FAQ

Indice

  1. Cos’è Resistenze Internazionali?
  2. Siete un partito?
  3. Siete comunisti?
  4. Cosa significa essere marxisti oggi?
  5. I comunismi applicati non hanno di certo rappresentato un bell’esempio di società democratica.
  6. Perché in Unione Sovietica il Socialismo non ha funzionato?
  7. Non è forse la natura umana il principale ostacolo alla costruzione di una società socialista?
  8. Ma quindi i capitalisti sono tutti “cattivi”?
  9. La rivoluzione è un atto violento?
  10. Esiste ancora una classe operaia?
  11. A cosa serve il partito rivoluzionario? E’ il partito rivoluzionario a fare la rivoluzione?
  12. La prospettiva rivoluzionaria sembra difficilmente raggiungibile, non è forse più utile battersi per le riforme?
  13. Siete contro la proprietà privata?
  14. Non è utopica la prospettiva della rivoluzione?
  15. Ho delle domande da farvi, voglio attivarmi con voi, desidero chiarimenti. Cosa posso fare?

Cos’è Resistenze Internazionali?
Resistenze Internazionali è una rete di collettivi e militanti anticapitalisti coordinati attorno al Comitato per un’Internazionale dei Lavoratori, CWI, un’internazionale marxista presente su tutti i continenti, in oltre quarantacinque paesi.
Resistenze Internazionali organizza i giovani: studenti, precari e disoccupati, che vogliono lottare contro il razzismo, il sessismo, l’omofobia, la transfobia e ogni forma di discriminazione basata sul genere, l’orientamento sessuale, l’orientamento religioso, l’etnia o la disabilità. La nostra lotta contro le discriminazioni è una lotta contro tutto quello che divide ed indebolisce il fronte degli oppressi.
Siamo anticapitalisti perché viviamo in una società che è riuscita a svilupparsi oltre ogni immaginazione, nella quale 8 supermiliardari detengono la ricchezza complessiva di mezza umanità.
Siamo socialisti perché riteniamo questo stato di cose inaccettabili e perché riteniamo possibile organizzare la società e la produzione sociale con gli strumenti della pianificazione democratica dell’economia e della democrazia dei lavoratori.

Siete un partito?
No, non siamo un partito politico, ma un’organizzazione politica. Lavoriamo per raggruppare e organizzare giovani militanti anticapitalisti attorno a una prospettiva di rottura con la società capitalista e lo stato borghese. Dal nostro punto di vista è fondamentale la costruzione di un’organizzazione politica di massa in grado di raccogliere, esprimere e tradurre la forza collettiva dei giovani e dei lavoratori.

Riteniamo che la politica sia uno strumento fondamentale per cambiare il mondo, in questo ci differenziamo da tutti i partiti politici della classe dominante che sono strumenti al servizio della difesa degli interessi materiali dei banchieri, degli industriali, degli speculatori, dei palazzinari, di chi vive di rendita e di sfruttamento del lavoro altrui.

L’organizzazione che vogliamo costruire è un’organizzazione nella quale dirigenti non godono di privilegi materiali e nella quale (come avviene per i numerosi eletti che il CWI ha in giro per il mondo) i rappresentanti eletti nelle istituzioni percepiscono come stipendio il salario medio di un lavoratore del paese. Solo in questo modo possiamo evitare una deriva burocratica e opportunista della politica.

Siete comunisti?
Il comunismo è certamente un termine adatto per definire le nostre idee. Nella nostra propaganda preferiamo però chiamarci marxisti o socialisti rivoluzionari. La gente associa spesso il termine comunista ai regimi totalitari e non democratici nati a seguito della degenerazione della Rivoluzione Russa. Se adottassimo questo termine alla leggera molti potrebbero credere che siamo dei sostenitori dello stalinismo e delle dittature, ma non è così.

Cosa significa essere marxisti oggi?
Il marxismo è innanzi tutto uno strumento di analisi e di verifica della realtà, si tratta essenzialmente di una guida pratica per l’azione, di uno strumento duttile e flessibile che insegna un metodo di intervento e di azione politica fondamentale per arrivare a un cambiamento rivoluzionario della società.

I comunismi applicati non hanno di certo rappresentato un bell’esempio di società democratica.
I regimi che vengono impropriamente chiamati comunisti in realtà altro non erano che delle dittature totalitarie al servizio degli interessi di casta delle burocrazie di partito. I tentativi di costruire una società socialista nel XX secolo sono falliti a causa dell’arretratezza e dell’isolamento della rivoluzione russa del 1917.
Nei primi anni della Russia sovietica il partito Comunista basò la sua azione politica sulla democrazia operaia, vale a dire sul controllo democratico dei lavoratori su tutti gli aspetti che riguardavano le loro vite. Tutte le decisioni importanti venivano prese nei soviet, comitati di base che erano presenti nelle fabbriche, nei campi e nei quartieri. Nessun dirigente percepiva salari superiori a quelli dei lavoratori e ogni carica elettiva era revocabile. Il trionfo della burocrazia stalinista a seguito dell’isolamento e dell’arretratezza del paese conseguenza della sconfitta della rivoluzione distrusse tutte quelle conquiste importanti che la rivoluzione aveva portato.

Perché in Unione Sovietica il Socialismo non ha funzionato?
Da un punto di vista strettamente economico la Russia del 1917 era un paese arretrato. Un paese non abbastanza maturo dal punto di vista dello sviluppo delle forze produttive per il passaggio al socialismo. Ciononostante uno sviluppo industriale folgorante avvenuto negli ultimi decenni del XIX secolo ha permesso la nascita di un movimento operaio cosciente e combattivo, molto rapidamente gli operai russi hanno superato, dal punto di vista dell’iniziativa politica, i loro compagni dell’Europa occidentale.
Uno dei risultati di quest’evoluzione storica fu che gli operai russi disponevano nel 1917 di un partito, quello Bolscevico, in grado di conquistare il potere. La Rivoluzione d’Ottobre si è trovata isolata e senza difese di fronte agli attacchi delle potenze imperialiste. Nel 1918 più di 20 eserciti stranieri invasero il paese mentre sul fronte interno i nemici della rivoluzione lanciavano la guerra civile. Furono anni difficilissimi nei quali il nuovo stato operaio lottò eroicamente per la sua sopravvivenza. Quando nel 1922 gli ultimi eserciti stranieri furono cacciati dal paese e gli ultimi generali zaristi sconfitti, il paese, già stremato da 4 anni di guerra mondiale, si trovava in una situazione disperata.
Il fallimento della rivoluzione tedesca del 1921-1923 segnò l’inizio della fine di un’ondata internazionale di rivoluzioni socialiste che si ispiravano e quanto avvenuto in Russia nel 1917. L’isolamento della Russia e l’arretratezza economica del paese crearono le condizioni per lo sviluppo di una burocrazia opportunista che si insediò nel partito e nello stato e che lottò per l’introduzione del dogma del socialismo in un paese solo. Per mantenersi al potere la burocrazia stalinista dovette sterminare l’avanguardia rivoluzionaria che si era resa protagonista della rivoluzione nella guerra civile. L’esecuzione di decine di migliaia di vecchi bolscevichi segnò il passaggio definitivo alla teoria controrivoluzionaria del socialismo in un solo paese.

Non è forse la natura umana il principale ostacolo alla costruzione di una società socialista?
Innanzi tutto questa “natura umana” va definita. Se per natura umana si intende l’insieme delle norme, dei valori sociali e delle idee sul mondo interiorizzate dagli individui, allora bisogna accettare il fatto che questa “natura umana” è storicamente determinata e quindi soggetta a mutamento.
Ogni grande fase storica ha prodotto le sue ideologie, espressione distorta della struttura economica di quella determinata società. Per questo motivo riteniamo sbagliato parlare di “natura umana”, perché ogni epoca, ogni sistema sociale e ogni classe sociale ha prodotto e produce una propria “natura umana”. Accettato questo presupposto non esiste né una natura umana generosa e solidale, né una natura umana avida e individualista.
In ogni società l’ideologia della classe dominante è l’ideologia dominante. Nel capitalismo, attraverso i suoi mezzi di propaganda: scuola, università, stampa, editoria, cinema e tutti gli altri mezzi di comunicazione di massa, la borghesia diffonde il suo veleno ideologico, imponendo una visione astorica e falsata della società. Una visione che mette al centro il ruolo dell’individuo a scapito della collettività.
In una società nella quale l’individualismo, l’egoismo, la sopraffazione dei più deboli e l’avidità vengono presentati come strumenti per ottenere il successo, non possiamo sorprenderci se queste idee hanno un’eco anche tra gli strati subalterni della popolazione. Una società basata al contrario sulla solidarietà, sull’uguaglianza e sulla giustizia sociale produrrà degli individui con una “natura umana” diversa.

Ma quindi i capitalisti sono tutti “cattivi”?
No. Dal nostro punto di vista i grandi capitalisti non sono necessariamente persone cattive, così come gli sfruttati non sono necessariamente brave persone. Le definizioni etiche non ci appartengono e sono fuorvianti, i capitalisti sono oggettivamente i nemici della classe lavoratrice non perché siano persone malvagie ma perchè hanno degli interessi materiali diametralmente opposti e inconciliabile con quelli dei lavoratori. I lavoratori e i padroni tirano dai due lati opposti della stessa corda, maggiore sarà il salario percepito dai lavoratori, minore sarà il profitto per il datore di lavoro, i diversi ruoli che i lavoratori e i padroni svolgono nella produzione sociale li rendono oggettivamente nemici. Non si tratta di demonizzare i capitalisti o idealizzare gli operai ma di comprendere come i loro interessi siano inconciliabili come lo sono gli interessi dei carnivori e degli erbivori. E’ la dinamica della lotta di classe.

La rivoluzione è un atto violento?
Nessun discorso sulla violenza può prescindere dal fatto che viviamo in un mondo nel quale otto supermiliardari detengono una ricchezza complessiva di mezza umanità.
Viviamo in un mondo in cui due miliardi di abitanti del pianeta vivono con meno di un dollaro al giorno, nel quale novecento milioni di persone rischiano di morire per malattie legate alla malnutrizione. Viviamo in un mondo e in una società estremante violenti, un mondo nel quale ancora esistono guerre, pulizie etniche, carestie, schiavitù, vendita dei corpi e degli organi dei poveri ai ricchi. La rivoluzione trasformerà questo stato di cose. La violenza che si accompagna ad ogni rivoluzione è sempre la violenza delle classi dominanti che si aggrappano con le unghie ai loro privilegi materiali. Il livello di violenza durante una rivoluzione dipende da due fattori: Il livello di preparazione del fronte rivoluzionario e la capacità di resistenza della classe dominante
La rivoluzione distruggerà lo stato borghese, e cioè lo stato basato sulla violenza organizzata dell’1% della popolazione ai danni del 99% della popolazione, e costruirà uno stato democratico socialista basato sulla difesa degli interessi materiali di questi ultimi. L’eventuale violenza servirà esclusivamente a difendere le conquiste rivoluzionarie da ogni tentativo delle classi dominati spodestate di riconquistare il potere politico.

Esiste ancora una classe operaia?
Sicuramente. Per i marxisti, la classe operaia si compone di tutti quelli che in un modo o nell’altro dipendono da un salario per la loro sopravvivenza: operai, impiegati, i loro figli, le loro mogli che lavorano da casa, lavoratori in pensione, lavoratori disoccupati. Il fatto che il lavoratore svolga mansioni direttamente legate alla produzione di merci o servizi è abbastanza ininfluente. Il fatto poi che il lavoratore guadagni 1000 o 5000 euro al mese non cambia la sostanza. Chiunque dipenda dal lavoro salariato per la propria sopravvivenza appartiene alla classe operaia, che lo voglia o no. E comunque il numero di operai o proletari addetti alla produzione materiale non è mai stato così alto. Si pensi all’ingresso di decine, centinaia di milioni di proletari dell’economia mondiale ad esempio in Cina, India e Brasile.

A cosa serve il partito rivoluzionario? E’ il partito rivoluzionario a fare la rivoluzione?
No. I movimenti di massa emergono spontaneamente nella società, indipendentemente dalla presenza o dall’essenza di un partito marxista rivoluzionario. Le piccole tensioni e le piccole lotte (movimenti e scioperi, scandali politici, minacce di guerra, povertà ecc…) crescono e si trasformano dopo un certo tempo in movimenti di massa. Un piccolo partito marxista può al massimo accelerare questo processo. Ma i lavoratori e i giovani politicamente coscienti devono organizzarsi in un partito per mostrare la strada agli altri. Come aveva compreso il rivoluzionario russo Leon Trotsky “la crisi storica dell’umanità si riduce alla crisi della direzione rivoluzionaria”. Se è vero che le rivoluzioni non dipendono dall’esistenza dei partiti rivoluzionari, è altrettanto vero che è impossibile vincere in una rivoluzione senza un partito di questo tipo. Il partito rivoluzionario non si improvvisa e non cade dal cielo. Esso va costruito pazientemente negli anni che preparano la rivoluzione.
Resistenze Internazionali vuole costruire assieme ad altre forze l’embrione di quel partito rivoluzionario che porterà i giovani e i lavoratori al potere attraverso la rivoluzione.

La prospettiva rivoluzionaria sembra difficilmente raggiungibile, non è forse più utile battersi per le riforme?
Resistenze Internazionali si batte per tutte le riforme che possono migliorare la qualità della vita della gente comune in Italia e nel mondo. Al tempo stesso sappiamo che l’unica garanzia per dare un carattere permanente alle conquiste ottenute con la lotta dalla classe lavoratrice è la rivoluzione.
Nel nostro paese il ciclo di lotte degli anni 1969-1977 ha portato ad esempio alla conquista di importanti riforme sociali, tra queste lo Statuto dei Lavoratori e la Contrattazione Collettiva Nazionale. Il cambiamento dei rapporti di forza tra le classi a seguito delle sconfitte sociali e della dissoluzione dell’URSS, la più grave sconfitta per il movimento dei lavoratori dalla conquista del potere di Hitler nel 1933, hanno permesso alla classe dominante di smantellare quelle riforme che erano state concesse dalle lotte.
Tutte le riforme ottenute dai lavoratori e dai ceti popolari sono destinate a essere cancellate nel momento in cui la classe dominante si sente sufficientemente forte per farlo. Soltanto la rivoluzione può dare un carattere permanente alle conquiste della gente comune.

Siete contro la proprietà privata?
A differenza di quello che sostiene la propaganda antisocialista noi marxisti non siamo affatto contrari alla proprietà privata intesa come proprietà personale di oggetti e beni di consumo…Riteniamo anzi che la proprietà di alcuni beni come per esempio la casa sia un diritto inalienabile che dovrebbe essere garantito a tutti per legge e critichiamo il sistema capitalistico anche perché non riesce a garantire a tutti la proprietà personale, costringendo centinaia di milioni di persone in tutto il mondo a vivere in condizioni di povertà estrema e senza un’abitazione. Questo tipo di proprietà privata che per comodità chiamiamo proprietà personale non siamo noi a volerla abolire ma anzi è il capitalismo stesso a negarla a milioni di persone. Noi socialisti siamo quindi favorevoli alla proprietà personale. Il tipo di proprietà privata che avversiamo è la proprietà privata dei mezzi di produzione, ovvero di grandi aziende, grandi fabbriche e grandi terreni agricoli.
La proprietà privata dei mezzi di produzione è appannaggio di un’esigua minoranza di uomini che possiede la maggioranza delle risorse e della ricchezza mondiale e che costruiscono la loro fortuna sfruttando il resto della popolazione(oggi gli 8 capitalisti più ricchi del mondo possiedono la ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale, di oltre 3,5 miliardi di persone).Siamo contrari alla proprietà privata di grosse imprese ,banche e multinazionali perché riteniamo che le risorse che sono utili a tutti, ovvero i settori strategici dell’economia (acqua,energia,telecomunicazioni,trasporti ecc) non dovrebbero essere in mano a privati come succede nel capitalismo ma dovrebbero appartenere alla collettività,essere pubblici e gestiti democraticamente dai lavoratori e dai consumatori. La socializzazione dei mezzi di produzione a cui puntiamo servirebbe a gestire le risorse del nostro pianeta nell’interesse generale dell’umanità e non nell’interesse di pochi privilegiati proprietari di multinazionali come avviene oggi in regime capitalista.

Riteniamo che una pianificazione democratica e razionale dell’economia sia l’unico modo per tutelare lavoratori e consumatori e per sradicare piaghe come povertà e fame nel mondo,l’unico modo per garantire a tutti la proprietà personale e una vita degna di essere vissuta.

Non è utopica la prospettiva della rivoluzione?
No. Le rivoluzioni sono all’ordine del giorno. Basti guardare a quello che è successo in Nord Africa negli ultimi anni. La storia recente e antica e soprattutto quella del XX secolo sono costellate di episodi di lotte rivoluzionarie e rivoluzioni più o meno vittoriose. Sperare di poter riformare il capitalismo, di poter convincere la classe dominante a cedere il suo potere senza difenderlo, questa è la vera utopia. La rivoluzione è una prospettiva concreta l’unica in grado di modificare in maniera radicale e definitiva i rapporti di forza tra le classi e in grado di portare ad una redistribuzione delle ricchezze.

Ho delle domande da farvi, voglio attivarmi con voi, desidero chiarimenti. Cosa posso fare?
Il modo migliore per contattarci è usando il form presente alla pagina Attivati con noi, o scriverci all’indirizzo resistenzeinternazionali@gmail.com. Ti risponderemo il prima possibile. Se abiti in una città nella quale abbiamo una presenza organizzata ti inviteremo a una nostra riunione. Altrimenti organizzeremo una discussione telefonica e un incontro di persona.