oppressori, vittime e carnefici. La resistenza viene inoltre ridotta ad un complotto comunista per instaurare in Italia un regime sovietico, sostenendo la tesi infondata secondo cui il PCI stalinista di Togliatti avesse intenzione di fare la rivoluzione in Italia.

Grazie a numerose fonti, in primis all’apertura degli archivi sovietici, sappiamo invece che non solo Stalin e il PCI non volevano la rivoluzione, ma fecero di tutto per evitare che la resistenza potesse trasformarsi in una rivoluzione socialista. Stalin infatti temeva la rivoluzione e approvò la “svolta di Salerno” di Togliatti. A dimostrazione di ciò è storicamente dimostrato che i partigiani comunisti che criticavano da sinistra la linea di Stalin e Togliatti in alcuni casi furono assassinati dagli stessi stalinisti.