Ricordando Gramsci a 100 anni dalla nascita del PCd’I

Antonio Gramsci è certamente uno dei pensatori marxisti più amati dalla sinistra in tutto il mondo ed è universalmente considerato uno dei più grandi intellettuali del ‘900. Negli ultimi anni il suo pensiero è stato particolarmente studiato e apprezzato dalla sinistra latinoamericana, che si sta interrogando sull’eredità politica del rivoluzionario sardo. Anche in Italia, in occasione dei 100 anni dalla nascita del Partito Comunista d’Italia (PCd’I), la figura di Gramsci sta tornando di moda. Come socialisti marxisti dobbiamo quindi studiare anche noi la figura di questo grande rivoluzionario, che ancora può insegnarci molto. Occorre sicuramente liberare la figura di Antonio Gramsci da tutte le falsificazioni dello stalinismo e della borghesia, che, come vedremo, nel corso degli anni hanno costruito un Gramsci privo di ogni connotato rivoluzionario, falsificando il pensiero di questo grande marxista. Per comprendere il lascito politico di Antonio Gramsci occorre innanzitutto leggere i suoi scritti e studiare l’evoluzione del suo pensiero nel corso degli anni. Questo ci obbliga ad analizzare il contesto storico in cui Gramsci operò, dal biennio rosso (1919-1920) fino alla sua morte nelle carceri fasciste, avvenuta nel 1937.

Antonio Gramsci nacque in Sardegna nel 1891. Si trasferì a Torino giovanissimo e nel capoluogo piemontese fu attratto dalle idee socialiste. Decise quindi di iscriversi al Partito Socialista Italiano (PSI). Dopo la prima guerra mondiale l’Italia fu scossa da un’ondata di scioperi e di proteste operaie e contadine, conosciute come il biennio rosso (1919-1920). Il movimento di massa dei lavoratori non si limitava a richieste di carattere economico ma aveva anche prospettive rivoluzionarie, ispirandosi alla rivoluzione bolscevica dell’ottobre del 1917. Gli operai del nord Italia non si limitarono a scioperare, ma spesso occuparono le fabbriche ed elessero dei consigli operai, sull’esempio dei soviet russi. Si venne a creare una situazione di dualismo di poteri, in cui i consigli operai (lo Stato socialista in embrione) contendevano il potere allo Stato borghese. Nelle elezioni politiche del 1919 il PSI divenne il primo partito del Paese. “Fare come in Russia” divenne lo slogan del proletariato italiano. In questo contesto Antonio Gramsci rappresentò l’ala più combattiva e rivoluzionaria del Partito socialista ed ebbe un ruolo di primo piano nella formazione dei consigli di fabbrica, che vedeva correttamente come gli organi del futuro Stato socialista. Tuttavia le aspirazioni rivoluzionarie del proletariato italiano furono presto soffocate dai dirigenti riformisti del PSI e dalle burocrazie sindacali. Antonio Gramsci, Amedeo Bordiga e tutta l’ala rivoluzionaria del Partito socialista non ebbero il coraggio di rompere con i riformisti e quindi non furono in grado di guidare i lavoratori alla conquista del potere politico. Ad ogni modo in questo periodo la fama di Gramsci nel movimento socialista crebbe enormemente. Nel 1919 il rivoluzionario sardo fondò “L’ordine Nuovo”, un giornale che a Torino raggruppò tutta l’ala rivoluzionaria del PSI. Il tradimento della direzione del Partito socialista e dei sindacati portò alla sconfitta del biennio rosso, anche se i lavoratori riuscirono a strappare al padronato importanti conquiste sociali, come la giornata lavorativa di 8 ore. La risposta della borghesia alle lotte operaie e contadine e all’avanzata dei socialisti fu lo squadrismo fascista, finanziato e sostenuto dai grandi capitalisti e dagli agrari. Gli squadristi fascisti picchiavano e assassinavano i lavoratori in sciopero, i contadini che occupavano le terre dei “signori”, i sindacalisti e i socialisti. Il fascismo fu il prezzo che il movimento operaio italiano dovette pagare per la sconfitta del biennio rosso. Proprio nel pieno della violenza fascista il PSI subì la più importante scissione della sua storia: l’ala marxista rivoluzionaria del partito si staccò e fondò il Partito Comunista d’Italia. Tale scissione avvenne a Livorno il 21 gennaio del 1921 e fu guidata da Antonio Gramsci ed Amedeo Bordiga. Il PCd’I divenne la sezione italiana della Terza Internazionale di Lenin e Trotsky. La separazione dai riformisti fu certamente tardiva, perchè ormai il movimento operaio era stato sconfitto dalle squadracce fasciste e la reazione vinceva in tutta Italia. Il PCd’I si trovò sin da subito isolato dalle masse popolari, specialmente a causa della politica settaria ed estremista portava avanti da Bordiga. La direzione del partito inizialmente fu infatti nelle mani del rivoluzionario partenopeo, che rifiutava qualsiasi forma di fronte unico antifascista con il PSI e con altre forze del movimento operaio, scontrandosi con Lenin, Trotsky e la direzione dell’Internazionale, che invece proposero al PCd’I un fronte unico operaio delle sinistre contro il fascismo. Gramsci in questo periodo, pur non essendo sempre d’accordo con Bordiga, accettò la sua politica settaria. Nel 1922 Antonio Gramsci andò a Mosca e lì, discutendo con Lenin, Trotsky e altri dirigenti bolscevichi, si convinse che la politica estremista di Bordiga era sbagliata e che fosse necessaria una politica di fronte unico delle sinistre contro il fascismo. Successivamente tornò in Italia per imprimere una svolta nella politica del partito, lottando contro la fazione “bordighista”. Nel frattempo Mussolini era arrivato al potere, rendendo sin da subito difficile la vita al giovane Partito comunista italiano. Le squadracce fasciste avevano infatti già incominciato ad arrestare e ad assassinare numerosi militanti comunisti. Gramsci tuttavia fu eletto parlamentare e come tale nei primi anni del fascismo ebbe l’immunità, fino all’approvazione delle “leggi fascistissime” nel 1926, una serie di leggi dittatoriali che liquidarono definitivamente tutte le opposizioni al fascismo, che divenne allora un regime totalitario. Negli anni 1923-1924 Antonio Gramsci fece valere le posizioni dell’Internazionale e riuscì a prendere il posto della direzione “bordighista”, utilizzando però metodi burocratici. Pur essendo infatti una minoranza nel partito Gramsci con un “colpo di mano” estromise Bordiga, avendo l’appoggio dell’Internazionale. Erano metodi antidemocratici che sarebbero stati impensabili nell’Internazionale Comunista dei primissimi anni, ma Il Komintern si stava già avviando sulla strada della burocratizzazione, che da lì a pochi anni portò alla nascita dello stalinismo. La battaglia politica di Gramsci contro Bordiga era corretta, in quanto in linea con le posizioni non settarie di Lenin e Trotsky. Tuttavia fu una battaglia condotta con metodi non democratici, in contraddizione quindi con il bolscevismo dei primi anni. Nel congresso di Lione del 1926 Gramsci diede il colpo finale alla direzione “bordighista”, seguendo le indicazioni dell’Internazionale. In questo periodo il rivoluzionario sardo si schierò con la fazione staliniana del Partito bolscevico, credendo erroneamente che le posizioni di Trotsky fossero analoghe a quelle di Bordiga. Nonostante questo suo errore Gramsci non fu mai stalinista e in una lettera indirizzata al Comitato Centrale del PCUS nel 1926, pur sostenendo politicamente la maggioranza del partito sovietico, criticò duramente i metodi burocratici e antidemocratici che Stalin stava attuando contro i “trotskisti”. Era il 1926, molto prima quindi dei processi di Mosca e delle grandi purghe, con cui Stalin sterminò l’intera vecchia guardia bolscevica. Ad ogni modo la posizione di Gramsci non fu apprezzata da Togliatti, che in quel periodo si trovava a Mosca ed era invece senza riserve dalla parte di Stalin. La lettera di Gramsci non arrivò mai al Comitato Centrale del PCUS. Nello stesso anno Gramsci fu arrestato dal regime fascista e condannato ad una lunga pena detentiva. Il partito passò allora nelle mani della direzione stalinista di Palmiro Togliatti, che per lunghi anni fu uno dei principali collaboratori di Stalin e complice di molti suoi crimini.

Dal carcere Antonio Gramsci, pur se gravemente malato, non rinunciò a pensare e fu particolarmente prolifico. Risalgono alla sua detenzione i celebri “Quaderni dal Carcere”, l’opera probabilmente più letta di Antonio Gramsci. Si tratta di uno scritto molto vario, in cui vengono espressi concetti innovativi per la teoria marxista. I giudizi su Trotsky tuttavia sono sbrigativi e denotano una scarsa conoscenza del rivoluzionario sardo delle sue idee. Bisogna considerare il fatto che Gramsci in carcere rimase isolato e non aveva accesso alle informazioni del mondo esterno. Non ebbe quindi modo di capire ciò che stava accadendo in Unione Sovietica. Nonostante questi limiti Gramsci fu molto critico di Stalin e di Togliatti, in particolare per quanto riguarda la politica estremista e settaria del “Terzo Periodo”. Fra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta infatti l’Internazionale Comunista stalinizzata visse una fase ultrasinistra, in cui i Partiti comunisti identificavano il fascismo con la socialdemocrazia (definita “socialfascismo”). Dal carcere Gramsci si oppose a questa politica folle, che nel 1933 in Germania impedì qualsiasi fronte unico fra comunisti e socialdemocratici, favorendo la presa del potere dei nazisti. Le stesse critiche che in quel periodo Gramsci rivolgeva alla direzione stalinista del PCd’I furono fatte anche dai “trotskisti” della Nuova Opposizione Italiana (NOI), legati all’Opposizione di sinistra Internazionale di Trotsky. La NOI era diretta dai “trotskisti” Pietro Tresso, Alfonso Leonetti e Alberto Ravazzoli, espulsi dal PCd’I nel 1930 per la loro opposizione allo stalinismo. I “trotskisti” italiani condivisero con Gramsci la stessa opposizione alla linea del “socialfascismo”. Gramsci tuttavia, essendo in carcere, lo ignorava. Con questo non intendo affatto sostenere che Gramsci fosse diventato “trotskista”, ma certamente non era stalinista e la sua rottura con Togliatti fu radicale. Tanto è vero che in carcere rimase isolato e fu disprezzato dai suoi stessi compagni di partito. Sappiamo infatti che gli stalinisti lo evitavano, perchè non gli perdonavano la sua “eterodossia”. Non sappiamo quale sarebbe stata l’evoluzione del suo pensiero, perchè a causa delle sofferenze patite nelle carceri fasciste Gramsci si spense nel 1937. I fascisti avevano ucciso il più grande cervello della classe operaia italiana.

Veniamo ora alla parte più importante di questo articolo, cioè al lascito politico di Antonio Gramsci. Dopo la sua morte gli stalinisti di Togliatti, che in vita lo avevano avversato, in maniera ipocrita si presentarono come gli eredi politici del rivoluzionario sardo e ne snaturarono il pensiero, costruendo la figura di un Gramsci riformista e “antitrotskista”, che non è mai esistito. Dal 1935 gli stalinisti abbandonarono la fase ultrasinistra e, con i fronti popolari, inaugurarono una politica riformista di collaborazione di classe con la borghesia, politica che non si concluse mai e che in Italia ebbe il suo apice durante la Resistenza, quando il PCI di Togliatti, per imposizione di Stalin, abbandonò ogni prospettiva rivoluzionaria e promosse una politica di unità nazionale con le forze borghesi, persino con la monarchia e con gli ex-fascisti passati dalla parte degli alleati. Nell’immediato secondo dopoguerra il PCI entrò nei governi borghesi e partecipò alla ricostruzione dello Stato borghese repubblicano, i cui apparati repressivi rimasero gli stessi del regime fascista, in quanto i fascisti non furono epurati ma rimasero ai vertici della polizia, dell’esercito e della magistratura. Con l’amnistia ai fascisti il PCI togliattiano raggiunse forse il punto più basso della sua storia. Togliatti aveva bisogno di presentare la politica riformista imposta da Stalin come un’innovazione italiana, il cui precursore fu individuato in Gramsci. Il rivoluzionario sardo fu quindi presentato da Togliatti come un anticipatore della politica riformista del PCI staliniano, della “via parlamentare” al socialismo, dell’unità nazionale con la borghesia. Gli scritti gramsciani furono dunque pubblicati dalle case editrici vicine al PCI, dopo che Togliatti aveva provveduto a cancellare dagli scritti di Gramsci tutti gli elementi che mal si adattavano alle esigenze degli stalinisti. Furono operate delle vere e proprie falsificazioni, tanto è vero che la frase “Trotsky è la puttana del fascismo” attribuita da Togliatti a Gramsci in realtà era dello stesso Togliatti. I “Quaderni dal carcere” furono senza dubbio il testo più falsificato dagli stalinisti, che presentarono le idee innovative di Gramsci come un’anticipazione del riformismo del PCI. Per esempio il concetto gramsciano di “egemonia culturale”, espresso nei Quaderni, viene presentato come un abbandono di Gramsci della prospettiva rivoluzionaria e quindi un’anticipazione della via parlamentare al socialismo seguita dal PCI. In realtà chiunque abbia letto attentamente gli scritti di Gramsci può rendersi conto che il concetto di “egemonia culturale” non era affatto l’abbandono della prospettiva rivoluzionaria ma un tentativo di Gramsci di adattare la strategia leninista ad un contesto occidentale. Lo stesso concetto di egemonia era presente anche in Lenin. Gramsci intendeva sostenere che, nei Paesi a capitalismo avanzato, la società civile fosse molto più articolata rispetto che alla Russia zarista e quindi il movimento rivoluzionario doveva superare molti più ostacoli. Ciò rendeva necessaria la costruzione paziente di un’egemonia culturale del movimento socialista all’interno della società, per contrastare l’egemonia borghese. Gramsci sosteneva che in occidente la strada per la rivoluzione socialista sarebbe stata più lunga e complessa che in Russia e che fosse quindi necessario combattere contro il capitale una “guerra di posizione” più che una “guerra di movimento” come avevano fatto i bolscevichi in Russia. Questa prospettiva non escludeva fronti unici con altre forze di sinistra e lotte per obiettivi democratici. Si trattava quindi per Gramsci di ripensare la rivoluzione in occidente, non di rinunciare alla rivoluzione entrando in governi borghesi come fece il PCI di Togliatti su indicazione di Stalin. Gramsci rifiutava l’estremismo di Bordiga e la sua posizione settaria contro il fronte unico delle sinistre ma non ha mai teorizzato i fronti popolari con la borghesia e l’abbandono delle posizioni classiste e rivoluzionarie. Non ha mai teorizzato che in occidente fosse possibile per i socialisti prendere il potere per via parlamentare, senza quindi abbattere lo Stato borghese per via rivoluzionaria. Tutte le battaglie politiche di Gramsci furono rivolte contro il riformismo e tutto il suo pensiero e le sue azioni furono in antitesi con lo stalinismo, con i suoi metodi e le sue concezioni. Oggi la stampa borghese, riprendendo le menzogne di Togliatti, ci presenta un Gramsci riformista, “padre della Patria” e della Repubblica italiana (borghese). Ancora una volta Gramsci viene epurato dai suoi aspetti rivoluzionari. Cosa ha a che fare il Gramsci entusiasta della rivoluzione bolscevica che nel 1920 guidò il movimento dei consigli di fabbrica di Torino con il finto Gramsci riformista che ci presentano la borghesia e gli stalinisti? Il Gramsci riformista fautore di grandi coalizioni con la borghesia non è mai esistito, se non nelle fantasie di Togliatti e di Berlinguer. Eppure oggi è questo il Gramsci che tutti conoscono, il Gramsci omaggiato dalla stampa borghese, dal PD e dagli eredi dello stalinismo e della sinistra riformista italiana. Fortunatamente in America Latina e in tanti altri Paesi la sinistra e i socialisti stanno riscoprendo un altro Gramsci, il Gramsci marxista e rivoluzionario. Gramsci è stato un grande rivoluzionario, che come tutti ha commesso degli errori ma che fu sempre coerente con i suoi ideali socialisti. La sua eredità politica appartiene ai marxisti rivoluzionari. Tutti dovrebbero leggere i suoi scritti, in primis ovviamente i socialisti di tutto il mondo.

Massimo Amadori